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ELENCO INCONTRI

  • 26 marzo "Luigi Giussani. La sfida dui un nuovo umanesimo Incontro con l'autore R. Di Ceglie


  • 20 Maggio Incontro con D. Giacomo Tantardini Presentazione libro "Il cuore e la grazia in sant'Agostino

  • 29° PELLEGRINAGGIO


  • "arte per mare">"ARTE PER MARE"

  • MEETING per l' AMICIZIA fra i POPOLI


  • Dottrina Sociale della Chiesa (Friuli V.G.)


  • IIstituto di Studi Storico-Politici Sammarinese

    Incontro col Prof. Luigi ALICI 1° marzo 2008

    MOSTRA Contemplazioni Castelsismondo

    3 maggio 2012 Presentazione del Volume di S. RE. Mons. Luigi Negri "Fede e Culture. Scritti scelti. Editoriale Jaca Book
    Roma Palazzo Cancelleria Sala Vasari
  • 26 Marzo 2008 Presentazione pubblica libro "L. Giussani. Una religione per l'uomo"

    Luigi Giussani La sfida di un nuovo umanesimo 26 Marzo 2008 ore 21,00
    Teatro degli Atti via Cairoli,40 RIMINI
    Presentazione del libro di Roberto Di Ceglie

    Relatori:
    S. E. Mons. Luigi NEGRI
    Prof. Roberto SANI
    Coordina:
    Prof. Nevio GENGHINI
    Presente l'autore

    Incontro promosso da:
    • Istituto Superiore di Scienze Religiose A. Marvelli
    • Centro culturale Il Portico del Vasaio

    • In collaborazione con:
    • Fondazione internazionale Giovanni Paolo II
    • per il Magistero Sociale della Chiesa

    • Con il patrocinio del
    • Comune di Rimini

    Incontro con Don Giacomo Tantardini - 20 maggio 2008

    Il cuore e la grazia in Sant' Agostino 20 maggio 2008 ore 21,00
    Sala del Castello di Domagnano RSM
    Presentazione del libro "Il cuore e la grazia in sant' Agostino"
    Introduce Sergio Belardinelli
    Interviene Giacomo Tantardini
    Saluto di S. E. Mons. Luigi Negri



    Il volume si presenta come una semplice trascrizione delle lezioni tenute nei tre anni accademici dal 2002 al 2005 presso l’Università degli Studi di Padova. Questa scrittura infatti ci è sembrata la più idonea a salvaguardare le “scintille” – per usare un’immagine cara a don Giussani – cioè le intuizioni suggerite da alcuni testi di sant’Agostino colte nel mentre scaturivano dalla lettura di essi. Fra l’altro questa scelta ha permesso di valorizzare anche le introduzioni e le conclusioni delle lezioni, così autorevoli e a loro volta spunto per ulteriori approfondimenti.
    Il volume, dunque, non avanza una pretesa sistematica, anche se riteniamo sia possibile rintracciare la logica che lo percorre e che i titoli, a cominciare dal titolo complessivo del volume, intendono esplicitare.
    La stessa scelta di riprodurre il testo latino (mutuato dall’Opera omnia pubblicata da questa stessa casa editrice), a prezzo forse di qualche fatica per il lettore e prima ancora per chi ne ha curato la stesura, è stata suggerita dal fatto che il latino di sant’Agostino ci sembra lasci intravvedere nella sua limpida ricchezza le possibili sue esplicitazioni.
    Il volume esce grazie alla benevolenza e alla collaborazione di molti. Un primo ringraziamento va a quanti a Padova hanno promosso in tutti questi anni il corso su sant’Agostino di cui anche questo volume è frutto; ai rettori dell’Università professor Giovanni Marchesini e professor Vincenzo Milanesi che hanno favorito l’iniziativa con commovente liberalità; allo stesso uditorio la cui partecipazione ha influito in modo decisivo sullo svolgimento e la valorizzazione delle lectiones.
    Grazie poi al professor Lorenzo Bianchi, primo ricercatore del Cnr, che si è sobbarcato il faticoso lavoro di verifica del testo originale latino e della traduzione di esso. Un doveroso ringraziamento va anche al dottor Paolo Mattei, che ha raccolto i testi delle lezioni operando l’adattamento del testo, in modo da rendere lo scritto allo stesso tempo corretto e il più vicino possibile al parlato. Un grazie particolare ad Alessandra Francioni a cui si deve il paziente lavoro editoriale.
    Uno speciale ringraziamento, infine, a padre Nello Cipriani che ha voluto onorare questo volume di una introduzione in cui in modo così chiaro e sorprendente ha evidenziato la consonanza fra l’esperienza cristiana di sant’Agostino e quella che è stata proposta da don Giussani. In effetti questo libro riecheggia, si direbbe senza neppure volerlo, tale gratuita cristiana consonanza.

    Incontro col Prof. Luigi ALICI Università di Macerata

    1° MARZO 2008

    Nell' ambito del 1° ciclo sulla Dottrina Sociale della Chiesa

    "I VALORI FONDAMENTALI DELLA DEMOCRAZIA E LA RESPONSABILITA' POLITICA DEI CATTOLICI"

    ore 21,15 Sala MANZONI ( a fianco della Cattedrale)
    Via IV Novembre 35 RIMINI

    "ARTE PER MARE" Dalmazia, Titano e Montefeltro dal primo Cristianesimo al Rinascimento

    PERIODO: 22 Luglio - 11 Novembre 2007
    SAN LEO: Palazzo Mediceo - SAN MARINO: Museo San Francesco

    Mostra promossa da:
    - Diocesi di San Marino - Montefeltro
    Organizzata da:
    - Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II
    per il Magistero Sociale della Chiesa


    in collaborazione con:
    - Musei di Stato, Repubblica di San Marino
    - Soprintendenza ai Monumenti della Croazia Marittima, Spalato
    - Soprintendenza PSAD, Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena,
    Rimini
    - Soprintendenza PSAD delle Marche, Urbino

    Sedi:
    - San Leo: Palazzo Mediceo
    - San Marino: Museo di San Francesco


    Mostra ideata e diretta da:
    Giovanni Gentili

    A cura di:
    Jozko Belamarić, Giovanni Gentili, Alessandro Marchi

    Comitato scientifico:
    Jozko Belamarić, Soprintendenza ai Monumenti della Croazia Marittima, Spalato
    Angela Donati, Università di Bologna
    Franco Faranda, Soprintendenza PSAD di Bologna, Ferrara, Forli-Cesena, Rimini e Ravenna
    Igor Fisković, Università di Zagabria
    Pier Luigi Foschi, Musei Comunali, Rimini
    Giovanni Gentili, Commissione Diocesana per l’Arte Sacra, Rimini
    Alessandro Marchi, Soprintendenza PSAD delle Marche, Urbino
    Lorenza Mochi Onori, Soprintendenza PSAD delle Marche, Urbino
    Sisto Sergio Severi, Ufficio Beni Culturali, diocesi di San Marino-Montefeltro
    Anna Simoncini, Musei di Stato della Repubblica di San Marino

    Comitato esecutivo:
    Jozko Belamarić, Soprintendenza ai Monumenti della Croazia Marittima, Spalato
    Angela Donati, Università di Bologna
    Giovanni Gentili, Commissione Diocesana per l’Arte Sacra, Rimini
    Alessandro Marchi, Soprintendenza PSAD delle Marche, Urbino

    Segreteria organizzativa:
    Anonima Talenti srl

    Catalogo:
    edito da Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, a cura di Giovanni Gentili e Alessandro Marchi


    IL PERCORSO DELLA MOSTRA

    I SEDE: Palazzo Mediceo, San Leo

    1. Sezione I: Il primo cristianesimo in Dalmazia: i luoghi, le testimonianze. Il primo cristianesimo tra Romagna e Montefeltro: i luoghi, le testimonianze. Leo e Marino, tra storia e tradizione.

