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BIBLIOGRAFIA di Giovanni Paolo II

ENCICLICHE

ENCICLICHE(vedi anche Magistero di G. P. II)
Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003)
Fides et Ratio (14 Settembre 1998)
Ut Unum Sint (25 Maggio 1995)
Evangelium Vitae (25 Marzo 1995)
Veritatis Splendor (6 Agosto 1993)
Centesimus Annus (1° Maggio 1991)
Redemptoris Missio (7 Dicembre 1990)
Sollicitudo Rei Socialis (30 Dicembre 1987)
Redemptoris Mater (25 Marzo 1987)
Dominum et Vivificantem (18 Maggio 1986)
Slavorum Apostoli (2 Giugno 1985)
Laborem Exercens (14 Settembre 1981)
Dives in Misericordia (30 Novembre 1980)
Redemptor Hominis (4 Marzo 1979)

LETTERE - LETTERE APOSTOLICHE

LETTERE

Lettere ai Sacerdoti in occasione del Giovedì Santo
Lettera agli Anziani (1° Ottobre 1999)
Lettera agli Artisti, (4 Aprile 1999)
Lettera alle Donne (29 Giugno 1995)
Lettera ai Bambini (13 Dicembre 1994)
Lettera alle Famiglie (2 Febbraio 1994)
Lettera a tutte le persone consacrate delle comunità religiose e degli istituti secolari in occasione dell'Anno Mariano (22 Maggio 1988)
Lettera al Preposito generale della Compagnia di Gesù (Paray le Monial, 5 ottobre 1986)
Dominicae Cenae (24 Febbraio 1980)

LETTERE APOSTOLICHE
Lettera Apostolica “Spiritus et Sponsa”, nel 40° anniversario della Costituzione Conciliare “Sacrosanctum Concilium” sulla Sacra Liturgia (4 dicembre 2003)
Rosarium Virginis Mariae sul Santo Rosario (16 ottobre 2002)
Misericordia Dei su alcuni aspetti della celebrazione del Sacramento della Penitenza (2 maggio 2002)
Epistola apostolica diretta al popolo cattolico di Ungheria a compimento del "Millennio Ungarico" (25 luglio 2001)
In occasione del 1700° Anniversario del Battesimo del Popolo Armeno (17 febbraio 2001)
Novo Millennio Ineunte (6 gennaio 2001)
In occasione del terzo centenario dell'unione della Chiesa greco-cattolica di Romania con la Chiesa di Roma (20 luglio 2000)
Inter Munera Academiarum (28 gennaio 1999)
Dies Domini (31 maggio 1998)
Divini Amoris Scientia (19 ottobre 1997)
Laetamur Magnopere (15 agosto 1997)
Operosam Diem (1° dicembre 1996)
Lettera Apostolica per i 350 Anni dell'Unione di Uzhorod (18 aprile 1996)
Lettera Apostolica per il IV Centenario dell'Unione di Brest (12 novembre 1995)
Orientale Lumen (2 maggio 1995)
Tertio Millennio Adveniente (10 novembre 1994)
Ordinatio Sacerdotalis (22 maggio 1994)
Lettera Apostolica in occasione della ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche della Polonia (25 marzo 1992)
Lettera Apostolica per il V Centenario dell'Evangelizzazione del Nuovo Mondo (29 giugno 1990)
Lettera Apostolica per il Centenario dell'Opera di San Pietro Apostolo (1° ottobre 1989)
Lettera Apostolica sulla Situazione nel Libano (7 settembre 1989)
Lettera Apostolica in occasione del 50° Anniversario dell'Inizio della II Guerra Mondiale (27 agosto 1989)
Vicesimus Quintus Annus (4 dicembre 1988)
Mulieris Dignitatem (15 agosto 1988)
Euntes In Mundum Universum (25 gennaio 1988)
Duodecim Saeculum (4 dicembre 1987)
Spiritus Domini (1° agosto 1987)
Sescentesima Anniversaria (5 giugno 1987)
Augustinum Hipponensem (28 agosto 1986)
Dilecti Amici (31 marzo 1985)
Les Grands Mystères (1° maggio 1984)
Redemptionis Anno (20 aprile 1984)
Salvifici Doloris (11 febbraio 1984)
A Concilio Constantinopolitano I (25 marzo 1981)
Egregiae Virtutis (31 dicembre 1980)
Sanctorum Altrix (11 luglio 1980)
Amantissima Providentia (29 aprile 1980)
Patres Ecclesiae (2 gennaio 1980)
Rutilans Agmen (8 maggio 1979)

SAGGI E RACCOLTE

Papa Giovanni Paolo II si distingue per una ricchissima produzione di saggi e libri che, tradotti in varie lingue, hanno avuto lo straordinario merito di divulgare il messaggio cristiano e di avvicinare i credenti direttamente agli insegnamenti della Chiesa Cattolica.
Molto significativi risultano i 24 volumi degli Insegnamenti di Giovanni Paolo II, le pubblicazioni di Catechesi, di discorsi, di preghiere e salmi, ma anche le lettere e le riflessioni sulla dignità umana, sulla famiglia, sul ruolo della donna, sul lavoro e sui giovani.
Molti scritti sono poi frutto di particolari eventi, come l'esperienza giubilare, i viaggi apostolici o gli incontri quali la Giornata Mondiale della Gioventù.
Numerosi i libri di commento e critica sulla vita del Papa tra i quali Karol, il grande. Storia di Giovanni Paolo II di Domenico Del Rio (€ 18,00 pp. 320, 2003, Editore Paoline Editoriale Libri), Giovanni Paolo II e i grandi della terra (€ 25,30, 256 pp., 2001, Editore La Biblioteca) e Testimone della speranza. La vita di Giovanni Paolo II, protagonista del secolo di Weigel George (€ 14,98, 2001, Mondadori), e pubblicazioni di libri-intervista, tra quali Il mondo di Giovanni Paolo II, di Jas Gawronski del 1994. Raccolte molto interessanti sono quelle che testimoniano la particolare produzione letteraria di Karol Wojtila: Tutte le opere letterarie (2001, Bompiani, € 30,99), L'opera poetica completa di Karol Wojtyla (Libreria Editrice Vaticana, 1999, € 15,49) e Le poesie di Karol Wojtyla da leggere e ascoltare (Libreria Editrice Vaticana, 1979, € 14,20).

OPERE TEATRALI

OPERE TEATRALI
Alla lettera W del Dizionario dello spettacolo del '900, edito da Baldini&Castoldi, si legge "Wojtyla Karol (Wadowice 1920), teologo e autore drammatico polacco".
Infatti, Karol Wojtyla in gioventù coltiva con passione il suo interesse per il teatro, sia nel ruolo di attore che in quello di autore e regista teatrale. Sin dai tempi del liceo si è spesso cimentato nella scrittura di opere teatrali, anche utilizzando pseudonimi quali Andrzej Jawien, Stanislaw A.Gruda, Piotr Jasien.
Nel 1940 scrive i drammi Giobbe e Geremia, pubblicati in Poesie e drammi nel 1980.
Nel 1949 scrive la sua più importante opera teatrale: il dramma Fratello di nostro Dio, pubblicato nel 1979 e rappresentato nel 1980. Nel 1960 scrive la commedia teatrale La bottega dell'orefice, rappresentata nel 1979. Tra il 1952 e il 1961 Karol Wojtyla dedica al teatro rapsodico quattro saggi critici, comparsi sul settimanale Tygodnik Powszechny sotto lo pseudonimo di Andrzej Jawien.
Nel 1996 Giovanni Paolo II scrive il libro autobiografico Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio, dove racconta in prima persona i suoi esordi teatrali come attore, autore e regista. "Nel periodo del ginnasio - scrive - ero preso soprattutto dalla passione per la letteratura, in particolare per quella drammatica, e per il teatro. A quest'ultimo m'aveva iniziato Mieczyslaw Kotlarczyk, insegnante di lingua polacca…".

LORETO 11 Aprile 1985

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
AL CONVEGNO DELLA CHIESA ITALIANA