    2 Sezione II: la Dalmazia e il Montefeltro in età medievale
    (sec VII- XII): luoghi e segni della fede e dell’arte
    Presso la sede di San Leo saranno raccolti i preziosi materiali archeologici provenienti da Salona e dall’area dell’antica Ariminum, a documentare il diffondersi del cristianesimo nelle due regioni adriatiche, a partire dal IV secolo fino al VI.
    La mostra espone inoltre i segni monumentali delle prime costruzioni ecclesiastiche, provenienti da importanti edifici delle due zone, per inoltrarsi quindi in età medievale, documentata questa attraverso la comparazione di opere sia dalmate che dell’area marchigiano-romagnola, simili per fattura e per linguaggio iconografico.
    In chiusura, strettamente relata agli insigni monumenti romanici di S. Leo – Pieve e Cattedrale – sarà esposta al pubblico per la prima volta, dopo un accurato restauro, la monumentale Croce dipinta del duomo della città feretrana.


    II SEDE: Museo di San Francesco, Repubblica di San Marino

    3 Sezione III: Traversando il mare: l’arte tra Duecento e
    Rinascimento
    La sezione sammarinese raccoglie circa 50 preziose tavole dipinte datate per lo più tra XIII e XV secolo, insieme a rilievi marmorei, stupende oreficerie e codici miniati.
    Riunite a seguito di un’attenta scelta operata dal comitato scientifico, le opere documentano l’importanza strategica della via adriatica in quei secoli quando, in concomitanza con l’attività di officine e botteghe di ambito locale e centro-italiano, l’area medio-adriatica vede un intenso scambio di opere d’arte e di cultura tra le due sponde, in particolare a partire dal sec. XIII fino al XV.
    In più, la sezione documenta l’importanza dell’area monteferetrana quale via di comunicazione tra la Toscana e il litorale adriatico marchigiano-romagnolo, punto di partenza per significative imprese artistiche d’oltremare di artisti italiani, fra i protagonisti del nostro Rinascimento..

    I.S.S.PO.S.
    Istituto di Studi Storico-Politici Sammarinese

    2°Corso di formazione giuridica
    Repubblica di San Marino, 06-14 ottobre 2007
    Diritti della Persona e Diritti Umani. Quale orizzonte europeo?
    “Metodologia dell’interpretazione giuridica nel contesto dell’integrazione europea



    Presentazione
    I Corsi Giuridici dell’Istituto di Studi Storico-Politici Sammarinese.
    In un brillante convegno tenutosi all’Università di Padova nel 1999, l’organizzatore dell’evento, il Prof . Umberto Vincenti, nel suo intervento ragionava con fine intelligenza attorno ad un principio base della tradizione romanistica ovvero il fatto che in essa fosse presente l’idea che “la dimensione giuridica della vita possa ricavarsi anche attraverso la diretta osservazione della realtà”1.
    Questa affermazione sembra riassumere, almeno in parte, l’esigenza di base da cui nasce questo corso: il comprendere, attraverso un’attenta analisi, l’attuale realtà giuridica. Realtà sempre più complessa perché in continuo divenire sotto l’incalzante produzione legislativa non più solo nazionale, bensì europea. ....

    Programma:
    Sabato 6 Ottobre 2007

    Diritti umani e Diritto di Cittadinanza Europea: quale futuro?
    (introduzione)
    Adolfo Morganti, Presidente di Paneuropa San Marino

    Domenica 7 Ottobre 2007
    Famiglia di fatto: problematiche reali e processuali.

    Sabato 13 Ottobre 2007
    Eutanasia: concetto di persona e diritto della persona. Suggerimenti per l’individuazione di un percorso comune. Esperienze europee a confronto.

    Domenica 14 Ottobre 2007
    Riflessi della Costituzione Europea nell’Ordinamento Giudiziario Nazionale

    Informazioni
    Per ulteriori informazioni rivolgersi alla Segreteria Organizzativa dell’Istituto, via Valle di Marco n°4, 47890 San Marino Città (RSM), Tel. 393/96.27.965; Fax 0549/99.55.76.

    E-mail: isspos@paneuroparsm.org

    MEETING per l' AMICIZIA fra i POPOLI

    Rimini Fiera 19 - 25 Agosto 2007
    "LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI"
    Il titolo è tratto da una frase di Don Giussani
    (www.meetingrimini.org)

    29° PELLEGRINAGGIO

    Stadio Recina Macerata 2 GIUGNO 2007
    29^ edizione del Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto
    (www.pellegrinaggio.org)

    Dottrina Sociale della Chiesa (Friuli V.G.)

    CORSO DI FORMAZIONE Piano triennale 2007/2008/2009
    Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo FVG Udine
    In collaborazione con:
    • Arcidiocesi di Udine
    • Arcidiocwesi di Gorizia
    • Istituto Superiore di Scienze Religiose di Udine
    • Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II
    • per il Magistero Sociale della Chiesa
    • Istituto Jaques Maritain
    • Osservatorio Internazionale sulla Dottrina Sociale della VChiesa Card. Van Thuàn


    Programma 1 anno (2007) L’uomo e la politica
    • 03 maggio Persona umana e cittadino
    Prof. Marco Cangiotti Università di Urbino Membro comitato
    scientifico " Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II
    per il magistero sociale della Chiesa"
    • 31 maggio I diritti umani e la democrazia
    Magnifico Rettore mons.Mariano Fazio
    Pontificia Università S.Croce – Roma
    • 26 giugno La libertà e la giustizia sociale
    Prof. Alberto Lo Presti
    Pontificia Università S.Tommaso d’Aquino – Roma
    • 21 settembre L’autorità e la legge morale naturale
    Padre Michael Ryan
    Pontificia Università Regina Apostolorum – Roma
    • 18 ottobre La pace
    Prof. Paolo Carlotti
    Pontificia Università Salesiana – Roma
    • 15 novembre Etica pubblica e laicità
    Prorettore mons.Gaetano de Simone
    Pontificia Università Lateranense – Roma

    Programma 2 anno (2008)
    Le radici dell’ordine civile ovvero una grammatica comune

    • La dignità umana
    • Il bene comune
    • La destinazione universale dei beni
    • La sussidiarietà
    • La solidarietà
    • La partecipazione

    Programma 3 anno ( 2009)
    La famiglia, lavoro umano e società

    • La famiglia, cellula vitale della società
    • La dignità del lavoro umano
    • Il diritto al lavoro e la globalizzazione
    • Famiglia, lavoro e società
    • Famiglia e giovani
    • Famiglia e territorio
    I temi del secondo e terzo anno potranno essere leggermente variati in base alle esigenze degli iscritti ed alle problematiche che sorgeranno dai confronti.
    Sono previsti anche degli "Incontri con l'autore" per approfondire le problematiche.

    Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo
    Studi e di Formazione Politica
    Via Manzini, 21 33100 Udine
    tel. 0432 501016 fax 0432 228742
    e-mail: info@centrosturzo.fvg.it
    http://www.centrosturzo.fvg.it
    Vidoni Daniela

    18 ottobre 2008 GLI INCONTRI DI NORCIA

    “EDUCAZIONE E LIBERTA’”
    SABATO SI APRE LA QUARTA EDIZIONE DEGLI “INCONTRI DI NORCIA”
    INTERVERRA’ IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE MARIA STELLA GELMINI
    ED IL LEADER DI COMUNIONE LIBERAZIONE GIANCARLO CESANA
    SALA DEL CONSIGLIO MAGGIORE, PALAZZO COMUNALE,
    PIAZZA SAN BENEDETTO, NORCIA (PG)
    Per il quarto anno consecutivo si rinnova a Norcia l’appuntamento con “A Cesare e a Dio”,
    incontro promosso dalla Fondazione Magna Carta e dedicato al dibattito tra credenti e non
    credenti. Una due giorni di interventi e confronti, dal 18 al 19 ottobre, al quale parteciperà il
    ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Maria Stella Gelmini.
    Rispetto agli anni scorsi l’edizione di quest’anno sarà incentrata sul complesso ed articolato
    rapporto tra “Educazione e libertà”. Un momento che sarà l’occasione per riflettere sullo stato
    attuale del nostro sistema educativo e sulla sua capacità di diffondere e difendere i valori della
    libertà.
    Il convegno, promosso in collaborazione con la Fondazione internazionale Giovanni Paolo II,
    con il sostegno e il patrocinio del Comune di Norcia, si terrà presso la Sala del Consiglio
    Maggiore del Palazzo Comunale di Norcia, a partire dalle ore 15 di sabato 18 ottobre per
    terminare nella tarda mattinata di domenica.
    Illustri le personalità del mondo accademico e scientifico, politico e giornalistico oltre a quello
    religioso che daranno il proprio prezioso contributo al fine di sviluppare riflessioni ed analisi di alto
    profilo. La prima giornata sarà aperta dal presidente della Fondazione e vicepresidente vicario del
    Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello, mentre l’intervento del ministro Gelmini è previsto per le ore
    15.30 e sarà dedicato al tema “Educare alla libertà”. Successivamente si aprirà il dibattito ed il
    confronto tra i presenti.

    Castelsismondo Palazzo del Podestà Rimini

    CONTEMPLAZIONI Inaugurazione della Mostra il 5 agosto e resterà aperta fino al 6 settembre


    CLICCA SULLA ICONA

    Rinascere dalla crisi: economia, valori, bene comune

    Responsabile di progetto: Patrizia Migliori cell.3358494809
    Programma generale

    Master formativo in tre cicli:
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    1,35 MB

    Invito alla prima lezione del 3 dicembre 2010
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    Programma seminari per leader
    per vedere il programma apri il file

    32,11 KB

    “CATTOLICI, testimonianze e impegno politico”

    Venerdì 18 febbraio Trieste “CATTOLICI, testimonianze e impegno politico”
    Riflessioni sul libro “Il Cattolico in politica. Manuale per la ripresa” di Mons. Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste
    Presentazione : Mons. Ettore Malnati, sen. Giulio Camber
    Relatori:
    Mons. Luigi Nergi ( Presidente Fondazione Iternazionale Giovanni Paolo II),
    Sen. Gaetano Quagliariello (Presidente d’ Onore Fondazione Magna Carta)
    Moderatore: Renato Cristin (Università degli Studi di Trieste)

    Venerdì 18 febbraio 2011 ore 19,00
    Centro pastorale “Paolo VI”, via Tigor 24/1, Trieste

    Cristiano Cenni Presidente associazione “inOltre”
    Massimo Greco Assessore alla cultura
    Roberto Dipiazza Sindaco di Trieste

    PRESENTAZIONE VOLUME di S. Ecc. Mons. Luigi Negri "FEDE E CULTURA. SCRITTI SCELTI (Jaca Book)

    ROMA 3 MAGGIO 2012 PALAZZO CANCELLERIA Intervento del Card. Herranz
    Cara Eccellenza, illustre Presidente Marcello Pera, signore e signori.
    Non è solo un modo di dire –frutto anche della mia personale stima verso S.E. Mons. Luigi Negri– se comincio con l’affermare che è per me un piacere intervenire nella presentazione del volume di scritti di Mons. Luigi Negri, intitolato Fede e cultura. In effetti, è frequente che i volumi pubblicati in occasione dei settant’anni di una personalità della cultura o del mondo accademico siano opere “di circostanza”, contrassegnate da una certa eterogeneità. In questo caso, invece, il libro offerto al pubblico mostra, tra gli altri, due pregi. In primo luogo, esso è percorso da un evidente filo conduttore che raccorda i vari scritti: tale legame è l’impegno della ragione umana che matura e allarga sé stessa alla luce della fede, confrontandosi con le istanze che emergono dalla storia del pensiero e dal contesto socio-culturale; conseguenza di tale impegno è lo sforzo intellettuale perché la fede diventi cultura, nella consapevolezza che “solo la verità di Cristo, custodita ed insegnata in modo autentico dal magistero della Chiesa, è capace di illuminare pienamente l’esperienza umana, permettendo così di conoscerla a fondo” (p. 471).
    Il secondo dei pregi del volume che vorrei mettere in risalto è il fatto che con esso vengono resi nuovamente e facilmente disponibili alcuni testi che sono stati e restano indubbiamente rilevanti nell’ambito filosofico-culturale. Alludo, soprattutto, all’illuminante saggio sull’antropologia di Romano Guardini, un autore così caro anche al Santo Padre Benedetto XVI, e all’incisivo libro, più volte ristampato, L’uomo e la cultura nel magistero di Giovanni Paolo II.
    Chi legge le opere di Mons. Negri nota subito che l’autore non cade mai nell’erudizione accademica, perché i suoi obiettivi sono ben altri. Come lui stesso annota nella introduzione, “questa è stata la mia vita di ricerca, saldamente legata al mio servizio pastorale, cioè al tentativo di educare il popolo cristiano a una coscienza vera ed attuale della propria identità e conseguentemente della propria responsabilità culturale” (p. 2). Tale intento nasce e si sviluppa nell’autore al calore degli insegnamenti del venerato Mons. Luigi Giussani, da lui conosciuto e seguito sin da molto giovane. Dal fondatore di “Comunione e Liberazione” Mons. Negri ha attinto la passione educativa, di cui ha dato prova nei lunghi e fruttuosi anni di insegnamento nell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
    La passione educativa affiora costantemente nelle pagine di questo libro, in cui troviamo rispecchiata la cruciale idea espressa dal Beato Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica: se da un lato “Gesù Cristo è la via principale della Chiesa” , dall’altro bisogna anche riconoscere che l’“uomo è la via della Chiesa, […] perché l'uomo -ogni uomo senza eccezione alcuna- è stato redento da Cristo, perché con l'uomo -ciascun uomo senza eccezione alcuna- Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell'uomo non è di ciò consapevole” . I vari saggi qui presentati sono guidati da questa stessa consapevolezza, a cominciare dallo studio su Tommaso Campanella che cerca di indicare la radice del mutamento antropologico innescato dall’umanismo individualistico e culminato nella rottura con la trascendenza che contraddistingue buona parte della cultura contemporanea.
    Dinanzi allo scenario del nostro contesto socio-culturale, la Chiesa agisce come custodia e salvaguardia della verità sulla persona umana, percependo in maniera acuta la responsabilità della sua missione, che veniva ricordata da Giovanni Paolo II: “Il compito fondamentale della Chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra, è di dirigere lo sguardo dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanità verso il mistero di Cristo” , giacché Gesù Cristo “che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” , secondo le note parole del Concilio Vaticano II.
    Mi sembra di poter anche rilevare che questo libro contribuisce a mettere in risalto, se ce ne fosse bisogno, la profonda continuità tra il magistero di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI. Nella sua prima enciclica Papa Wojtyla tracciava gli orientamenti fondamentali per costruire un autentico umanesimo e metteva in guardia contro ciò che ne avrebbe ostacolato la costruzione, invitando a chiedersi: “Tutte le conquiste, finora raggiunte, e quelle progettate dalla tecnica per il futuro, vanno d'accordo col progresso morale e spirituale dell'uomo? In questo contesto, l'uomo in quanto uomo si sviluppa e progredisce, oppure regredisce e si degrada nella sua umanità?” . Era l’invito a ricondurre alla radice i problemi del nostro mondo, mettendo al centro dell’analisi quella che sarebbe stata definita la “questione antropologica”.
    Ugualmente, raccogliendo il testimone del suo predecessore, Benedetto XVI ha messo l’accento sulla necessità di non restare abbagliati dal progresso tecnico e di aprire invece gli occhi sulla posta in gioco. Nell’Enciclica Caritas in veritate, il Santo Padre ha scritto: “Oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo” . Nelle trasformazioni culturali della nostra società è quindi chiamata in causa non la semplice liceità di una determinata tecnica, ma la verità sulla persona umana, che veniva calpestata, forse più sfacciatamente, nelle ideologie totalitarie del secolo scorso.
    Mons. Negri ci aiuta a tenere ben presente questa continuità tra il magistero dei due Papi e nel saggio su L’insegnamento di Giovanni Paolo II esordisce per l’appunto spiegando in che consiste la “questione antropologica” del nostro tempo. Mentre l’epoca moderno-contemporanea, spiega l’autore, “ha affermato una concezione dell’uomo fondata sull’idea di potere” (p. 424), Giovanni Paolo II ha “riaffermato una concezione di uomo in cui centrale è la dimensione religiosa, la ricerca della verità, la domanda di senso” (pp. 423-424). Una persona umana che cerca solo di affermare il proprio potere è destinata alla delusione, alla solitudine e allo smarrimento di sé.
    Mi torna in mente la splendida omelia di Benedetto XVI nel giorno dell’inaugurazione del suo Ministero Petrino. In quella occasione, commentando la figura del Buon Pastore, il Papa da poco eletto osservava: “Per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi” .
    Questa diagnosi del Santo Padre non era dettata dal pessimismo, ma ci spronava a non restare inerti e indifferenti e ad avvertire invece la chiamata di Cristo ad annunciare con forza la speranza cristiana. Benedetto XVI ci dà esempio di grande giovinezza spirituale, perché guarda con fiducia al futuro e rilancia la sfida della nuova evangelizzazione. I temi affrontati nel libro che stiamo presentando ci rammentano quanto sia stata opportuna la decisione del Santo Padre di indire un Anno della Fede, nel quale “ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio”, senza “accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta” . Con la sua decisione il Papa ci richiama all’ottimismo soprannaturale di chi è consapevole che in Cristo –sono ancora le parole del Papa– “trova compimento ogni travaglio ed anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte, tutto trova compimento nel mistero della sua Incarnazione” .
    Mi auguro pertanto che chi leggerà questo libro, vera apologia dell’armonia tra fede e cultura, si senta coinvolto a pieno nel compito entusiasmante che ci viene additato da Benedetto XVI con l’“Anno della Fede”. Grazie, caro don Luigi, per il tuo libro e per la tua vita.