Venerati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
Carissimi delegati delle Chiese che sono in Italia,
1. A tutti il mio saluto deferente e cordiale! È con senso di intima gioia che oggi sono qui con voi, per prendere parte a questa vostra assemblea nella quale sono rappresentate le varie componenti del popolo di Dio, che vive la sua fede in questa diletta terra d’Italia. Sono venuto a Loreto innanzitutto per celebrare con voi il Cristo risorto, il Redentore dell’uomo, il Riconciliatore dell’umanità (cf. 2 Cor 5, 18-19). Sono venuto per mettermi con voi ai piedi della croce, segno sempre paradossale, ma insostituibile della nostra riconciliazione, di questo grande dono che manifesta la gratuità e l’efficacia dell’inesauribile amore di Dio.
La riconciliazione è dono di Dio che discende a noi attraverso il fianco squarciato del Cristo crocifisso. Essa è dono sempre trascendente, che assume, purifica, salva ed eleva i germi buoni seminati dalle mani di Dio creatore nella comunità degli uomini. Essa è dono che attira tutto a Cristo Signore “elevato da terra” (cf. Gv 12, 32), suscitando quel movimento sacramentale e storico, che convoca la Chiesa e in essa ricolma l’intera umanità della pacificazione con Dio e tra gli uomini.
Bene avete fatto, perciò, carissimi fratelli e sorelle, ad orientare la preparazione di questo Convegno verso la contemplazione della croce gloriosa di Cristo. La grande icona del Venerdì santo costituisce per noi un punto di riferimento incontrovertibile. Voi l’avete posta all’inizio del vostro itinerario, come si legge nel secondo sussidio di preparazione al Convegno, dal titolo “La forza della riconciliazione” (La forza della riconciliazione, 2.1). Questa stessa icona l’avete voluta qui al centro dei vostri lavori, facendo convergere su di essa l’attenzione di tutti i convegnisti. Anch’io mi associo a voi in quest’atto di adorazione e di contemplazione. E quanto vorrei che questo atto qualificasse sempre la diletta Chiesa di Dio che è pellegrina in Italia! Quanto vorrei che quest’immagine del Crocifisso fosse impressa nel cuore di tutti! Quanto vorrei che ciascuno di noi potesse dire sinceramente con l’apostolo Paolo: ritengo “di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Cor 2, 2).
Sulla croce Cristo è morto, ma per risorgere. Secondo la testimonianza di Luca, egli è “il vivente” (cf. Lc 24, 5; At 1, 3) e così lo incontriamo sotto tanti segni per le strade del mondo, nel cuore degli uomini, soprattutto nella sua Chiesa. E noi, componendo la testimonianza di Paolo e il messaggio di Luca, amiamo metterci nell’atteggiamento di Giovanni l’evangelista il quale, col genio del “teologo” e con la gioia del salvato, ci presenta la croce di Gesù come trono regale, come motivo di gloria, come sorgente dello Spirito Santo. È qui, soltanto qui, presso la croce gloriosa di Gesù, il Figlio del Benedetto (cf. Mc 14, 61), che noi dobbiamo attingere lo stimolo e il coraggio per ogni atto di riconciliazione, a partire dalla riconciliazione all’interno della Chiesa, per spingerci a quella in ambito ecumenico e proiettarci, con slancio missionario, verso la riconciliazione del mondo. Voi avete anche voluto raccogliere il suggestivo messaggio dei due grandi patroni d’Italia: San Francesco d’Assisi e santa Caterina da Siena. Del primo avete ricordato l’impegno a moltiplicare vincoli di pace: “In realtà - dice un suo biografo - tutta la sostanza delle sue parole mirava a spegnere le inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi patti di pace” (Tommaso da Spalato, in Fonti Francescane, n. 2252). Di santa Caterina avete ripreso l’ammonimento ai cristiani del suo tempo: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia” (S. Caterina da Siena, Lettera n. 368 a Stefano di Corrado Maconi). Questa è la verità: se i cristiani di oggi saranno quello che devono essere, il fuoco della carità di Cristo tornerà a divampare nel cuore di un popolo che ha scritto pagine tanto gloriose nella storia della Chiesa e che altre è chiamato a scriverne ancora per il singolare compito che gli è stato affidato da Dio nell’annuncio del Vangelo al mondo.
2. La riconciliazione, questo immenso flusso di grazia e di perdono che verso di noi discende dal cuore di Cristo, passa attraverso la Chiesa. Di essa ha detto il Concilio Vaticano II con parole che restano emblematiche: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1). La ministerialità della Chiesa nell’opera della salvezza, in dipendenza e in continuità con l’opera di Cristo Servo e Signore (cf. Gv 13, 12-17), è un dato che la tradizione ha sempre posto in grande evidenza. Il Concilio se n’è fatto eco fedele. Occorre perciò che ogni cristiano si sforzi di vivere il suo impegno a servizio del Vangelo in piena sintonia con la Chiesa.
Ma per fare un’autentica e valida esperienza di Chiesa, è necessario accettare la Chiesa così com’essa è stata voluta dal suo fondatore. E dove il disegno di Cristo può essere meglio conosciuto che nella rivelazione e nei documenti del magistero della Chiesa, assistita dallo Spirito Santo? Vogliamo fermare oggi la nostra attenzione sul Concilio Vaticano II, che ha trattato profondamente quel tema. Occorre però che il Concilio non si interpreti secondo particolari visioni o scelte personali: nessuno deve sconvolgere il messaggio conciliare sulla Chiesa, sia essa considerata nella sua dimensione universale o in quella particolare.
A questo proposito, desidero rileggere qui con voi una pagina illuminante della Lumen Gentium, in cui la poliedrica e unica realtà della Chiesa appare in tutta la sua ricchezza, per il diverso e complementare contributo della presenza e dell’opera di tutti: il Papa con i Vescovi e il Popolo di Dio. Ecco quanto si legge al n. 23 del menzionato documento: “L’unione collegiale appare anche nelle mutue relazioni dei singoli vescovi con le Chiese particolari e con la Chiesa universale. Il Romano Pontefice, quale Successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della massa dei fedeli. I singoli vescovi, invece, sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, e in esse e da esse è costituita l’una e unica Chiesa, e tutti insieme col Papa rappresentano tutta la Chiesa in un vincolo di pace, di amore e di unità”.
Rileggendo queste affermazioni di alto valore dottrinale e pastorale, mi è caro rendere omaggio alla profonda unità che lega i vescovi italiani tra loro e col Successore di Pietro e che vivamente apprezzo e che è per me motivo di conforto, nella comune sollecitudine di servizio alla Chiesa di Cristo che è in Italia, alla quale non a torto si guarda da ogni parte del mondo, avendo la Provvidenza divina guidato a questa terra i passi del Pescatore di Galilea.
Ringraziando Dio per i vincoli di comunione che egli alimenta fra noi con la forza vivificante del suo amore, prendiamo rinnovata coscienza dell’essenziale ruolo che, nel piano di salvezza, sono chiamate a svolgere le Chiese particolari. In religioso ascolto della parola di Dio (cf. Dei Verbum, 1), radicate nel mistero di Cristo mediante la partecipazione alla divina liturgia (cf. Sacrosanctum Concilium, 2), impegnate nella testimonianza della carità (cf. Gaudium et Spes, 26), raccolte intorno ai vescovi, successori degli apostoli (cf. Christus Dominus, 16), le Chiese particolari sono, nel mondo e per il mondo, segno visibile e tangibile dell’amore misericordioso del Padre, per il conforto e la piena liberazione dell’uomo. A questa missione i singoli cristiani sono chiamati a partecipare, secondo il grado del loro ministero.
Se un risultato è lecito auspicare da questo Convegno, esso può ben essere indicato in una rinnovata coscienza di Chiesa grazie alla quale, nella partecipazione all’unico dono e nella collaborazione all’unica missione, tutti imparino a comprendersi ed a stimarsi fraternamente, ad aspettarsi ed a prevenirsi reciprocamente, ad ascoltarsi e ad istruirsi instancabilmente, affinché la casa di Dio, cioè la Chiesa, sia edificata dall’apporto di ciascuno e perché il mondo veda e creda (cf. Gv 17, 21).
A questo molto contribuirà la riscoperta - a cui vi esorto di cuore - del sacramento della Penitenza, vissuto in tutta la sua inesausta ricchezza e nella pienezza della sua dimensione personale e comunitaria.
Occorre richiamare in profondità il rapporto tra la celebrazione della misericordia, che cancella il peccato, e la rigenerazione di un impegno morale adeguato alla misericordia ricevuta.
Sono certo che, anche con quest’impegno, la Chiesa potrà ritrovare la via dell’unità e della pace e indicare alla comunità degli uomini in Italia i sentieri di Dio” (cf. Is 44, 8-11).
3. Con questa ravvivata coscienza ecclesiologica sarà possibile accingersi al non facile compito della ricerca delle vie più adatte per portare il messaggio di Cristo al mondo di oggi e, in particolare, per iscrivere la verità cristiana sull’uomo nella realtà di questa nazione italiana, che è tanto cara a ciascuno di noi. Presupposto indispensabile per un simile impegno è la conoscenza approfondita del contesto sociale italiano nelle sue complesse componenti. Senza dubbio i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano; anzi, tutta la sua storia e la sua cultura sono impregnate di cristianesimo e intimamente intrecciate col cammino della Chiesa a partire dai tempi apostolici. Lo testimoniano non soltanto le innumerevoli opere d’arte, che sono venute ad impreziosire nel corso dei secoli le varie contrade di questa terra, ma anche le tradizioni, gli usi, le consuetudini, a cui si ispira l’agire della gente d’Italia, nel contesto di un umanesimo cristiano vissuto ed arricchito col contributo di tante generazioni. Tuttavia tensioni e difficoltà già nel passato hanno spesso segnato la presenza della Chiesa in Italia. In anni più recenti le difficoltà hanno assunto dimensioni e prospettive nuove per il processo di secolarizzazione, che spesso s’esprime in una vera scristianizzazione della mentalità e del costume per il diffondersi del materialismo pratico, cui si aggiunge il peso culturale e politico di ideologie atee.
Non poche sono le tendenze negative: dalla crisi dell’istituto familiare, con l’aumento delle separazioni e dei divorzi, oltre che delle pratiche abortive, e con la connessa diminuzione dei matrimoni religiosi, ai problemi derivanti dalla presente fase nel processo di trasformazione sociale, anche per l’introdursi di nuove tecnologie nel campo dell’informazione, della comunicazione e della produzione, alle difficoltà soprattutto per i giovani e le donne di trovare un lavoro.
Ma fortunatamente non mancano, in questo contesto, motivi di fiducia: si avvertono, ad esempio, un rinnovato desiderio di affetti profondi e duraturi, che conduce ad un nuovo apprezzamento del valore della famiglia; degno di nota è certamente l’impegno a difesa della vita umana fin dal concepimento e il moltiplicarsi di iniziative educative ed assistenziali, che scaturiscono soprattutto dalla comunità ecclesiale, estendendosi dalle scuole libere cattoliche o di ispirazione cristiana ai luoghi di ritrovo e di formazione dei ragazzi e dei giovani, fino ai centri di ricupero per i tossicodipendenti, di assistenza agli anziani e ai portatori di handicap, con larga partecipazione del volontariato; lo stesso impegno di partecipazione alla vita pubblica mostra sintomi di ripresa, come ad esempio nella gestione sociale della scuola.