    INTERVENTO DEL SEN. MARCELLO PERA
    Consentitemi di rifare un ringraziamento molto cordiale ad un amico che è Mons. Luigi Negri che mi ha fatto l’onore di invitarmi alla presentazione di questa sua opera; un bellissimo volume anche dal punto di vista estetico e della grafica, invidiabile. Grazie Mons. Negri, io ho accettato molto volentieri. Lei sa la simpatia e l’amicizia che ho nei suoi riguardi.
    Saluto e ringrazio e anche per le cose che ha detto, Sua Eminenza Cardinal Herranz; saluto e ringrazio tutti voi per essere qua, ivi compreso l’amico Marco Ferrini.
    Questa è la terza volta nella mia vita che io mi trovo a confrontarmi con il pensiero filosofico di Mons. Negri. Non che sia la terza volta che lo incontro, è la terza volta che medito sul suo pensiero filosofico.
    La prima è proprio quando, ancora non lo conoscevo, bazzicando la filosofia mi imbattei in quest’opera di Mons. Negri su Hobbes. E ne rimasi colpito perché, era ovvio c’era scritto che l’autore era un prete. E un prete che si occupa di Hobbes costituisce non dico una bizzarria, ma un po’ una anomalia, perché di solito i preti non si occupano di Hobbes, e quindi.. . Intanto che aveva avuto degli eccellenti maestri e che aveva scritto un’eccellente opera. Perché Hobbes è un autore che è un po’ sulfureo dal punto di vista della Chiesa cattolica; perciò ne rimasi colpito, sia per l’interesse per questo autore, sia anche per le cose assennate, profonde e per l’interpretazione che Mons. Negri dava di Hobbes.
    Quando poi conobbi personalmente Mons Negri, mi resi conto che non è che lui profumava di zolfo, come Hobbes, ma lui era zolfo travestito da prete. Questo è Mons. Negri: zolfo puro sotto un abito talare che gli fa particolarmente onore.
    La seconda volta in cui mi imbattei nel suo pensiero è quando mi fu chiesto di scrivere una prefazione ad un’altra sua opera, più recente, nel 2007, ed era intitolata “Un umanesimo del Terzo Millennio”. Questa è un’opera, come le altre sul pensiero di Giovanni Paolo II e sulla dottrina sociale della Chiesa, che appartiene alla seconda fase degli studi e della meditazione di Mons. Negri. Intendo per seconda quella che segue alla prima che appunto è dedicata prevalentemente ad autori come Hobbes o Campanella. Un altro po’ di zolfo è lì messo da parte.
    Io ricordo che quando mi fu chiesto di scrivere questa prefazione, mi trovai in imbarazzo perché – conosco me stesso, avevo letto il dattiloscritto – da un lato dovevo fare una prefazione ad una persona che peraltro mi era diventata personalmente amica, con cui avevo rapporti di amicizia e di stima, ma dall’altro lato dovevo dire la verità. Ora dire la verità e parlare bene di un amico è un’impresa che non riesce bene neanche ai gesuiti, è un’impresa che riesce molto difficile, come è ben noto, e quindi cercai di districarmi in qualche maniera. E ricordo, voglio ricordarlo qui, e venendo a Hobbes, io gli feci in quella prefazione tre domande, ma che tutte hanno un padre e che è proprio Hobbes.
    Qual è la tesi di Mons. Negri su Hobbes e sulla modernità?
    La tesi è nota ed è una tesi corretta, e cioè a partire da Hobbes, convenzionalmente perché poi gli anni possono cambiare, si può retrocedere ancora un po’ rispetto al Seicento di Hobbes, c’è una rottura nella cristianità e nella cultura politica. C’è una cultura politica prima di Hobbes e c’è una cultura politica dopo di Hobbes; e Hobbes appunto rappresenta l’elemento di crisi. Perché?
    In quel libro Mons. Negri lo spiega. C’è un cambiamento di antropologia, cambia il modo con cui si vede l’uomo. L’uomo pre hobbsiano, l’uomo medioevale è un uomo sottomesso a Dio, alla legge naturale, la quale legge naturale da all’uomo i criteri del bene e del male.
    Ma l’uomo hobbsiano non è così; l’uomo hobbsiano è un signore, un individuo singolo, nel senso di atomo, che è dotato di un diritto fondamentale, uno, che è il diritto della autoconservazione, dal quale diritto Hobbes fa discendere una serie di tanti altri diritti. Ma discendono come le conseguenze, discendono dalle premesse.
    Se l’uomo ha il diritto fondamentale all’autoconservazione ne segue che l’uomo ha tanti altri diritti. Nel Leviatano a partire da quel primo diritto nel cap 14 Hobbes ne menziona almeno 15 di altri diritti dell’uomo, impliciti in questo. Cosa è che è tipico in questo modo di ragionare? Che cosa è accaduto lì? E’ che in tutto questo non c’è Dio. Perché il principio fondamentale che è l’autoconservazione e le conseguenze del principio, sono i diritti derivati dal diritto di autoconservazione. Qui Dio non c’è più, Dio scompare. E lì si misura il dramma, lo chiama così Mons. Negri, il dramma dell’antropologia del cambiamento, dell’antropologia della modernità.
    Dramma fondamentale del nostro tempo, è un’espressione che ovviamente ricorda quella di De Lubac, il dramma dell’umanesimo ateo.
    Come è lo stato di Hobbes? C’è un individuo che ha un diritto fondamentale, l’autoconservazione, quindi bisogna difendersi, ne va della sua vita. Quindi se trova accanto a se un altro individuo, con cui ha delle relazioni non pacifiche, ha anche il diritto a usare le armi. Ma se fa così c’è il famoso bellum omnium contra omnes. Allora quell’individuo, per conservare il proprio diritto alla vita, cosa fa? Si inventa lo stato e gli cede tutti quei diritti originari e tutti quelli che ne seguono: tu stato sei l’autore di tutti questi diritti e la tua funzione è quella di conservarli, la autoconservazione della vita. Il Leviatano, questo mostro che spoglia l’uomo della sua essenza, della sua umanità, la prende su se stesso e diventa l’arbitro della sua vita. E’ il Seicento, sembra di parlare il linguaggio di oggi, lo diceva già il direttore Bechis, perché oggi è accaduto così, abbiamo ceduto tutto allo stato.
    I nostri stati, non occorre stare in Parlamento e fare il senatore per capire una verità così, i nostri stati legiferano su tutto, magari legiferassero, ci rubassero soltanto i diritti di carattere economico, no, legiferano su tutto. Non c’è elemento della persona umana e della vita umana, dalla culla alla bara, come si dice, che non sia di proprietà della legislazione dello stato. E guardate che gli stati legiferano su questo, cioè si vota su questi diritti fondamentali, nonostante gli stessi stati, ivi compreso il nostro stato, nelle loro carte costitutive abbiano delle dichiarazioni impegnative secondo le quali essi stati, si impegnano – la parola è sempre la stessa, il verbo è sempre lo stesso, in tutte le costituzioni e a partire dal 1789 – a riconoscere i diritti dell’uomo. Questa cosa è scritta per la prima volta nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, è riscritta nel 1789 nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, è riscritta tante volte fino al 1948 nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E anche nel 1945 è scritta nella Costituzione italiana. Leggetele tutte le costituzioni e vedrete che questo verbo ricorre sempre.
    Perché è impegnativo e importante quel verbo? Riconoscere i diritti dell’uomo vuol dire che l’uomo è un individuo che non può essere spogliato, si dice di riconoscerli, significa che ha i suoi propri diritti originari, innati, inviolabili, e tutta una serie di aggettivi che sono spesso dei sinonimi, per dire che sono suoi propri, ingeniti. Il primo documento che io conosco della Chiesa cattolica e che usa questo aggettivo, ingeniti, è la Rerum Novarum. Sono suoi propri, lo stato non può toccarli, non può invaderli, non può violarli. Allora noi oggi – ecco il dramma dei cambiamenti dell’antropologia della modernità – noi viviamo in una fase in cui i nostri stati si sono impossessati delle nostre persone cioè dei nostri diritti. Viviamo in una maniera schizofrenica, perché da un lato ci riconosciamo e anzi ci esaltiamo come grande civiltà, democratica, liberale, come la volete dire, proprio perché finalmente siamo arrivati a riconoscere questi diritti inviolabili diritti dell’uomo, dall’altro lato nei nostri parlamenti ogni giorno deliberiamo su tutti questi diritti, li cambiamo, fino a quelli più delicati. Possiamo approvare anche il diritto all’aborto, che è contrario palesemente ad un diritto ingene dell’uomo, che è il diritto alla vita. Possiamo deliberare, approvare il diritto al matrimonio omosessuale e anch’esso è contrario ai diritti costitutivi. Ecco, dunque noi siamo a questa schizofrenia.
    Contro questa schizofrenia, questa situazione della modernità, che nasce con Hobbes, cioè nasce il giorno in cui l’individuo si stacca da Dio e attribuisce la sua persona allo stato, al Leviatano, contro questa schizofrenia, questo dramma della modernità o dell’umanesimo ateo, Mons. Negri adduce come terapia la dottrina sociale della Chiesa. E’ lì che mi tocca fare il gesuita. Ha scritto un libro, più di un libro – guardate anche le opere scelte adesso pubblicate che mostrano come Mons. Negri sia tra le persone più competenti su questo argomento, sulla dottrina sociale della Chiesa, sulla questione della inviolabilità della persona, dei diritti, e così via.
    Ma avevo delle preoccupazioni, e ce l’ho ancora oggi, caro amico, penso di avercene più oggi di quanta ne avevo ancor pochi anni fa. E le preoccupazioni, cito due righe, è la prima volta che in vita mia cito me stesso, ma siccome sono domande, lo posso fare. Dissi, chiesi nella prefazione a Mons. Negri:
    quanto c’è nel Vangelo di rilevante per la questione sociale? Dico Vangelo, per dire Scrittura. Che cosa c’è nella Scrittura di rilevante per la questione sociale?
    Seconda domanda: che cosa c’è nel Vangelo di contenuto positivo, di indicazione positiva e precisa che riguardi la questione sociale?
    E la terza domanda è analoga e cioè: quel tanto che c’è nel Vangelo, che non c’è nel Vangelo, e dico Vangelo per dire l’intera Scrittura, giustifica l’elaborazione di una dottrina sociale? Perché ero rimasto colpito, anch’io so un po’ di zolfo, per cui ero rimasto colpito dalla circostanza che i documenti della dottrina sociale, come tutti i documenti della chiesa ovviamente contengono dei riferimenti e delle citazioni. E se si guardano questi documenti ancora oggi, sono documenti che citano solitamente un precedente documento della dottrina sociale o un documento ancora precedente, in genere non si va più indietro della Rerum Novarum, e pochi sono i riferimenti alla Scrittura. Mi ha colpito e perciò mi sono chiesto quale nesso c’è – perché è fondamentale dal mio punto di vista, ma credo dal punto di vista di tutti e di ciascuno di noi che vuole adottare la dottrina sociale della Chiesa – quindi quale nesso c’è tra la Scrittura, cioè la Rivelazione da un lato e dall’altro la dottrina sociale della Chiesa. Ora non voglio insinuare qui dei dubbi, spargere altro umanesimo ateo, ma mi piacerebbe discuterla questa questione e perciò approfitto della presenza di Mons. Negri perché le preoccupazioni aumentano.
    Pacem in Terris: è la dottrina che più fa riferimento ai diritti umani. Fa un elenco lunghissimo dei diritti umani la Pacem in Terris. Non è facile nemmeno l’aritmetica in questo caso perché non sono numerati. Io che ho provato a numerarli mi sono fermato mi pare a 57, no a 43. La Pacem in Terris contiene una indicazione di 43 diritti umani che sono divisi in 8 classi. Guardate che la maggior parte di questi documenti che fanno riferimento ai diritti umani, molti di questi documenti, sono anteriori, non alla Pacem in Terris, ma alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Il che dovrebbe dire anche qualche cosa, cioè che non è vero che la Chiesa è andata direttamente a rimorchio della cultura secolare o laica nella dichiarazione dei diritti dell’uomo, perché molti sono antecedenti, cioè l’indicazione come diritti inviolabili o ingeni che si trovano come ho già detto prima già nella Rerum Novarum cioè molto prima della dichiarazione dei diritti dell’uomo.
    Ma la Pacem in Terris contiene delle indicazioni su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, anche per capire se riusciamo a venire a capo di una situazione, quella di oggi, che è una situazione preoccupante agli occhi di tutti, credenti e non credenti; perché noi siamo tutti schiacciati dal Leviatano e non soltanto dalla crisi economico-finanziaria, direttore Bechis, perché se avessimo solo quella in Europa, cioè la crisi economico-finanziaria, saremmo a metà fortunati, no, noi stiamo attraversando una crisi morale e spirituale che è di gran lunga peggiore della crisi economica e finanziaria e che l’aggrava, perché ci priva di identità, ci priva del senso della missione, ci ruba il futuro, non ci consente di rispondere a chi siamo noi e che cosa vogliamo. E’ questa la crisi grave. Non lo dica al prof. Monti che magari ne trae qualche indicazione o nomina un tecnico ad hoc per questo argomento. Quindi Mons. Negri, si prepari.
    Dunque, Pacem in Terris, paragrafo 36. Mi permettete di leggerlo? Credo che sia interessante.
    “Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona”. Ecco la modernità. Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova il suo fondamento, la sua indicazione nei diritti e nei doveri della persona. Nessun padre della Chiesa l’aveva detto così, è chiaro, no! Il bene comune non è il diritto della persona, il bene comune è l’ordine fissato da Dio, cioè la giustizia. Il bene comune è la nostra adesione, l’adesione dei singoli a quell’ordine. Non che noi come individui facciamo l’ordine; è la modernità.
    Per cui, interessante anche questo: “i compiti dei poteri pubblici” – cioè degli stati – “consistono nel riconoscere” – il verbo di prima – “rispettare, concorrere, tutelare, promuovere questi diritti”. E poi ci aggiunge: “per cui” – conseguenza – “ogni atto dei poteri pubblici” - dello stato, del governo, del parlamento, dovrebbe essere inclusa anche la magistratura ma ..che è anch’essa un potere pubblico – “che sia o implichi un misconoscimento o una violazione di questi diritti, è un atto contrastante con la stessa ragione di essere dei poteri pubblici e rimane perciò stesso destituito di ogni valore giuridico”.
    Impegnativa questa asserzione. Il primo che la scrisse è John Locke. Qui non c’è scritto, la Chiesa non cita John Locke e neanche Hobbes. Insomma vuol dire che un atto di un potere politico, che violi i diritti fondamentali è destituito di valore. Guardate non dice soltanto non è morale, per te credente, per me credente, per noi uomini, no no, è destituito di valore giuridico. Il che basterebbe questa frase per dichiarare illegittimi quasi tutti gli atti dei nostri parlamenti di oggi. E’ il Leviatano di oggi. Però non è questo il punto su cui voglio richiamare la vostra attenzione.
    Ciò su cui voglio richiamare la vostra attenzione è il cambiamento che c’è stato nella interpretazione del cristianesimo tra pre modernità e la modernità. San Tommaso, S. Agostino, padre della Chiesa non si sarebbe potuto esprimere così. Non avrebbe detto che gli uomini hanno dei diritti e gli stati sono legittimi se rispettano quei diritti. La prima cosa che avrebbero detto è che gli uomini hanno dei doveri, sono sottoposti alla legge naturale. Dopo tutto la Scrittura, la Scrittura contiene i 10 comandamenti, non contiene i 10 diritti fondamentali dell’uomo. Qui dunque richiamo la vostra attenzione per mostrare che secondo me c’è un cambiamento nella interpretazione del cristianesimo, di Cristo così come lo ha interpretato la pre modernità fino a Hobbes, e come lo interpretiamo noi oggi. Be’, fenomeno storico da studiare, da esaminare e persone competenti come Mons. Negri lo sanno fare e lo fanno.
    Però io ho un’altra preoccupazione. Che questo si possa fare, sia stato fatto tutto in documenti della Chiesa lo stanno a dimostrare. Ma oggi noi che abbiamo fatto questa operazione, noi cristiani, noi cattolici, ci troviamo di fronte al fenomeno del Leviatano, cioè ci troviamo di fronte a quello che venne chiamato la esplosione o proliferazione di diritti. 43? Oggi ne abbiamo 433, ogni giorno ne nasce uno. Ogni giorno un gruppo, un individuo, una minoranza invoca un diritto, fondamentale, umano, un parlamento si riunisce, delibera ed è aumentato l’elenco dei diritti umani fondamentali, un disastro. Mons. Negri, Cardinal Herranz, un disastro, perché molti di quei diritti che stiamo approvando e che approviamo tutti i giorni, sono una specie di veleno contro i precedenti diritti, e sono una sorta di suicidio, consentitemi di usare questa espressione, sono una sorta di suicidio della nostra civiltà, perché molti di questi diritti sono diritti proprio nel senso di Hobbes, prescindono da Dio. Già! E come si fa a recuperare Dio in questa dimensione? Questo è un compito…. Hobbes non aveva questo problema, o se l’aveva lo risolveva alla sua maniera. Noi oggi dobbiamo legare questi diritti a Dio, e come facciamo?
    Intanto consentitemi di essere un po’ ironico, è un Dio generoso perché ci dà 43 diritti, poi ce ne dà altri, e così via, e così via. Noi non sappiamo dove si ferma questa deriva. Quello che è più preoccupante è che non abbiamo un criterio per fermarla, perché se uno viene fuori in un parlamento e dice dobbiamo approvare una legge sul diritto – facciamo l’esempio dell’ultimo, che dell’aborto ormai non si ricorda più nessuno – al matrimonio omosessuale, è l’ultima ancora in discussione, resisterà poco, vedrete, resisterà poco anche in Italia, qual è la risposta? No, perché, io dico no, giusto no? perché sono omofobico, perciò confesso in pubblico anche un peccato, dico no. La motivazione dottrinale del no, Mons. Negri, qual è? E’ contrario alla morale naturale, è contrario all’ordine naturale, è contrario all’ordine stabilito da Dio, perché uomo e donna Iddio li creò. E allora vuol dire che noi, se diciamo così, io l’accetto di dire così, ma allora stiamo combinando una miscela che non sappiamo dominare: da un lato la cultura dei diritti e dall’altro lato stiamo recuperando la cultura originaria dei doveri, dei comandamenti. Questo è il dramma nostro.
    Come si esce? Sono una serie di preoccupazioni. La dottrina sociale della Chiesa solleva questi problemi, perché combina in una maniera che ancora non è una cosa definita, combina cioè due dottrine: una è la dottrina dei diritti, quella che viene da Hobbes e l’altra è la dottrina della legge naturale che non viene da Hobbes, e anzi è quella che Hobbes aveva sconfitto, è la dottrina di Tommaso. E noi oggi dobbiamo trovare una dottrina, una super dottrina se così posso dire, che combini questi due filoni e che stanno avvelenando la nostra civiltà di oggi. E’ chiaro che noi stiamo andando tutti direttamente verso la dottrina di Hobbes, l’ho detto prima, questa è la strada che abbiamo preso, abbiamo secolarizzato, prescindiamo da Dio, questa è la dottrina, noi parliamo il linguaggio dei diritti. Ma se non riusciamo a combinare questa dottrina con quella dei doveri, cioè con la dottrina dei comandamenti, e non riusciamo a far comprendere a noi stessi, a me in primo luogo, che primo non è il diritto ma primo è il comandamento, primo è il dovere della legge naturale da cui nasce il diritto, se non comprendiamo questo, se pensiamo che i diritti siano primi, originari, assoluti e da questi nascano i doveri, per implicazione, se noi pensiamo questo, noi uccidiamo una notevole parte della dottrina tradizionale della Chiesa, favoriamo il Leviatano, perché il Leviatano, così vorace è lì che ci aspetta ogni giorno e ci chiede: oggi quali diritti? E noi gliene diamo uno al giorno.
    Ma se noi, ripeto, non riusciamo a frenare quella deriva, non indichiamo una dottrina che è superiore e migliore a quella dei diritti, noi continueremo a nutrire il Leviatano il quale non sarà mai sfamato completamente. E perciò rischiamo con i nostri stessi mezzi, ecco il suicidio, con i nostri stessi mezzi, con questa interpretazione che sembrerebbe ormai pacifica e accolta, cioè il cristianesimo che cos’è? È la religione dei diritti.
    Io sono convinto, cari amici, io sono convinto che il cristianesimo sia una religione dei comandamenti ed è una bella religione perché è la religione dei comandamenti di Dio, di quel Dio. La religione dei diritti è una religione laica, è una religione razionale, è una religione commerciale, è una religione a buon mercato, è una religione che ci sta portando in una terra spiritualmente e moralmente deserta, come quella in cui secondo me noi viviamo in questi ultimi anni.
    Ecco, queste le riflessioni che Mons. Negri con il suo zolfo mi ha sollecitato e sono anche un altro po’ di zolfo che io rimetto a lui per sapere come lui risolve il problema, se lui ritiene che sia un problema, che io ho appena indicato.
    Vi ringrazio.