Segni positivi, quelli ora menzionati, che non cancellano i fenomeni negativi che hanno turbato o minacciano nuovamente di turbare la coscienza collettiva. Dietro a questi fenomeni occorre saper vedere gli effetti profondi del processo di scristianizzazione in atto: laddove infatti vien meno la fede nel Dio fatto uomo entra in crisi il più profondo motivo di riconoscimento della dignità originaria di ogni essere umano. Quando la persona viene tendenzialmente ridotta ad una particella della natura o ad un elemento anonimo della società, non è da stupirsi che cambino i parametri fondamentali su cui poggia la convivenza umana.
4. Quale terapia potremo, dunque, indicare per questa società che, se ha scoperto in modo altamente positivo il valore e i diritti della persona umana, opera non di rado scelte che si rivelano in contrasto con i più veri interessi dell’uomo e con la civiltà cristiana che ha caratterizzato la storia italiana? Tutto lo sforzo di riflessione e tutta l’invocazione di preghiera della Chiesa in Italia, riunita in questo Convegno e rappresentata dai suoi vescovi, intorno ai quali si stringono tanti eletti sacerdoti, religiosi e laici, tendono a rispondere a questo interrogativo. Unendo la mia riflessione e la mia preghiera alla vostra, desidero sottolineare alcune linee di fondo che occorre aver sempre presenti perché l’impegno pastorale della Chiesa possa sortire risultati positivi.
La prima di tali linee è senza dubbio l’unità interna della Chiesa: come potrebbe la comunità cristiana essere “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, 1), se non vivesse in Cristo questa indissolubile unità anzitutto al proprio interno, così da essere Chiesa riconciliata ed, anzi, primizia del “mondo riconciliato” (cf. S. Agostino, Sermo 96, 8)? Esiste però un legame costitutivo tra unità e verità: la riconciliazione autentica non può avvenire che nella verità di Cristo, non fuori o contro di essa (cf. Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, 9). La verità rivelata, per altro, è proprietà di Dio; di essa la Chiesa non è padrona arbitraria, ma piuttosto serva e testimone fedele: lo Spirito di verità le è dato per assisterla in questa sua missione decisiva, garantendo il carisma dell’infallibilità ai pastori, ma dotando anche l’intero popolo di Dio di un particolare senso della fede. È pertanto necessario che il senso di responsabilità per la verità sia condiviso da tutti i fedeli, in particolare da coloro che, come i teologi, hanno una specifica funzione nell’approfondimento della verità rivelata e nell’impegno per inserirne i contenuti nel presente contesto culturale: ad essi in modo speciale è richiesta una stretta, fedele e rispettosa collaborazione con i pastori (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 19).
La fedeltà alla verità è condizione imprescindibile perché i cristiani tutti possano svolgere la loro missione profetica nel mondo. La verità è misura della moralità: scelte e motivazioni non possono dirsi eticamente buone e, quindi, meritevoli di approvazione se non sono conformi al bene oggettivo. La comprensione e il rispetto per l’errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l’errore di cui egli è vittima. Il rispetto, infatti, per le convinzioni altrui non implica la rinuncia alle convinzioni proprie.
La “coscienza di verità”, la consapevolezza cioè di essere portatori della verità che salva, è fattore essenziale del dinamismo missionario dell’intera comunità ecclesiale, come testimonia l’esperienza fatta dalla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi, in una situazione nella quale è urgente por mano quasi ad una nuova “implantatio evangelica” anche in un Paese come l’Italia, una forte e diffusa coscienza di verità appare particolarmente necessaria. Di qui l’urgenza di una sistematica, approfondita e capillare catechesi degli adulti, che renda i cristiani consapevoli del ricchissimo patrimonio di verità di cui sono portatori e della necessità di dare sempre fedele testimonianza alla propria identità cristiana.
5. Nello stesso tempo, affinché la verità di Cristo possa essere compresa nel suo senso autentico ed accolta fino in fondo dall’uomo, in particolare dall’uomo contemporaneo, essa deve essere annunciata e vissuta come verità congiunta all’amore, secondo la parola del Salmo: “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85, 11).
Mentre nell’epoca moderna l’affermazione della verità, per note ragioni storiche, è stata spesso considerata come un ostacolo alla pacifica convivenza tra gli uomini, quasi che questa potesse essere fondata soltanto su basi relativistiche, e mentre le ideologie effettivamente dividono e contrappongono gli uomini, la verità di Cristo domanda di essere realizzata nell’amore, per condurre in tal modo alla fraternità. Nella sua essenza profonda essa è, infatti, manifestazione dell’amore, e solo nella concreta testimonianza dell’amore può trovare la sua piena credibilità. Perciò le comunità cristiane sono chiamate ad essere luoghi in cui l’amore di Dio per gli uomini può essere in qualche modo sperimentato e quasi toccato con mano. La sete di autenticità che, proprio a causa della presente “cultura del sospetto”, è particolarmente viva nel cuore degli uomini, rende acuta l’esigenza di simili comunità: esse appaiono la via maestra per ricondurre il nostro popolo all’appartenenza piena alla Chiesa e all’adesione integrale alle verità della fede.
Anche nella pastorale di casi difficili, come quelli che riguardano divorziati risposati o sacerdoti che si trovano in situazioni irregolari, è necessario, come ho ricordato nell’esortazione post-sinodale Reconciliatio et paenitentia (Giovanni Paolo II, Reconciliatio et paenitentia, 34), tenere simultaneamente presenti il principio della compassione e della misericordia, secondo il quale la Chiesa cerca sempre di offrire, per quanto le è possibile, la via del ritorno a Dio e della riconciliazione con lui, e il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta né può accettare di chiamare bene il male e male il bene.
A loro volta i rappresentanti del cosiddetto “dissenso” possono essere certi che la via del ritorno è sempre aperta anche per loro, ma a tal fine devono accogliere sinceramente le esigenze della comunione ecclesiale, sul terreno della fede e della disciplina.
6. Per promuovere la comunione ecclesiale e la capacità di presenza apostolica della Chiesa appare molto significativa e carica di promesse la grande varietà e vivacità di aggregazioni e movimenti, soprattutto laicali, che caratterizza l’attuale periodo post-conciliare. Perché la ricchezza dei carismi che il Signore ci dona porti il suo pieno contributo all’edificazione della casa comune, è necessario innanzitutto il riferimento costante al proprio vescovo, “principio visibile e fondamento dell’unità della Chiesa particolare” (Lumen Gentium, 23). Ogni “ambiente” ecclesiale, come anche ogni problema che in esso può sorgere, trova nella Chiesa particolare e nella concretezza delle sue strutture il “luogo” provvidenzialmente predisposto, a cui fare riferimento nella ricerca della soluzione adeguata. Il tutto, ovviamente, nel contesto dell’indispensabile comunione con la Chiesa universale, che ha nel Successore di Pietro il perpetuo e visibile centro della propria unità (cf. Ivi). Le Chiese particolari, nelle quali e a partire dalle quali sussiste l’una ed unica Chiesa di Cristo (cf. Ivi), trovano infatti il loro senso autentico e la loro consistenza ecclesiale solo come espressioni e realizzazioni della “Catholica”, della Chiesa una, universale e primigenia.
Per la solidale edificazione della casa comune è necessario, inoltre, che sia deposto ogni spirito di antagonismo e di contesa, e che si gareggi piuttosto nello stimarsi a vicenda (cf. Rm 12, 10), nel prevenirsi reciprocamente nell’affetto e nella volontà di collaborazione, con la pazienza, la lungimiranza, la disponibilità al sacrificio che ciò potrà talvolta comportare.
Associazioni e movimenti costituiscono, in effetti, un canale privilegiato per la formazione e la promozione di un laicato attivo e consapevole del proprio ruolo nella Chiesa e nel mondo, secondo il genuino insegnamento del Concilio. Questa autentica laicità cristiana, che sarà oggetto della prossima sessione ordinaria del Sinodo dei vescovi, non può intendersi in alcun modo in alternativa all’ecclesialità, ma solo all’interno di essa, come un modo specifico, caratterizzato dall’inserimento nelle realtà terrene, di vivere la comune appartenenza e missione cristiana ed ecclesiale (cf. Lumen Gentium, 31). Analogamente la legittima autonomia delle realtà terrene (cf. Gaudium et spes, 36) trova il suo senso e la sua collocazione solo all’interno dell’unica economia di salvezza, incentrata in Cristo, che abbraccia tutto l’ordine della creazione e della redenzione (cf. Lumen Gentium, 7; Gaudium et Spes, 45; Apostolicam actuositatem, 5). In concreto la Chiesa, che costituisce in terra l’inizio e il germe del regno di Dio, ha il compito di instaurare nel mondo questo regno di giustizia e di pace (cf. Lumen Gentium, 5).
7. La nostra riflessione giunge così al secondo fondamentale aspetto del Convegno: il contributo che la Chiesa riconciliata può e deve dare, nel Paese d’Italia, alla costruzione della “comunità degli uomini”, adempiendo ad una componente irrinunciabile della sua missione di promotrice di unità e ministra della riconciliazione. La Chiesa cammina, infatti, insieme con l’umanità e si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia (cf. Gaudium et spes, 1 e 40). Avendo ricevuto l’incarico di manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo personale dell’uomo, essa al tempo stesso svela all’uomo il senso della propria esistenza, vale a dire la verità profonda su di sé e sul proprio destino (cf. Ivi, 41).
Il Convegno, pertanto, se vuol raggiungere i suoi scopi, dovrà mettere in evidenza questo compito della comunità ecclesiale, fondato in ultima analisi sul fatto sconvolgente e gratificante che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (cf. Ivi, 22). Cristo è “la principale via della Chiesa”, ed è anche la via che conduce a ciascun uomo: “Su questa via che conduce da Cristo all’uomo - ho scritto nell’enciclica Redemptor hominis - la Chiesa non può essere fermata da nessuno” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 13).
Anche e particolarmente in una società pluralistica e parzialmente scristianizzata, la Chiesa è chiamata a operare, con umile coraggio e piena fiducia nel Signore, affinché la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante, nel cammino verso il futuro. Vorrei ricordare qui la precisa convinzione di papa Giovanni XXIII che “l’ordine etico-religioso incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata nell’interno delle comunità nazionali e nei rapporti tra esse” (Giovanni XXIII, Mater et magistra, 193), La promozione dei valori morali è un fondamentale contributo al vero progresso della società.
Nell’adempiere a quest’opera la Chiesa non invade pertanto competenze altrui, ma agisce in virtù di ciò che originariamente le appartiene: “La forza che essa riesce ad immettere nella società umana contemporanea consiste infatti nella fede e carità portate ad efficacia di vita, non nell’esercitare con mezzi puramente umani un qualche dominio esteriore” (Gaudium et Spes, 42).
Ovviamente la complessità del contesto socio-culturale rende particolarmente necessario quell’esercizio del discernimento spirituale e pastorale che è al centro dell’attenzione del Convegno, Occorre innanzitutto aver chiaro il criterio di fondo di tale discernimento, Già il Concilio (Ivi, 12) individuava nell’uomo, nella centralità dell’uomo, il principio di convergenza tra credenti e non credenti nell’epoca presente, che non può non dirsi umanistica (cf. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 17), ma subito aggiungeva l’interrogativo fondamentale: “Ma che cosa è l’uomo?”, e sottolineava la varietà e contrarietà delle opinioni in proposito. Sviluppando questo grande orientamento conciliare, ho avuto modo di notare che “quanto più la missione svolta dalla Chiesa si incentra sull’uomo, quanto più è, per così dire, antropocentrica, tanto più essa deve confermarsi e realizzarsi teocentricamente, cioè orientarsi in Cristo Gesù verso il Padre. Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l’antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell’uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei princìpi fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell’ultimo Concilio” (Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, 1).
Occorre superare, carissimi fratelli e sorelle, quella frattura tra Vangelo e cultura che è, anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca; occorre por mano a un’opera di inculturazione della fede che raggiunga e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori determinanti, le linee di pensiero e i modelli di vita (cf. Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 19-20), in modo che il cristianesimo continui ad offrire, anche all’uomo della società industriale avanzata, il senso e l’orientamento dell’esistenza.
Ciò potrà avvenire solo a condizione che non si appiattisca la verità cristiana, e non si nascondano le differenze, finendo in ambigui compromessi: il dinamismo inesauribile della riconciliazione cristiana e del perdono “fino a settanta volte sette” non annulla infatti le esigenze oggettive della verità e della giustizia (cf. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, 14).
Non deve essere, infatti, sottaciuto il rischio di una “espropriazione” effettiva di ciò che è sostanzialmente cristiano sotto l’apparenza di una “appropriazione” che in realtà resta soltanto verbale, con la conseguenza della “assimilazione” al mondo invece che della sua cristianizzazione.
È dunque necessario avere fiducia, non solo per quanto concerne la Chiesa ma anche per la vita della società, nella forza unitiva e riconciliatrice della verità che si realizza nell’amore. Vorrei dire qui agli uomini e alle donne di questa grande nazione: non abbiate paura di Cristo, non temete il ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la promozione dell’uomo e per il bene dell’Italia, nel pieno rispetto anzi della convinta promozione della libertà religiosa e civile di tutti e di ciascuno, e senza confondere in alcun modo la Chiesa con la comunità politica (cf. Gaudium et Spes, 76).
8. Proprio la forma di governo democratica, che l’Italia ha conseguito e che come cittadino ogni cristiano è impegnato a salvaguardare e a rafforzare, offre lo spazio e postula la presenza di tutti i credenti. I cristiani mancherebbero ai loro compiti se non si impegnassero a far sì che le strutture sociali siano o tornino ad essere sempre più rispettose di quei valori etici, in cui si rispecchia la piena verità sull’uomo.
A questo riguardo mi piace ricordare l’antica e significativa tradizione di impegno sociale e politico dei cattolici italiani. La storia del movimento cattolico, fin dalle origini, è storia di impegno ecclesiale e di iniziative sociali che hanno gettato le basi per un’azione di ispirazione cristiana, anche nel campo propriamente politico, sotto la diretta responsabilità dei laici in quanto cittadini, tenendola ben distinta dall’impegno di apostolato, proprio delle associazioni cattoliche. Essa ricorda che nello svolgersi degli avvenimenti non sono mancate tensioni e divisioni, ma è sempre prevalsa la tendenza verso un impegno che, nella libera maturazione delle coscienze cristiane non poteva non manifestarsi unitario soprattutto nei momenti in cui lo ha richiesto il bene supremo della nazione.
Questo insegnamento della storia circa la presenza e l’impegno dei cattolici non va dimenticato: anzi, nella realtà dell’Italia di oggi, va tenuto presente nei momenti delle responsabili e coerenti scelte che il cittadino cristiano è chiamato a compiere.
Come ho avuto occasione di dire, precisamente nel 1981, ai partecipanti al Congresso promosso dalla CEI nel novantesimo anniversario della Rerum novarum: “Esiste, deve esistere un’unità fondamentale, che è prima di ogni pluralismo e sola consente al pluralismo di essere non solo legittimo, ma auspicabile e fruttuoso . . . La coerenza con i propri principi e la conseguente concordia nell’azione ad essi ispirata sono condizioni indispensabili per l’incidenza dell’impegno dei cristiani nella costruzione di una società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio” (Giovanni Paolo II, Ad eos qui conventui Romae habito, LXXXX expleto anno ab editis Litteris Encyclicis “Rerum Novarum”, interfuere coram admissos, 3, 31 ottobre 1981: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IV/2 [1981] 522.523).
In particolare vorrei poi sottolineare l’importanza eminente che hanno, per il servizio della Chiesa italiana all’edificazione della Comunità degli uomini, le opere e iniziative sociali cattoliche, delle quali ho già menzionato l’attuale dinamismo. Esse non sono mera supplenza di provvisorie carenze dello Stato, né tanto meno concorrenza nei suoi confronti, ma espressione originaria e creativa della fecondità dell’amore cristiano. L’impegno nelle opere cattoliche non rappresenta d’altronde un’alternativa alla presenza dei credenti nelle strutture civiche. Nel campo immenso della promozione di un’umanità riconciliata desidero ricordare particolarmente anzitutto la famiglia, cellula nevralgica sia della Chiesa sia della società civile. Accanto alla famiglia, il mondo del lavoro, che oggi conosce una grave crisi di occupazione anche per l’introduzione di nuove tecniche produttive: il lavoro umano resta comunque una fondamentale dimensione dell’esistenza, la chiave di tutta la questione sociale. Di fronte alle difficoltà attuali occorre finalizzare lo sviluppo tecnologico in forma sempre più decisa al bene primario dell’uomo e del lavoro umano. Un ulteriore settore in cui è essenziale l’impegno dei cristiani riguarda tutto l’arco dei temi educativi e della comunicazione sociale: è qui infatti che si gioca in larga parte il presente e il futuro del rapporto tra Vangelo e cultura.
In questa prospettiva di futuro il pensiero va con particolare affetto al mondo dei giovani, una larga rappresentanza dei quali ho avuto la gioia di incontrare in occasione del raduno indetto per l’Anno internazionale della gioventù. La Chiesa deve essere accanto ai giovani nella loro aspirazione alla pace nella giustizia e nella libertà: tanto a coloro che adempiono con lealtà ad dovere di servire la patria, quanto a coloro che, sollevando obiezione di coscienza, scelgono di prestare un servizio civile alternativo.
Vorrei riservare una particolare parola per il ruolo che nella Chiesa hanno i sacerdoti i quali, in docile collaborazione con i vescovi, sono chiamati ad essere gli “ambasciatori di Cristo” e ministri della riconciliazione (cf. 2 Cor 5, 18-20). Sono loro che, nelle parrocchie e nelle associazioni, portano il peso della concreta presenza salvifica della Chiesa. Con i sacerdoti è doveroso ricordare anche l’apporto dei religiosi e delle religiose alla vita quotidiana della Chiesa: nella varietà dei carismi e dei ministeri della vita religiosa, la comunità ecclesiale trova una ricchezza sempre nuova per la sua missione di riconciliazione e per la sua presenza concreta ed impegnata a livello di opere educative, assistenziali e missionarie. La consapevolezza dell’importanza di questa componente per la vita della Chiesa deve spingere tutti ad adoperarsi con rinnovato zelo nell’opera delle vocazioni, coltivandole nel loro sbocciare ed accompagnandole poi lungo tutto il cammino della loro formazione.
Infine, ma come punto qualificante e decisivo di tutto il cammino di riconciliazione, si profila davanti ai nostri occhi lo spazio immenso dell’umanità sofferente e minacciata: dagli ammalati a noi vicini, agli emigranti ed immigrati, fino alle moltitudini innumerevoli dei popoli della fame, passando attraverso coloro che subiscono la tragedia della guerra, della persecuzione, della privazione dei diritti fondamentali, a cominciare da quello della libertà religiosa. A tutti siamo debitori dell’aiuto fraterno, della solidarietà generosa e coraggiosa, del pane terreno e del pane che viene dal cielo per la vita del mondo. In base a questa solidarietà e fraternità siamo e saremo giudicati.
9. Queste, Carissimi Fratelli e Sorelle, le riflessioni che desideravo comunicarvi. Sono certo che vorrete prestare ad esse la vostra attenzione. Auspico di cuore che lo scambio di esperienze e di riflessioni, che caratterizza la natura a voi ben nota di questa qualificata assemblea, possa suggerire valide proposte, dalle quali i vescovi trarranno le opportune linee di azione pastorale per la Chiesa nell’Italia del nostro tempo.
Auspico inoltre che voi sappiate essere per l’intera comunità ecclesiale italiana un grande segno di comunione, facendo convergere rispettivi punti di vista nella mirabile sinfonia dell’unità cattolica.
Così il Convegno potrà anche assumere un alto significato e costituire un forte motivo di pace e di riconciliazione per la diletta comunità degli uomini che è in Italia in questa fine del secondo millennio.
Apprestandoci ormai a celebrare insieme l’Eucaristia davanti al venerabile Santuario di Maria qui in Loreto, affidiamo a lei e alla sua potente intercessione il buon esito di questo Convegno, al quale annettiamo tante attese e speranze: l’amore misericordioso di Dio che è principio di ogni comunione e riconciliazione si rivela infatti con particolare sensibilità attraverso il suo cuore di Madre, nella storia della Chiesa e dell’umanità (cf. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, 9).
La Vergine Madre, icona dell’umanità riconciliata, assista i lavori che ancora vi attendono; lei che è immagine di obbedienza e di offerta di sé alla “parola della riconciliazione”.
In lei riposa tutta la nostra fiducia.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL' UNESCO
2 GIUGNO 1980