    INTERVENTO DI MONSIGNOR NEGRI
    Io non credo di poter dare delle risposte esaurienti in questo contesto, anche se voglio tenerle presenti, quindi voglio farmi provocare in prospettiva di ulteriori approfondimenti.
    La prima cosa che ci tengo a dire ringraziando ciascuno di voi per la sua presenza, il cardinale Herranz e Marcello Pera per i loro interventi, è che la cosa più bella della vita è l’amicizia, l’amicizia che nasce dalla passione per l’uomo, questa a me pare la più bella definizione di cultura che esista e dobbiamo allo stesso modo evocare i grandi movimenti della nostra cultura occidentale, così come ce l’ha riproposta Benedetto XVI a Regensburg, il domandare greco, il profetismo biblico, la fede in Cristo.
    L’amicizia non è, come dire, un estemporaneo collegamento di interessi che adesso possono esserci e che poi scompaiono.
    La mia vita è stata un allargarsi di grandi amicizie e ciascuno che è entrato in questa amicizia e mi ha coinvolto, mi ha aiutato a crescere, mi ha aiutato a maturare, mi ha aiutato a compiere quella grande avventura, che è l’esperienza della corrispondenza tra Cristo e il cuore dell’uomo, per citare ancora il beato Giovanni Paolo II.
    Fare l’esperienza di questa corrispondenza tra Cristo e il cuore dell’uomo e testimoniarla con decisione, con verità, di fronte al mondo, al mondo di oggi come al mondo di duemila anni fa, la mia avventura, se si può dire così, culturale, è tutta qui. Essa è stata gestita dentro questa amicizia che lega il rapporto col mio povero papà e la mia povera mamma, con i grandi maestri che ho incontrato, con i grandi maestri che non ho incontrato viventi ma che ho incontrato nelle loro opere e che, come diceva una volta Von Balthassar, possono essere presenti nella nostra vita più e meglio di quelli che sono presenti ora.
    Quindi amici miei, prendiamo sul serio questa amicizia. Questa amicizia è la vera novità umana e cristiana, e questa amicizia a cui si toglie qualsiasi sentimentalismo per recuperarla nella sua oggettiva ontologia; è questa amicizia che contrappone la verità all’errore, o meglio l’essere al nulla.
    Questa certezza si è andata incrementando di anno in anno affrontando i vari argomenti e incontrando le varie esperienze, leggendo le varie opere.
    L’uomo supera infinitamente l’uomo, diceva Pascal e questa è una citazione che tante volte il Papa Giovanni Paolo II ha fatto, la cultura in qualsiasi condizione, qualsiasi connotazione assuma, è innanzitutto la testimonianza che l’uomo è già immediatamente oltre sè e quindi alla ricerca di quella verità, di quel bene, di quella giustizia, senza della quale l’uomo-lo ricordava Platone - non è uomo.
    Per me è importantissimo che molti, molti, si riconoscano in questa tensione alla verità, molti si riconoscano nella inesorabilità di questa ricerca del vero e del bene, del bello e del giusto, questo uso largo della ragione –come dice Benedetto XVI – che ci impedisce di chiuderci in noi stessi e di guardare alla realtà e agli uomini come oggetti di manipolazione.
    Questo è stato il grande grido che è venuto dalle antropologie alternative a quella moderna, quella di Guardini o quella di Campanella, ma questa è stata la negazione che è venuta dalla antropologia moderna contemporanea, non la ricerca della verità ma l’incremento del potere. Questa grande alternativa io l’ho percorsa, l’ho sentita, l’ho vissuta, l’ho provata dentro al cuore, dentro alla coscienza, di questo ho dialogato con le centinaia e centinaia di miei allievi. Ogni momento della vita siamo sottoposti a questa grande alternativa: o sentiamo la nostra umanità come spalancata all’assoluto e allora ci mettiamo in moto e in questo metterci in moto ci incontriamo, perché la gente che vive si incontra, oppure ci chiudiamo in noi stessi, e invece dell’amicizia nasce quell’orrendo terrore che ha segnato la vita di milioni e milioni di uomini negli ultimi 150 anni. Questo è il bello della cultura, riprendere tutti i giorni l’ansia per l’uomo , come diceva Guardini in una raccolta di saggi degli anni venti, che sono straordinariamente attuali e che mettevano in guardia sull’ultima ideologia, mentre stava incominciando il trionfo del nazismo, del comunismo ecc, Guardini aveva già intravisto che alla fine, la ideologia che sarebbe sopravissuta, sarebbe stata la tecnica, esattamente come dice Benedetto XVI, alla fine della “Caritas in veritate”.
    Ecco, dentro questa amicizia che snida l’avversario; non c’è cultura che non abbia di fronte l’avversario; perché l’avversario ci circonda, perché l’avversario tende a sostituire i termini della verità con i termini della menzogna e non esiste cultura critica che non debba rendersi conto che c’è nel profondo della ricerca per la verità, la tensione alla lotta, “militia est vita hominis”
    Dentro questo che è stato il fascino dei miei anni universitari con Bontadini, ma come era stato il fascino dei miei anni liceali e poi ancora con Giussani, la grande certezza della fede cattolica.
    La grande certezza della fede cattolica, che la fede si fa carico di questa tensione alla verità, la assume fino in fondo, gli dà una versione definitiva, ma questa versione definitiva non elimina le istanze e i diritti della ragione, ma dà alle istanze e ai diritti della ragione il suo fondamento vero, la sua dignità, la sua ampiezza, il suo destino. E allora ecco questa convergenza, questa singolare convergenza fra la fede e ciò che è autenticamente umano- che è un capitolo per me il più significativo del libro L’uomo e la cultura, del magistero di Giovanni Paolo II
    Questa singolare convergenza tra ciò che è autenticamente umano e ciò che è cristiano.
    Permettetemi di rileggere questa frase di Giovanni Paolo II , perché per un certo aspetto era la più ovvia nel mio cammino, ma formulata così è stata veramente l’inizio di una novità assoluta alla quale sono rimasto fedele tutta la mia vita e sono ancora fedele.
    Diceva agli studenti e agli insegnanti dell’università cattolica del Sacro Cuore l’8 dicembre del 1978:
    “Se è vero che l’uomo supera infinitamente l’uomo, come ha intuito Pascal, allora bisogna dire che la persona umana non trova la piena realizzazione di se stessa che in riferimento a Colui che costituisce la ragione fondante di tutti i nostri giudizi sull’essere, sul bene, sulla verità e sulla bellezza, ma siccome l’infinita trascendenza, di questo Dio, che qualcuno ha indicato come il totalmente Altro, si è avvicinata a noi in Cristo Gesù, fattosi carne per essere totalmente partecipe della nostra storia, bisogna allora concludere che la fede cristiana abilita noi credenti a interpretare, meglio di qualsiasi altro, le istanze più profonde dell’essere umano e ad indicare con serena e tranquilla sicurezza le vie e i mezzi di un pieno appagamento”.

    E’ questa amicizia fra laici non più laicisti, fra laici appassionati della ragione, e cristiani non più clericali, ma testimoni che la fede salva integralmente l’uomo, è in questa amicizia, che si affrontano tutti i problemi. Quello che il senatore Pera ha indicato è il problema più imponente della nostra epoca, dimostrare che questa convergenza esige una conoscenza adeguata del cristianesimo e una conoscenza adeguata della natura umana e favorire questo incontro nell’abbandono di ogni, di ogni tentazione, come dire, passatistica, laicista o clericale. Se c’è questa amicizia si lavora insieme, ci si integra reciprocamente, soluzioni dell’uno possono diventare soluzioni dell’altro, e viceversa.
    E’ soltanto questa amicizia che rende possibile che il passato diventi presente, e su questo presente si costruisca il futuro. Come ha detto – e con questo concludo - Giovanni Paolo II scrivendo il documento di lavoro per l’attuazione del Concilio Vaticano II della diocesi di Cracovia: la riforma nella tradizione.
    Dio mi ha concesso al di là di tutti i miei meriti, ma soprattutto al di là dei miei molti limiti di far ininterrottamente in questi anni l’esperienza di una riforma che si fa continuamente nella fedeltà assoluta e incondizionata alla nostra tradizione che è insieme tradizione cristiana e tradizione autenticamente umana. Grazie.