Per l'Educazione, la Scienza , la Cultura Signor presidente della conferenza generale,
signor presidente del consiglio esecutivo,
signor direttore generale, signore, signori.
1. Desidero anzitutto esprimere i miei ringraziamenti molto cordiali per l'invito che il signor Amadou Mahtar-M'Bow, direttore generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura mi ha indirizzato a più riprese e fin dalla prima visita che egli mi ha reso l'onore di farmi. Numerose sono le ragioni per le quali io sono felice di poter rispondere oggi a questo invito che ho, fin dal primo momento, altamente apprezzato. Per le amabili parole di benvenuto che essi hanno appena pronunciato a mio riguardo, ringrazio il signor Napoléon Leblanc, presidente della conferenza generale, il signor Chams Eldine El-Wakil, presidente del consiglio esecutivo, e il signor Amadou Mahtar-M'Bow, direttore generale dell'organizzazione. Voglio salutare anche tutti coloro che sono qui riuniti per la 109° sessione del consiglio esecutivo dell'Unesco. Non potrei nascondere la mia gioia nel vedere riuniti in questa occasione tanti delegati delle nazioni del mondo intero, tante personalità eminenti, tanti specialisti, tanti illustri rappresentanti del mondo della cultura e della scienza. Con il mio intervento cercherò di portare la mia modesta pietra all'edificio che voi costruite con assiduità e perseveranza, signore e signori, mediante le vostre riflessioni e decisioni in tutti gli ambiti che sono di competenza dell'Unesco.
2. Che mi sia permesso di cominciare riferendomi alle origini della vostra organizzazione. Gli avvenimenti che hanno segnato la fondazione dell'Unesco mi ispirano gioia e gratitudine verso la provvidenza: la firma della sua costituzione il 16 novembre 1945; l'entrata in vigore di questa costituzione e la fondazione dell'organizzazione il 4 novembre 1946; l'accordo fra l'Unesco e l'Organizzazione delle Nazioni Unite approvato dall'assemblea generale dell'Onu nello stesso anno.
La vostra organizzazione è, di fatto, l'opera delle nazioni che furono, dopo la fine della terribile seconda guerra mondiale, spinte da ciò che si potrebbe chiamare un desiderio spontaneo di pace, d'unione e di riconciliazione. Queste nazioni cercarono i mezzi e le forme d'una collaborazione capace di stabilire. d'approfondire e di assicurare, in maniera durevole, questa nuova intesa.
L'Unesco è dunque nata, come l'Organizzazione delle Nazioni Unite, perché i popoli sapessero che alla base delle grandi imprese destinate a servire la pace e il progresso dell'umanità sull'insieme del globo, c'era la necessità dell'unione delle nazioni, del rispetto reciproco e della comprensione internazionale.
3. Continuando l'azione, il pensiero e il messaggio del mio grande predecessore, il Papa Paolo VI, io ho avuto l'onore di prendere la parola davanti all'assemblea generale delle Nazioni Unite, nel mese d'ottobre scorso, su invito del signor Kurt Waldheim, segretario dell'Onu. Poco dopo, il 12 novembre 1979, sono stato invitato dal signor Edouard Saouma, direttore generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura a Roma. In quelle circostanze mi è stato permesso di trattare questioni profondamente legate all'insieme dei problemi che si riferiscono all'avvenire pacifico dell'uomo sulla terra. Di fatto, tutti questi problemi sono intimamente legati. Noi ci troviamo in presenza, per così dire, d'un vasto sistema di vasi comunicanti; i problemi della cultura, della scienza e dell'educazione non si presentano, nella vita delle nazioni e nelle relazioni internazionali, in maniera indipendente dagli altri problemi dell'esistenza umana, come quelli della pace e della fame. I problemi della cultura sono condizionati dalle altre dimensioni dell'esistenza umana come, a loro volta, questi li condizionano.
4. Vi è anche - ed io l'ho sottolineato nel mio discorso all'Onu, riferendomi alla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - una dimensione fondamentale, che è capace di sconvolgere nelle loro fondamenta i sistemi che strutturano l'insieme del l'umanità e di liberare l'esistenza umana, individuale e collettiva, dalle minacce che pesano su di lei. Questa dimensione fondamentale è l'uomo, l'uomo nella sua integrità, l'uomo che vive nel medesimo tempo nella sfera dei valori materiali e in quella dei valori spirituali. Il rispetto dei diritti inalienabili della persona umana è alla base di tutto (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Allocutio ad Nationum Unitarum Legatos», 7 et 13, die 2 oct. 1979: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II,2 [1979] 525-526 et 531-532). Ogni minaccia contro i diritti dell'uomo, che sia nel quadro dei suoi beni spirituali o in quello dei suoi beni materiali, fa violenza a questa dimensione fondamentale. Per questo, nel mio discorso alla Fao, ho sottolineato che nessun uomo, nessun paese e nessun sistema del mondo possono restare indifferenti dinanzi alla «geografia della fame» e le minacce gigantesche che ne seguiranno se tutto l'orientamento della politica economica, ed in particolare la gerarchia degli investimenti, non cambieranno in modo essenziale e radicale. Per questo anche insisto, riferendomi alle origini della vostra organizzazione, sulla necessità di mobilitare tutte le forze che orientano la dimensione spirituale dell'esistenza umana, che testimoniano del primato dello spirituale nell'uomo - di ciò che corrisponde alla dignità della sua intelligenza, della sua volontà e del suo cuore - per non soccombere di nuovo alla mostruosa alienazione del male collettivo che è sempre pronto ad utilizzare le risorse materiali nella lotta sterminatrice degli uomini contro gli uomini, delle nazioni contro le nazioni.
5. All'origine dell'Unesco, come anche alla base della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo si trovano dunque questi primi nobili impulsi della coscienza umana, dell'intelligenza e della volontà. Io mi richiamo a questa origine, a questo inizio, a queste premesse e a questi primi principi. E in loro nome che vengo oggi a Parigi, nella sede della vostra organizzazione, con una preghiera: che al termine d'una tappa di più di trent'anni delle vostre attività, voi vogliate unirvi ancora di più attorno a questi ideali e principi che ci furono all'inizio. E in loro nome anche che mi permetterò ora di proporvi alcune considerazioni veramente fondamentali perché è solamente alla loro luce che risplende pienamente il significato di questa istituzione che ha per nome Unesco, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la Scienza e la Cultura.
6. «Genus humanum arte et ratione vivit» (cfr. S.Thomae «In Aristotelis "Post. Analyt."», 1). Queste parole di uno dei più grandi geni del cristianesimo, che fu nello stesso tempo un continuatore fecondo del pensiero antico, portano al di là del cerchio e del significato contemporaneo della cultura occidentale sia mediterranea che atlantica. Esse hanno un significato che si applica all'insieme dell'umanità in cui si incontrano le diverse tradizioni che costituiscono la sua eredità spirituale e le diverse epoche della sua cultura. Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d'Aquino, nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L'uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l'uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l'uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell'«esistere» e dell'«essere» dell'uomo. L'uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell'esistenza umana. Nell'unità della cultura, come modo proprio dell'esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l'uomo vive. In questa pluralità, L'uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l'unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere.
7. L'uomo che, nel mondo visibile, è l'unico soggetto ontico della cultura, è anche il suo unico oggetto e il suo termine. La cultura è ciò per cui l'uomo in quanto uomo diventa più uomo, «è» di più, accede di più all'«essere». E' qui anche che si fonda la distinzione capitale fra ciò che l'uomo è e ciò che egli ha, fra l'essere e l'avere. La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l'uomo, mentre la sua relazione a ciò che egli ha, al suo «avere», è non soltanto secondaria, ma del tutto relativa. Tutto l'«avere» dell'uomo non è importante per la cultura, non è un fattore creatore della cultura se non nella misura in cui l'uomo, con la mediazione del suo «avere», può nello stesso tempo «essere» più pienamente come uomo in tutte le dimensioni della sua esistenza, in tutto ciò che caratterizza la sua umanità. L'esperienza delle diverse epoche, senza escludere la presente, dimostra che si pensa alla cultura e che se ne parla anzitutto in relazione alla natura dell'uomo e solo in modo secondario e indiretto in relazione al mondo delle sue produzioni. Questo non toglie nulla al fatto che noi giudichiamo il fenomeno della cultura a partire da ciò che l'uomo produce o che noi traiamo da questo nello stesso tempo delle conclusioni sull'uomo. Tale approccio - modo tipico di processo di conoscenza «a posteriori» - contiene in sé la possibilista di risalire, in senso opposto, verso le dipendenze ontico-causali. L'uomo, e solo l'uomo, è «autore» o «artefice» della cultura; l'uomo, e solo l'uomo, si esprime in essa ed in essa trova il suo proprio equilibrio.
8. Noi tutti qui presenti ci incontriamo sul terreno della cultura, realtà fondamentale che ci unisce e che è alla base dell'istituzione e delle finalità dell'Unesco. Ci incontriamo per lo stesso fatto intorno all'uomo e in un certo senso, in lui, nell'uomo. Quest'uomo che si esprime e si oggettivizza nella e mediante la cultura, è unico, completo e indivisibile. Egli è allo stesso tempo soggetto e artefice della cultura. Non lo si può quindi considerare unicamente come la risultante di tutte le condizioni concrete della sua esistenza, come la risultante - per non citare che un esempio - delle relazioni di produzione che prevalgono ad un'epoca determinata. Questo criterio delle relazioni di produzione non sarebbe allora in nessun modo una chiave per la comprensione della storicità dell'uomo, per la comprensione della sua cultura e delle molteplici forme del suo sviluppo? Certo, questo criterio costituisce bene una chiave, ed anche una chiave preziosa, ma non è la chiave fondamentale, costitutiva. Le culture umane riflettono, non c'è dubbio, i diversi sistemi delle relazioni della produzione; tuttavia non è questo o quel sistema che è all'origine della cultura, ma è l'uomo, L'uomo che vive nel sistema, che l'accetta o che cerca di cambiarlo. Non si può pensare una cultura senza soggettività umana e senza causalità umana; ma nell'ambito culturale, l'uomo è sempre il fatto primario: l'uomo è il fatto primordiale e fondamentale della cultura. E questo l'uomo lo è sempre nella sua totalità: nell'insieme integrale della sua soggettività spirituale e materiale. Se la distinzione fra cultura spirituale e cultura materiale è giusta in funzione del carattere e del contenuto dei prodotti nei quali la cultura si manifesta, bisogna constatare nello stesso tempo che, da una parte, le opere della cultura materiale fanno apparire sempre una «spiritualizzazione» della materia, una sottomissione dell'elemento materiale alle forze spirituali dell'uomo, vale a dire, alla sua intelligenza e alla sua volontà, e che, d'altra parte, le opere della cultura spirituale manifestano, in una maniera specifica, una «materializzazione» dello spirito, una incarnazione di ciò che è spirituale. Nelle opere culturali, questa duplice caratteristica sembra essere ugualmente primordiale ed ugualmente permanente. Ecco dunque, a guisa di conclusione teorica, una base sufficiente per comprendere la cultura attraverso l'uomo integrale, attraverso tutta la realtà della sua soggettività. Ecco anche - nell'ambito dell'agire - la base sufficiente per cercare sempre nella cultura l'uomo integrale, l'uomo tutto intero, in tutta la verità della sua soggettività spirituale e corporale; la base che è sufficiente per non sovrapporre alla cultura - sistema autenticamente umano, sintesi splendida dello spirito e del corpo - delle divisioni e delle opposizioni preconcette. Di fatto, che si tratti di una assolutizzazione della materia nella struttura del soggetto umano, o, inversamente, di una assolutizzazione dello spirito in questa stessa struttura, né l'una né l'altra esprimono la verità dell'uomo e non servono la sua cultura.
9. Vorrei fermarmi qui ad un'altra considerazione essenziale, ad una realtà di un ordine ben diverso. Possiamo accostarla notando il fatto che la santa Sede è rappresentata all'Unesco dal suo osservatore permanente, la cui presenza si situa nella prospettiva della natura stessa della sede apostolica. Questa presenza è, in un modo più ampio ancora, in consonanza con la natura e la missione della Chiesa cattolica e, indirettamente, con quella di tutto il cristianesimo. Colgo l'occasione che mi è offerta oggi per esprimere una convinzione personale profonda. La presenza della sede apostolica presso la vostra organizzazione - benché motivata dalla sovranità specifica della santa Sede - trova soprattutto la sua ragion d'essere nel legame organico e costitutivo che esiste fra la religione in generale e il cristianesimo in particolare da una parte, e la cultura dall'altra. Questa relazione si estende alle molteplici realtà che bisogna definire come espressioni concrete della cultura nelle diverse epoche della storia e in tutti i punti del globo. Non sarà certo esagerato affermare in particolare che, attraverso una moltitudine di fatti, l'Europa tutta intera - dall'Atlantico agli Urali - testimonia, nella storia di ogni nazione come in quella della comunità intera, il legame fra la cultura e il cristianesimo. Ricordando questo, non voglio in alcun modo diminuire l'eredità degli altri continenti, né la specificità e il valore di quella stessa eredità che deriva da altre fonti di ispirazione religiosa, umana ed etica. Ben di più, a tutte le culture dell'insieme della famiglia umana, dalle più antiche a quelle che ci sono contemporanee, desidero rendere l'omaggio più profondo e sincero. E' pensando a tutte le culture che voglio dire ad alta voce qui, a Parigi, nella sede dell'Unesco, con rispetto e ammirazione. «Ecco l'uomo!». Voglio proclamare la mia ammirazione davanti alla ricchezza creatrice dello spirito umano, davanti ai suoi sforzi incessanti per conoscere e per affermare l'identità dell'uomo: di quest'uomo che è sempre presente in tutte le forme particolari di cultura.
10. Parlando invece del posto della Chiesa e della sede apostolica presso la vostra organizzazione, non penso soltanto a tutte le opere della cultura nelle quali, nel corso dei due ultimi millenni, si è espresso l'uomo che ha accettato Cristo e il Vangelo, né alle istituzioni di diverse specie che sono nate dalla stessa ispirazione nell'ambito dell'educazione, dell'istruzione, della beneficenza, dell'assistenza sociale e in tanti altri. Penso soprattutto, signore e signori, al legame fondamentale del Vangelo, ossia del messaggio di Cristo e della Chiesa, con l'uomo nella sua stessa umanità. Questo legame è in effetti creatore della cultura nel suo fondamento stesso. Per creare la cultura, bisogna considerare, fino alle sue ultime conseguenze e integralmente, l'uomo come un valore particolare e autonomo, come il soggetto portatore della trascendenza della persona. Bisogna affermare l'uomo per se stesso e non per qualche altro motivo o ragione: unicamente per se stesso! Ancor più, bisogna amare l'uomo perché è uomo, bisogna rivendicare l'amore per l'uomo in ragione della dignità particolare che egli possiede. L'insieme delle affermazioni concernenti l'uomo appartiene alla sostanza stessa del messaggio di Cristo e della missione della Chiesa, malgrado tutto ciò che gli spiriti critici hanno potuto dichiarare in materia, e tutto ciò che hanno potuto fare le diverse correnti opposte alla religione in generale e al cristianesimo in particolare. Nel cuore della storia, noi siamo già stati più di una volta e siamo ancora i testimoni d'un processo, d'un fenomeno molto significativo. Là dove sono state soppresse le istituzioni religiose, dove le idee e le opere nate dall'ispirazione religiosa e, in particolare, dalla ispirazione cristiana, sono state private del loro diritto di cittadinanza, gli uomini ritrovano di nuovo questi stessi dati, fuori dalle strade istituzionali, col confronto che si opera, nella verità e nello sforzo interiore, fra ciò che costituisce la loro umanità e ciò che è contenuto nel messaggio cristiano. Signore e signori, mi vorrete perdonare questa affermazione. Proponendola, non ho voluto offendere assolutamente nessuno. Vi prego di comprendere che, in nome di ciò che sono, non potevo astenermi di dare questa testimonianza. Essa porta anche in sé quella verità - che non può essere passata sotto silenzio - sulla cultura, se si cerca in essa tutto ciò che è umano, ciò in cui l'uomo si esprime o mediante il quale vuol essere il soggetto della propria esistenza. Parlandone, volevo nello stesso tempo manifestare ancor più la mia gratitudine per i legami che uniscono l'Unesco alla sede apostolica, legami di cui la mia presenza oggi vuol essere una espressione particolare.
11. Da tutto questo deriva un certo numero di conclusioni fondamentali. In effetti, le considerazioni che ho fatto mostrano con evidenza che il compito primario ed essenziale della cultura in generale e anche di ogni cultura, è l'educazione. L'educazione consiste in sostanza nel fatto che l'uomo divenga sempre più umano, che possa «essere» di più e non solamente che possa «avere» di più, e che, di conseguenza, attraverso tutto ciò che egli «ha», tutto ciò che egli «possiede», sappia sempre più pienamente, «essere» uomo. Per questo bisogna che l'uomo sappia «essere più» non solo «con gli altri», ma anche «per gli altri». L'educazione ha un'importanza fondamentale per la formazione dei rapporti interumani e sociali. A questo punto, tocco anche un insieme di assiomi, sul terreno dei quali le tradizioni del cristianesimo derivate dal Vangelo incontrano l'esperienza educativa di molti uomini ben disposti e profondamente saggi, tanto numerosi in tutti i secoli della storia. Non mancano neppure nella nostra epoca questi uomini che si rivelano grandi semplicemente per la loro umanità, che sanno dividere con gli altri, in particolare con i giovani. Nello stesso tempo, i sintomi di crisi di ogni genere, di fronte ai quali soccombono gli ambienti e le società, che, per altro verso, sono i più provveduti - crisi che investono prima di tutto le giovani generazioni - fanno a gara nel testimoniare che l'opera di educazione dell'uomo non si compie soltanto con l'aiuto delle istituzioni né solo con l'aiuto di mezzi organizzati e materiali, per quanto eccellenti siano. Essi mostrano anche che il più importante è sempre l'uomo, l'uomo e la sua autorità morale, che deriva dalla verità dei suoi principi e dalla conformità delle sue azioni con questi principi.
12. In quanto organizzazione mondiale di massima competenza in tutti i problemi della cultura, l'Unesco non può ignorare questi altri problemi assolutamente primordiali: che fare perché l'educazione dell'uomo si realizzi soprattutto nella famiglia? Quale è lo stato della moralità pubblica che assicurerà alla famiglia e soprattutto ai genitori, l'autorità morale necessaria a questo fine? Quale tipo d istruzione? Quale forma di legislazione sostiene questa autorità o, al contrario, l'indebolisce o la distrugge? Le cause di successo e di insuccesso nella formazione dell'uomo mediante la sua famiglia si situano sempre all'interno stesso dell'ambiente creatore fondamentale della cultura che è la famiglia ed anche a un livello superiore, quello della competenza dello Stato e dei suoi organi da cui esse restano dipendenti. Questi problemi non possono non provocare riflessione e sollecitudine nel foro dove si incontrano i rappresentanti qualificati dello Stato. Non c'è dubbio che il fatto culturale primario è fondamentale è l'uomo spiritualmente maturo, vale a dire pienamente educato, l'uomo capace di educare se stesso e di educare gli altri. Non c è dubbio neppure che la dimensione primaria e fondamentale della cultura è la sana moralità: la cultura morale.
13. Certo, si trovano in questo ambito numerosi problemi particolari, ma l'esperienza mostra che tutto resta e che questi problemi si situano in sistemi evidenti di dipendenza reciproca. Per esempio, nell'insieme del processo dell'educazione, dell'educazione scolastica in particolare, non è forse avvenuto uno spostamento unilaterale verso l'istruzione nel senso stretto della parola? Se si considerano le proporzioni assunte da questo fenomeno, come l'accrescimento sistematico dell'istruzione che si riferisce unicamente a ciò che l'uomo possiede, non è l'uomo stesso che si trova sempre più messo in ombra? Questo trascina allora con sé una vera alienazione dell'educazione: invece di operare in favore di ciò che l'uomo deve «essere», essa lavora unicamente in favore di ciò di cui l'uomo può servirsi nell'ambito dell'«avere», del «possesso». La tappa ulteriore di questa alienazione è di abituare l'uomo, privandolo della sua propria soggettività, ad essere oggetto di molteplici manipolazioni: le manipolazioni ideologiche o politiche che si fanno attraverso l'opinione pubblica; quelle che si operano attraverso il monopolio o il controllo, dalle forze economiche o dai poteri politici, dai mezzi di comunicazione sociale; la manipolazione, infine, che consiste nel presentare la vita come manipolazione specifica di se stessi. Sembra che da tali danni in materia di educazione siano minacciate soprattutto le società di civilizzazione tecnica più sviluppata. Queste società si trovano davanti la crisi specifica dell'uomo che consiste in una mancanza crescente di fiducia nei confronti della propria umanità, del significato del fatto d'essere uomo e dell'affermazione e della gioia che ne derivano e che sono sorgente di creazione. La civiltà contemporanea tenta d'imporre all'uomo una serie di imperativi apparenti che i loro portavoce giustificano ricorrendo al principio dello sviluppo e del progresso. Così, per esempio, al posto del rispetto della vita, l'«imperativo» di sbarazzarsi della vita e di distruggerla; al posto dell'amore, che è comunione responsabile di persone, l'«imperativo» del massimo di godimento sessuale al di fuori da ogni senso di responsabilità; al posto del primato della verità nell'azione, il «primato» del comportamento in voga, del soggettivo e del successo immediato. In tutto questo si esprime indirettamente una grande rinuncia sistematica alla sana ambizione che è l'ambizione di essere uomo. Non facciamoci illusioni: il sistema formato sulla base di questi falsi imperativi, di queste rinunce fondamentali, può determinare l'avvenire dell'uomo e l'avvenire della cultura.
14. Se, in nome dell'avvenire della cultura, bisogna proclamare che l'uomo ha il diritto di «essere» di più e se per la stessa ragione bisogna esigere un sano primato della famiglia nell'insieme dell'opera di educazione dell'uomo a una vera umanità, bisogna anche porre nella stessa linea il diritto della nazione; bisogna porre anch'essa alla base della cultura e dell'educazione. La nazione è in effetti la grande comunità degli uomini che sono uniti per diversi legami, ma, soprattutto, dalla cultura. La nazione esiste «mediante» la cultura e «per» la cultura, ed essa è dunque la grande educatrice degli uomini perché essi possano «essere di più» nella comunità. Essa è quella comunità che possiede una storia che sorpassa la storia dell'individuo e della famiglia. E' anche in questa comunità, in funzione della quale ogni famiglia educa, che la famiglia comincia la sua opera di educazione nella cosa più semplice, la lingua, permettendo così all'uomo che è ai suoi primi passi, d'imparare a parlare per diventare membro della comunità che è la sua famiglia e la sua nazione. In tutto ciò che io proclamo ora e che svilupperò ancora di più, le mie parole traducono un'esperienza particolare, una testimonianza nel suo genere. Io sono figlio di una nazione, che ha vissuto le più grandi esperienza della storia, che i suoi vicini hanno condannato a morte a più riprese, ma che è sopravvissuta e che è rimasta se stessa. Essa ha conservato la sua identità ed ha conservato, nonostante le spartizioni e le occupazioni straniere, la sua sovranità nazionale, non appoggiandosi sulle risorse della forza fisica, ma unicamente appoggiandosi sulla sua cultura. Questa cultura si è rivelata all'occorrenza d'una potenza più grande di tutte le altre forze. Quello che io dico qui in ordine al diritto della nazione, al fondamento della sua cultura e del suo avvenire non è «eco» di alcun nazionalismo, ma si tratta sempre di un elemento stabile dell'esperienza umana e delle prospettive umane dello sviluppo dell'uomo. Esiste una sovranità fondamentale della società che si manifesta nella cultura della nazione. Si tratta della sovranità per la quale, allo stesso tempo, l'uomo è supremamente sovrano. E quando mi esprimo così penso ugualmente, con un'emozione interiore profonda, alle culture di tanti popoli antichi che non hanno ceduto quando si sono trovati di fronte alle civiltà degli invasori ed esse restano ancora per l'uomo la fonte del suo «essere» uomo nella verità interiore della sua umanità. Penso anche con ammirazione alle culture delle nuove società, di quelle che si svegliano alla vita nella comunità della propria nazione - come la mia nazione si è svegliata alla vita dieci secoli fa - e che lottano per conservare la loro propria identità e i loro propri valori contro le influenze e le pressioni dei modelli preposti dall'esterno.
15. Indirizzandomi a voi, signore e signori che vi riunite in questo luogo da oltre trent'anni, ora, in nome del primato delle realtà culturali del luogo, delle comunità umane, dei popoli e delle nazioni, vi dico: vigilate, con tutti i mezzi a vostra disposizione, su questa sovranità fondamentale che possiede ogni nazione in virtù della sua propria cultura. Proteggetela come la pupilla dei vostri occhi per l'avvenire della grande famiglia umana. Proteggetela! Non permettete che questa sovranità fondamentale diventi la preda di qualche interesse politico o economico. Non permettete che diventi vittima dei totalitarismi, degli imperialismi o delle egemonie, per i quali l'uomo non conta che come oggetto di dominazione e non come soggetto della sua propria esistenza umana. Per essi anche la nazione - la loro propria nazione o le altre - non conta che come oggetto di dominazione ed esca di interessi diversi, e non come soggetto: il soggetto della sovranità che proviene dalla cultura autentica che le appartiene in proprio. Non ci sono forse sulla carta d'Europa e del mondo delle nazioni che hanno una meravigliosa sovranità storica che proviene dalla loro cultura e che sono tuttavia e allo stesso tempo private della loro piena sovranità? Non è questo un punto importante per l'avvenire delle cultura umana, importante soprattutto nella nostra epoca, quando è quanto urgente eliminare i resti del colonialismo?
16. Questa sovranità che esiste e che trae la sua origine dalla cultura propria della nazione e della società, dal primato della famiglia nell'opera dell'educazione ed infine dalla dignità personale di ogni uomo, deve restare il criterio fondamentale nella maniera di trattare quel problema importante per l'umanità d'oggi che è il problema dei mezzi di comunicazione sociale (dell'informazione che è loro legata e anche di ciò che si chiama la «cultura di massa»). Visto che questi mezzi sono i mezzi «sociali» della comunicazione, non possono essere mezzi di dominazione sugli altri da parte di agenti del potere politico come di quello delle potenze finanziarie che impongono il loro programma e il loro modello. Essi devono diventare il mezzo - e che mezzo importante! - di espressione di quella società che si serve di loro e che ne assicura anche l'esistenza. Essi devono tener conto dei veri bisogni di quella società. Essi devono tener conto della cultura della nazione e della sua storia. Devono rispettare la responsabilità della famiglia nell'ambito dell'educazione. Devono tener conto del bene dell'uomo, della sua dignità. Non possono essere sottomessi al criterio dell'interesse, del sensazionale e del successo immediato, ma tenendo conto delle esigenze dell'etica, devono servire alla costruzione di una vita «più umana».
17. «Genus humanum arte et ratione vivit». Si afferma in fondo che l'uomo è se stesso mediante la verità, e diventa sempre più se stesso mediante la conoscenza sempre più perfetta della verità. Vorrei qui rendere omaggio, signore e signori, a tutti i meriti della vostra organizzazione e nello stesso tempo all'impegno e a tutti gli sforzi degli Stati e delle istituzioni che voi rappresentate, sulla via della popolarizzazione della istruzione a tutti i gradi e a tutti i livelli, sulla via dell'eliminazione dell'analfabetismo che significa la mancanza di ogni istruzione anche la più elementare, mancanza dolorosa non solo dal punto di vista della cultura elementare degli individui e degli ambienti, ma anche dal punto di vista del progresso socio-economico. Ci sono degli indici inquietanti di ritardo in questo ambito, legati ad una distribuzione dei beni spesso radicalmente ineguale e ingiusta: pensiamo alle situazioni nelle quali esistono, accanto ad una oligarchia plutocratica poco numerosa, moltitudini di cittadini affamati che vivono nella miseria. Questo ritardo può essere eliminato non per la via di lotte sanguinarie per il potere, ma soprattutto per la via dell'alfabetizzazione sistematica attraverso la diffusione e la popolarizzazione dell'istruzione. Uno sforzo così orientato è necessario se si desidera operare per i cambiamenti che s'impongono nell'ambito socio-economico. L'uomo che «è più» grazie anche a ciò che «ha» e a ciò che «possiede», deve saper possedere, vale e dire disporre e amministrare i mezzi che possiede, per il suo bene proprio e per il bene comune. Per questo fine l'istruzione è indispensabile.
18. Il problema dell'istruzione è sempre stato strettamente legato alla missione della Chiesa. Nel corso dei secoli essa ha fondato scuole di ogni grado; ha dato i natali alle università medievali in Europa: a Parigi come a Bologna, a Salamanca come a Heidelberg, a Cracovia come a Lovanio. Nella nostra epoca, essa offre pure lo stesso contributo ovunque la sua attività in questo ambito è richiesta e rispettata. Che mi sia permesso di rivendicare in questo luogo per le famiglie cattoliche il diritto che appartiene a tutte le famiglie di educare i loro figli nelle scuole che corrispondono alla loro visione del mondo, ed in particolare lo stretto diritto dei genitori credenti a non vedere i loro figli sottoposti, nelle scuole, a programmi ispirati all'ateismo. Si tratta in effetti di diritti fondamentali dell'uomo e della famiglia.
19. Il sistema d'insegnamento è legato organicamente al sistema dei diversi orientamenti dati al modo di praticare e di rendere popolare la scienza. Fatto a cui servono gli istituti di insegnamento ad alto livello, le università ed anche, visto lo sviluppo attuale della specializzazione e dei metodi scientifici, gli istituti specializzati. Si tratta di istituzioni di cui sarebbe difficile parlare senza un'emozione profonda. Esse sono le banche del lavoro, presso le quali la vocazione dell'uomo alla conoscenza, come il legame costitutivo dell'umanità con la verità come scopo della conoscenza, diventano una realtà quotidiana, in un certo senso il pane quotidiano di tanti insegnanti, corifei venerati della scienza e, attorno a loro, di giovani ricercatori votati alla scienza e alle sue applicazioni, come pure della moltitudine di studenti che frequentano questi centri della scienza e della conoscenza. Noi ci troviamo a questo punto come sui gradini più alti della scala che l'uomo, dopo l'inizio, sale verso la conoscenza della realtà del mondo che lo circonda e verso quella del mistero della sua umanità. Questo processo storico ha raggiunto nella nostra epoca delle possibilità prima sconosciute; esso ha aperto all'intelligenza umana degli orizzonti finora insospettati. Sarebbe difficile entrare a questo punto nel dettaglio perché, sul cammino della conoscenza, gli orientamenti della specializzazione sono tanto numerosi come è ricco lo sviluppo della scienza.
20. La vostra organizzazione è un luogo di incontro, d'un incontro che ingloba nel suo ampio seno tutto l'ambito tanto essenziale della cultura umana. Questo auditorio è quindi il luogo più indicato per salutare tutti gli uomini di scienza e di rendere omaggio particolarmente a coloro che sono qui presenti e che hanno ottenuto per il loro lavoro il più alto riconoscimento e i più eminenti meriti mondiali. Mi sia permesso di esprimere loro i più sinceri auguri che, non dubito, raggiungeranno il pensiero e il cuore dei membri di questa augusta assemblea. Tanto ci edifica nel lavoro scientifico - ci edifica ed anche ci allieta profondamente - questa marcia della conoscenza disinteressata della verità che lo scienziato serve con la massima dedizione e talvolta a rischio della salute e perfino della vita, altrettanto deve preoccuparci tutto ciò che contraddice i principi di disinteresse e di oggettività, tutto ciò che farebbe della scienza uno strumento per conseguire fini che non hanno niente a vedere con essa. Sì, noi dobbiamo preoccuparci di tutto ciò che propone e presuppone solo scopi non scientifici esigendo uomini di scienza che si mettano a loro servizio senza permettere loro di giudicare e di decidere, in tutta indipendenza di spirito, dell'onestà umana ed etica di tali scopi o minacciandoli di portarne le conseguenze quando essi si rifiutano di contribuire. Questi scopi non scientifici di cui parlo, questo problema che pongo hanno bisogno di prove o di commenti? Voi sapete a che cosa mi riferisco; basti alludere al fatto che fra coloro che furono citati davanti ai tribunali internazionali alla fine dell'ultima guerra mondiale, vi furono anche uomini di scienza. Signore e signori, vi prego di perdonarmi queste parole, ma io non sarei fedele ai doveri del mio incarico se non le pronunciassi, non per tornare sul passato, ma per difendere l'avvenire della scienza e della cultura umana; più ancora per difendere l'avvenire dell'uomo e del mondo! Penso che Socrate, che, nella sua rettitudine poco comune, ha potuto sostenere che la scienza è allo stesso tempo virtù morale, dovrebbe respingere la sua certezza se potesse considerare le esperienze del nostro tempo.
21. Ci rendiamo conto, signore e signori, che l'avvenire dell'uomo e del mondo è minacciato, radicalmente minacciato, a dispetto delle intenzioni, certamente nobili, dell'uomo di cultura, dell'uomo di scienza. Ed è minacciato perché i meravigliosi risultati delle sue ricerche e delle sue scoperte, soprattutto nell'ambito delle scienze della natura, sono state e continuano ad essere utilizzate - a pregiudizio dell'imperativo etico - per dei fini che non hanno niente a che vedere con le esigenze della scienza e perfino a fini di distruzione e di morte, e questo ad un grado mai conosciuto fino ad oggi, causando dei danni veramente inimmaginabili. Allorché la scienza è chiamata ad essere al servizio della vita dell'uomo, si constata troppo sovente che essa è asservita a scopi che sono distruttori della vera dignità dell'uomo e della vita umana. E' il caso della ricerca scientifica quando è orientata verso questi scopi o quando i suoi risultati sono applicati a fini contrari al bene dell'umanità. Questo si verifica tanto nell'ambito della manipolazione genetica e della sperimentazione biologica che in quello degli armamenti chimici, batteriologici e nucleari. Due considerazioni mi guidano a sottoporre particolarmente alla vostra riflessione la minaccia nucleare che pesa sul mondo d'oggi e che, se non è scongiurata, potrebbe condurre alla distruzione dei frutti della cultura, dei prodotti della civiltà elaborati attraverso i secoli da generazioni successive di uomini che hanno creduto nel primato dello spirito e che non hanno risparmiato né i loro sforzi né le loro fatiche. La prima considerazione è questa. Ragioni geopolitiche, problemi economici di dimensione mondiale, terribili incomprensioni, orgogli nazionali feriti, il materialismo della nostra epoca e la decadenza dei valori morali hanno condotto il nostro mondo ad una situazione d'instabilità, a un equilibrio fragile, che rischia d'esser distrutto da un momento all'altro in seguito ad errori di giudizio, d'informazione o d'interpretazione. Un'altra considerazione si aggiunge a questa inquietante prospettiva. Si può, ai nostri giorni, essere ancora sicuri che la rottura dell'equilibrio non porterà alla guerra e a una guerra che non esiterebbe a ricorrere alle armi nucleari? Fino ad oggi si è detto che le armi nucleari hanno costituito una forza di dissuasione che ha impedito lo scoppio di una guerra più grande, ed è probabilmente vero. Ma ci si può nello stesso tempo chiedere se sarà sempre così. Le armi nucleari di qualsiasi ordine di grandezza o di qualsiasi tipo siano, si perfezionano ogni anno di più e si aggiungono all'arsenale di un numero crescente di paesi. Come si potrà essere sicuri che l'uso delle armi nucleari, anche ai fini di difesa nazionale o in conflitti limitati, non trascinerà con sé una scalata inevitabile portando a una distruzione che l'umanità non potrà mai né prendere in considerazione, né accettare? Ma non è a voi, uomini di scienza e di cultura, che devo domandare di non chiudere gli occhi su ciò che una guerra nucleare può rappresentare per l'umanità intera (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Homilia Calendis Ianuariis habita, die paci fovendae terdecies dicato», die 1 ian. 1980: vide «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», III,1 [1980] 3ss)
22. Signore e signori, il mondo non potrà proseguire a lungo su questa via. All'uomo che ha preso coscienza della situazione e della posta in gioco, che si ispira anche al senso elementare delle responsabilità che incombono a ciascuno, una convinzione s'impone, che è allo stesso tempo un'imperativo morale: bisogna mobilitare le coscienze! Bisogna aumentare gli sforzi delle coscienze umane nella misura della tensione tra il bene e il male alla quale sono sottoposti gli uomini alla fine del XX secolo. Bisogna convincersi della priorità dell'etica sulla tecnica, del primato della persona sulle cose, della superiorità dello spirito sulla materia (cfr. Ioannis Pauli PP II «Redemptor Hominis», 16). La causa dell'uomo sarà servita se la scienza si allea alla coscienza. L'uomo di scienza aiuterà veramente l'umanità se conserverà il «senso della trascendenza dell'uomo sul mondo e di Dio sull'uomo» (Ioannis Pauli PP. II «Allocutio in Aula Regia Palatii Vaticani habita, occasione oblata saeculi expleti ab obitu Alberti Einstein», 4, die 10 nov. 1979: «Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II,2 [1979] 1109). Così, cogliendo l'occasione della mia presenza oggi nella sede dell'Unesco io, figlio dell'umanità e Vescovo di Roma, mi indirizzo direttamente a voi, uomini di scienza, a voi che siete qui riuniti, a voi che siete le più alte autorità in tutti gli ambienti della scienza moderna. E mi indirizzo, attraverso voi, ai vostri colleghi e amici di tutti i paesi e di tutti i continenti.
Mi indirizzo a voi in nome di questa terribile minaccia che pesa sull'umanità e, allo stesso tempo, in nome dell'avvenire e del bene di questa umanità del mondo intero. E vi supplico: dispieghiamo tutti gli sforzi per instaurare e rispettare, in tutti gli ambiti della scienza, il primato dell'etica. Dispieghiamo soprattutto i nostri sforzi per preservare la famiglia umana dall'orribile prospettiva della guerra nucleare! Ho toccato questo argomento davanti all'assemblea generale dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, a New York il 2 ottobre dell'anno scorso. Ne parlo oggi a voi. Mi indirizzo alla vostra intelligenza e al vostro cuore, al di sopra delle passioni, delle ideologie e delle frontiere. Mi indirizzo a tutti coloro che, per il loro potere politico o economico, potrebbero essere e sono sovente condotti ad imporre agli uomini di scienza le condizioni del loro lavoro e il loro orientamento. Mi indirizzo prima di tutto ad ogni uomo di scienza individualmente e a tutta la comunità scientifica internazionale. Tutti insieme voi siete una potenza enorme: la potenza delle intelligenze e delle coscienze! Mostratevi più potenti dei più potenti del nostro mondo contemporaneo! Decidetevi a dar prova della più nobile solidarietà con l'umanità: quella che è fondata sulla dignità della persona umana. Costruite la pace cominciando dal fondamento: il rispetto di tutti i diritti dell'uomo, quelli che sono legati alla sua dimensione materiale ed economica come quelli che sono legati alla dimensione spirituale e interiore della sua esistenza in questo mondo.
Possa ispirarvi la saggezza. Possa guidarvi l'amore, quell'amore che soffocherà la minaccia crescente dell'odio e della distruzione! Uomini di scienza, impegnate tutta la vostra autorità morale per salvare l'umanità dalla distruzione nucleare.
23. Mi è stato dato di realizzare oggi uno dei desideri più vivi del mio cuore. Mi è stato dato di entrare, proprio qui, all'interno dell'areopago che è quello del mondo intero. Mi è stato dato di dire a voi tutti, membri della Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, a voi che lavorate per il bene e per la riconciliazione degli uomini e dei popoli attraverso tutti gli ambiti della cultura, dell'educazione, della scienza e dell'informazione, di dirvi e di gridarvi dal fondo dell'anima: Sì! l'avvenire dell'uomo dipende dalla cultura! Sì! la pace del mondo dipende dal primato dello spirito. Sì! l'avvenire pacifico dell'umanità dipende dall'amore. Il vostro contributo personale, signore e signori, è importante, è vitale. Esso si attua nell'approccio corretto dei problemi, alla soluzione dei quali consacrate il vostro servizio. La mia parola finale è questa: Non cessate. Continuate. Continuate sempre.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
10 ottobre 1980

Al Congresso "Evangelizzazione e Ateismo" Eminenza, eccellenze, monsignore, cari fratelli e sorelle.
1. Vi ringrazio delle vostre parole. Come è facile constatare, l’ateismo è senza dubbio, uno dei fenomeni più grandi, e bisogna anche dire, il dramma spirituale della nostra epoca (cf. Gaudium et Spes, 19).
Inebriato dal turbine delle sue scoperte, assicurato da un progresso scientifico e tecnico apparentemente senza limiti, l’uomo moderno si scopre inesorabilmente messo di fronte al suo destino: “A che scopo andare sulla luna - secondo l’espressione di uno degli uomini di cultura più prestigiosi della nostra epoca -, se è per suicidarsi?” (André Malraux, “Préface” à L’enfant du rire de P. Bockel, Grasset).
Cos’è la vita? Cos’è l’amore? Cos’è la morte? Da quando vi sono uomini che pensano, queste domande fondamentali non hanno cessato di impegnare il loro spirito. Da millenni, le grandi religioni si sono sforzate di fornire le loro risposte. L’uomo stesso, non appare, allo sguardo penetrante dei filosofi, nel suo essere, indissolubilmente “homo faber”, “homo ludens”, “homo sapiens”, “homo religiosus”? E non è a quest’uomo che la Chiesa di Gesù Cristo intende proporre la buona novella della salvezza, portatrice di speranza per tutti, attraverso il flusso delle generazioni e il riflusso delle civilizzazioni?
2. Ma ecco che, in una gigantesca sfida, l’uomo moderno, dopo il rinascimento, si è eretto contro questo messaggio di salvezza, e si è messo a rifiutare Dio nel nome della sua stessa dignità di uomo. Dapprima riservato a un piccolo gruppo di spiriti, l’“intellighentia” che si considerava come un’élite, l’ateismo è oggi divenuto un fenomeno di massa che investe le Chiese. Molto di più, esso le compenetra dall’interno, come se i credenti stessi, ivi compresi coloro che si rifanno a Gesù Cristo, trovassero in sé una segreta connivenza rovinosa della fede in Dio, nel nome dell’autonomia e della dignità dell’uomo. Si tratta di un “vero secolarismo”, secondo l’espressione di Paolo VI nella sua esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”: “Una concezione del mondo per la quale quest’ultimo si spiega da solo, senza che ci sia bisogno di ricorrere a Dio; Dio divenuto così superfluo e ingombrante. Un tale secolarismo per riconoscere il potere dell’uomo, finisce dunque per sorpassare Dio, e anche per negare Dio” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 55).
3. Tale è il dramma spirituale del nostro tempo. La Chiesa non saprebbe prenderne parte. Essa intende, al contrario, affrontarlo coraggiosamente. Perché il Concilio è stato inteso al servizio dell’uomo, non dell’uomo astratto, considerato come un’entità teorica, ma dell’uomo concreto, esistenziale, alle prese con i suoi interrogativi e le sue speranze, i suoi dubbi e le sue stesse negazioni. È a quest’uomo che la Chiesa propone il Vangelo. Bisogna dunque che egli lo conosca, di quella conoscenza radicata nell’amore, che apre al dialogo nella chiarezza e nella confidenza tra gli uomini separati dalle loro convinzioni, ma convergenti nel loro stesso amore dell’uomo.
“L’umanesimo laico e profano, ha detto Paolo VI al tempo della chiusura del Concilio, è apparso nella sua terribile statura e ha in un certo senso sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo si è scontrata con la religione - perché ce n’è una - dell’uomo che si è fatto Dio. Che cosa ne è derivato? Uno choc, una lotta, un anatema? Tutto questo poteva capitare, ma non ha avuto luogo. La vecchia storia del samaritano è stata il modello della spiritualità del Concilio” (Paolo VI, Homilia in IX SS. Concilii sessione habita, die 7 dec. 1965: AAS 58 [1966] 55).
Io stesso, dalla tribuna delle Nazioni Unite, a New York, il 2 ottobre 1979, ho espresso questo augurio: “Il confronto tra la concezione religiosa del mondo e la concezione agnostica che è uno dei segni dei tempi, potrebbe conservare delle dimensioni umane leali e rispettose, senza portare danno ai diritti essenziali della coscienza di ogni uomo o di ogni donna che vive sulla terra” (Giovanni Paolo II, Allocutio ad Nationum Unitarum legatos, 20, die 2 oct. 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II,2 [1979] 538).
Tale è la convinzione del nostro umanesimo universale, che ci porta anche davanti a coloro che non condividono la nostra fede in Dio, in nome della loro fede nell’uomo - ed è questo il tragico fraintendimento da dissipare. A tutti, noi vogliamo dire con fervore: anche noi, quanto e più di voi, se ciò è possibile, abbiamo rispetto dell’uomo. Così noi vogliamo aiutarvi a scoprire e a condividere con noi la gioiosa novella dell’amore di Dio, di quel Dio che è la sorgente e il fondamento della grandezza dell’uomo, egli stesso figlio di Dio, e divenuto nostro fratello in Gesù Cristo.
4. Voglio dirvi, cari amici, quanto sia felice di queste giornate di studio che vi hanno radunato a Roma, all’università pontificia urbaniana, sotto gli auspici dell’istituto superiore per lo studio dell’ateismo, promotore del vostro congresso internazionale su “evangelizzazione e ateismo”. Con molto interesse, ho visto il programma che mi avete inviato. E ho rilevato con simpatia la presenza d’illustri professori e uomini di studio, che sono felice di ricevere qui. A dire il vero, è quasi un sentimento di vertigine che sale allo spirito, scoprendo l’ampiezza del campo considerato, e le linee di ricerca che voi vi avete tracciato: aspetti fenomenologico, storico, filosofico e teologico dell’ateismo contemporaneo.
Il fenomeno infatti ci assale da tutte le parti: dall’oriente all’occidente, dai paesi socialisti ai paesi capitalisti, dal mondo della cultura a quello del lavoro. Nessuna età della vita vi sfugge, dalla giovane adolescenza in preda al dubbio, alla vecchiaia aperta allo scetticismo, attraverso i sospetti e i rifiuti dell’età adulta. E non vi è nessun continente che ne è risparmiato.
E questo che ha condotto il mio predecessore Paolo VI, di venerata memoria, a erigere in seno alla curia romana, a fianco del segretariato per l’unità dei cristiani e per i non cristiani, un altro organismo votato, per vocazione, allo studio dell’ateismo e al dialogo con i non credenti (cf. Paolo VI, Regimini Ecclesiae Universae, die 15 aug. 1967: AAS 59 [1967] 920; Gaudium et Spes, 19-21 et 92). Infatti deve essere chiaro agli occhi di tutti che la Chiesa vuole essere in dialogo con tutti, ivi compresi coloro che si sono allontanati da essa e la rifiutano, tanto nelle loro convinzioni affermate e decise che nei loro comportamenti decisi e perfino militanti. Gli uni e gli altri del resto sono intimamente implicati. Le motivazioni suscitano l’azione. E l’agire, a sua volta, modella il pensiero.
5. Così è con riconoscenza che io accolgo le vostre riflessioni, per integrarle nel cammino pastorale della Chiesa in direzione di tutti coloro che, a titoli diversi, e in molti modi, certo, si rifanno poco o tanto all’ateismo multiforme del nostro tempo. Cosa c’è infatti all’apparenza di comune tra paesi in cui l’ateismo teorico, si potrebbe dire, è al potere, e altri al contrario la cui neutralità ideologica professata ricopre un vero ateismo pratico? Senza dubbio la convinzione che l’uomo è, da sé solo, il tutto dell’uomo (cf. Giovanni Paolo II, Homilia ad sacrorum alumnos in Seminario “Issy-les-Moulineaux” habita, die 1 iun. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III,1 [1980] 1594ss).
Certo, già il salmista andava ripetendo: “Insensati, coloro che dicono che non vi è alcun Dio” (Sal 14). E l’ateismo non è fenomeno d’oggi. Ma era come riservato alla nostra epoca di farne la teorizzazione sistematica, indebitamente pretesa scientifica, e di metterne in opera la pratica su scala di gruppi umani e anche di importanti paesi.
6. E nonostante ciò, come non riconoscerlo con ammirazione, l’uomo resiste davanti questi assalti ripetuti e questi fuochi incrociati dell’ateismo pragmatico, neopositivista, psicoanalitico, esistenzialista, marxista, strutturalista, nietzschiano... L’invasione delle pratiche e la destrutturazione delle dottrine, non impediscono, ma al contrario, perfino anche fanno sorgere, al cuore stesso dei regimi ufficialmente atei, come in seno a società chiamate consumistiche, un innegabile risveglio religioso. In questa situazione contrastante, c’è una vera sfida che la Chiesa deve affrontare, e un impegno gigantesco che deve realizzare, e per il quale essa ha bisogno della collaborazione di tutti i suoi figli: rendere di nuovo cultura la fede nei diversi spazi culturali del nostro tempo, reincarnare i valori dell’umanesimo cristiano.
Non è una richiesta pressante degli uomini della nostra epoca che, perfino disperatamente e come a tentoni, ricercano il senso del senso, il senso ultimo? A dispetto delle loro differenze di origine e di orientamento, le ideologie moderne si incontrano al crocevia dell’autosufficienza dell’uomo, senza che alcuna di esse riesca a colmare la sete di assoluto che lo attanaglia. Perché, “l’uomo supera infinitamente l’uomo”, come notava Pascal nei suoi “Pensieri”. È perciò che, dalla troppa sicurezza delle sue certezze, come dal vuoto delle sue domande, sempre risorge l’istanza di questo infinito di cui egli non può allontanare da sé l’immagine, anche quando egli la fugge: “Tu eri dentro di me. E io ero fuori da me stesso”, confessava già sant’Agostino (S. Agostino, Confessiones, X,27).
7. Nella sua enciclica “Ecclesiam Suam”, Paolo VI s’interrogava su questo fenomeno, vedendovi la via di un dialogo di salvezza: “Le ragioni dell’ateismo, impregnate di ansietà, colorate di passione e di utopia, ma spesso anche generose, ispirate da un sogno di giustizia e di progresso, tese verso finalità d’ordine sociale divinizzate: tante succedanee dell’assoluto e del necessario... Gli atei, noi li vediamo anche a volte mossi da nobili sentimenti, disgustati dalla mediocrità e dall’egoismo di tanti mezzi sociali contemporanei, e in grado di improntare al nostro Vangelo delle forme e un linguaggio di solidarietà e di compassione umana: saremo noi un giorno capaci di ricondurre alle loro vere origini, che sono cristiane, queste espressioni di valori morali?” (Paolo VI, Ecclesiam Suam, die 6 aug. 1964, Typ. Pol. Vat., pp. 66-67.). L’ateismo proclama la necessaria scomparsa di ogni religione, ma è esso stesso un fenomeno religioso. Non ne facciamo, pertanto, un credente che si ignora. E non riconduciamo quello che è un dramma profondo a un fraintendimento superficiale. Davanti a tutti i falsi dèi che rinascono senza posa dal progresso, dal divenire, dalla storia, sappiamo trovare il radicalismo dei primi di fronte agli idolatri del paganesimo antico, e ridire con san Giustino: “Certo, noi lo confessiamo, noi siamo gli atei di questi pretesi dèi” (S. Giustino, Apologia I, VI, n. 1).
8. Siamo dunque, in spirito e verità, dei testimoni del Dio vivente, portatori della sua tenerezza di padre al vuoto di un universo rinchiuso su se stesso e oscillante dall’orgoglio luciferino alla disperazione disingannata. Come in particolare non essere sensibili al dramma dell’umanesimo ateo, di cui l’ateismo e più precisamente l’anticristianesimo, schiaccia la persona umana che esso aveva voluto liberare dal pesante fardello di un Dio considerato come un oppressore? “Non è vero che l’uomo non possa organizzare la terra senza Dio. Quel che è vero, è che, senza Dio, egli non può in fin dei conti che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano” (Henry de Lubac, Le drame de l’humanisme athée, Spes, 1944, p. 12; Paolo VI, Populorum Progressio, 42). A quattro decenni di distanza, ciascuno può riempire queste indicazioni premonitrici di padre de Lubac, del peso tragico della storia della nostra epoca.
Quale invito a ritornare al cuore della nostra fede: “Il redentore dell’uomo Gesù Cristo, è il centro del cosmo e della storia”(Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, 1). Il crollo del deismo, la concezione profana della natura, la secolarizzazione della società, la spinta delle ideologie, l’emergenza delle scienze umane, le rotture strutturaliste, il ritorno dell’agnosticismo, e il crescere del neopositivismo tecnicistico non sono tante provocazioni per il cristiano a ritrovare in un mondo vecchio tutta la forza della novità del Vangelo, sempre nuovo, sorgente inesauribile di rinnovamento:•“Omnem novitatem attulit, semetipsum afferens?” E san Tommaso d’Aquino, a undici secoli di distanza, prolungava il motto di sant’Ireneo: “Christus initiavit nobis viam novam” (S. Tommaso, Summa Theologiae, I-IIae, q. 106, a. 4, ad 1). È al cristiano che spetta di darne testimonianza. Egli porta certo questo tesoro in vasi di argilla. Ma non per questo egli è meno chiamato a porre la luce sul candelabro, affinché essa rischiari tutti coloro che sono nella casa. È anche il ruolo della Chiesa, della quale il Concilio ci richiamava che essa è portatrice di colui che, solo, è “lumen gentium”. Questa testimonianza deve essere in una volta una testimonianza del pensiero e una testimonianza della vita. Poiché voi siete uomini di studio, io insisterò in conclusione sulla prima esigenza, la seconda infatti ci riguarda tutti.
9. Imparare a ben pensare era una risoluzione che si professava ieri volentieri. È sempre una necessità primaria per agire. L’apostolo non ne è dispensato. Quanti battezzati sono divenuti estranei a una fede che forse non hanno posseduto in se stessi veramente perché nessuno l’aveva loro ben insegnata! Per svilupparsi, il seme della fede ha bisogno di essere nutrito della parola di Dio, dei sacramenti, di tutto l’insegnamento della Chiesa e questo in un clima di preghiera. E, per raggiungere gli spiriti guadagnando i cuori, bisogna che la fede si presenti per ciò che essa è, e non sotto falsi rivestimenti. Il dialogo della salvezza è un dialogo di verità nella carità. Oggi, per esempio, le mentalità sono profondamente impregnate di metodi scientifici. Ora una catechesi insufficientemente informata della problematica delle scienze esatte come delle scienze umane, nella loro diversità, può accumulare ostacoli in una intelligenza, al posto di aprirvi il cammino all’affermazione di Dio. Ed è a voi, filosofi e teologi, che io mi rivolgo: cercate le vie per presentare il vostro pensiero in modo che sia di aiuto agli scienziati nel riconoscere la validità della vostra riflessione filosofica e religiosa. Perché ne va della credibilità, perfino della validità di questa riflessione, per molti spiriti influenzati, anche a loro insaputa, dalla mentalità scientifica con cui vengono a contatto mediante i mass-media. E già io mi rallegro che la prossima assemblea plenaria del segretariato per i non credenti nel marzo-aprile venturo approfondisca questo tema: “scienza e ateismo”.
Bisogna concludere. Di fronte, più che mai, al dramma dell’ateismo, la Chiesa intende oggi rinnovare il suo sforzo di pensiero e di testimonianza, nell’annuncio del Vangelo. Quando uno sciame di domande assedia lo spirito dell’uomo in preda alla modernità, il mistero dimora al di là dei problemi. E, come il Concilio Vaticano II ci ha insegnato, “il mistero dell’uomo non si chiarisce veramente che nel mistero del Verbo incarnato” (Gaudium et Spes, 22 § 1). Che il suo spirito di luce ispiri il vostro lavoro intellettuale e che il suo spirito di forza animi la vostra testimonianza di vita! Accompagno questo augurio e questa preghiera con la mia benedizione apostolica.

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