    Meeting Rimini lunedì 20 agosto 2012 ore 15.00 - Sala Neri
    Tema: BELLEZZA E CULTURA: BENE COMUNE Partecipano: Cristina ACIDINI, S. E. Mons. Luigi NEGRI Lorenzo ORNAGHI, . Introduce Marco Bona Castellotti.

    BELLEZZA E CULTURA: BENE COMUNE Meeting Rimini lunedì 20 agosto 2012 ore 15.00 - Sala Neri
    Tema: BELLEZZA E CULTURA: BENE COMUNE Partecipano: Cristina Acidini, Sovrintendente del Polo Museale di Firenze;S. E. Mons. Luigi Negri Vescovo San Marino-Montefeltro; Lorenzo Ornaghi, Ministro dei Beni e Attività Culturali. Introduce Marco Bona Castellotti, Docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.


    LIBRI AL MEETING
    Alla Libreria Pad D5 troverete alcuni testi segnalati dalla Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II
    “UN POPOLO UNA MEMORIA Montefeltro e il suo museo."Autore Santino Langè Edizioni Cantagalli

    “Don Francesco Ricci: fino agli estremi confini della terra.”Convegno della Fondazione Int. Giovanni Paolo II Edizioni ITACA

    “QUALE SCIENZA PER QUALE UOMO La sfida della biopolitica”Fondazione Int. Giovanni Paolo II Edizioni Cantagalli

    Il tema del Meeting 2012:
    La natura dell'uomo è rapporto con l'infinito
    Domenica 19 agosto 2012 - Sabato 25 agosto 2012

    La frase che dà il titolo alla XXXIII edizione del Meeting è tratta dal primo capitolo de Il senso religioso di don Giussani: «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito».

    Nell’esperienza quotidiana, infatti, l’uomo si scopre costituito da esigenze (di verità, di giustizia, di felicità e amore) che non sono appagate da risposte parziali. Come Benedetto XVI ha ricordato recentemente, in occasione del viaggio apostolico in Messico e nella Repubblica di Cuba: «L’uomo ha bisogno dell’infinito».

    Il Meeting intende documentare l’esperienza di tale rapporto imprescindibile attraverso incontri, mostre e spettacoli.

    Tante sono oggi le problematiche che il titolo del Meeting vuole illuminare: dal tema del diritto in tutte le sue varie accezioni alle questioni poste dalla ricerca scientifica, fino alla sfida del cambiamento imposta dalla crisi alla vita della gente e delle nazioni.
    Se l’uomo è rapporto con l’infinito, solo tale rapporto può fondare adeguatamente i diritti di ogni persona e di ogni popolo, ponendo i termini di una organizzazione sociale e civile libera e dignitosa. Così come ogni indagine scientifica sull’uomo, sulla sua struttura biologica e neurologica, non potrà prescindere dal riconoscimento di un rapporto ultimo e misterioso da cui l’uomo è definito e che lo rende “indisponibile” a qualunque manipolazione.

    La questione del rapporto con l’infinito è questione antropologica, definisce appunto l’uomo in quanto tale, ne individua la natura religiosa come tensione continua verso un “oltre” che sottende ogni movimento umano.

    Proprio tale natura, unità profonda di cuore e ragione - come ancora Benedetto XVI affermava nel viaggio messicano -, essendo comune a tutti gli uomini, consente l’esperienza dell’incontro tra persone di fede e cultura diverse, come anche quest’anno il Meeting desidera documentare.
    Solo l’esperienza vissuta di tale rapporto, infatti, crea uomini certi della propria identità e liberi nel riconoscere quella altrui, capaci di costruire insieme e di prendere iniziativa nella cultura, nell’economia e nella politica per un bene comune.

    C’è un’attesa che vorremmo condividere con tutti coloro che già stanno collaborando alla realizzazione del Meeting e con tutti coloro che vi parteciperanno: che possa essere per ciascuno l’occasione per incontrare persone ed esperienze capaci di risuscitare il desiderio e la consapevolezza del proprio rapporto con

    "L'infanzia di Gesù" di Joseph Ratzinger Benedetto XVI

    La relazione di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi svolta Martedì 29 gennaio 2013 Palace Hotel Serravalle RSM
    "L'infanzia di Gesù" di Joseph Ratzinger e la Dottrina sociale della Chiesa

    Premessa

    Il libro "L'infanzia di Gesù" esce dopo cinque anni dalla pubblicazione del primo volume su "Gesù di Nazareth", avvenuta nel 2007. Tra i due libri si colloca la seconda parte che ha visto la luce nel 2011. Si tratta, come si vede anche solo dai tempi di esecuzione, di un'opera corposa e impegnativa. Mi sono chiesto se la lettura dei tre volumi secondo l'ordine di pubblicazione sia quella più conveniente. Nulla escluderebbe, infatti, che si partisse da questo terzo volume dedicato all'Infanzia di Gesù. Sono però convinto che l'ordine giusto sia quello voluto da Benedetto XVI e che il libro sulla nascita del Salvatore fino al suo ritrovamento nel Tempio all'età di dodici anni sia da leggersi alla luce dei due precedenti volumi. Questo criterio vale soprattutto per chi, come me, si accosta a "L'infanzia di Gesù" da una prospettiva molto particolare come quella della Dottrina sociale della Chiesa. Una prospettiva apparentemente strana o addirittura temeraria se rivolta ai racconti dell'Infanzia. Cosa mai ci può dire - si potrebbe pensare - questo libro del Papa circa la dimensione sociale e politica del Vangelo? Ed infatti, a leggere il testo, non solo non appare l'espressione "Dottrina sociale della Chiesa", che si può invece trovare nel primo volume alla pagina 156 dell'edizione italiana, ma a prima vista sembra proprio che la narrazione si muova su altri piani.
    Solo a prima vista, però. Infatti, a ben riflettere, se la Dottrina sociale della Chiesa si fonda sulla Parola di Dio e ne mostra le conseguenze nella vita sociale e politica, come può essere estranea alla Parola di Dio incarnata nel Bambino di Betlemme? Solo che spesso quanto è in sé evidente non lo è per noi. Ecco perché i due volumi precedenti sono utili per illuminare questo terzo libro del Papa per quanto riguarda i suoi nessi con la Dottrina sociale della Chiesa. E' per questo che farò qualche riferimento anche ai due volumi precedenti.

    Il Vecchio e il Nuovo TestamentoUn primo punto di fondamentale importanza è l'impegno di Joseph Ratzinger nel presentare Gesù come il compimento delle attese messianiche del popolo di Israele. Nel primo volume su "Gesù di Nazareth" (2007) questo tema veniva sviluppato nel dialogo con lo studioso ebreo Jakob Neusner. Cristo costruisce una comunità nuova e così facendo fa morire 1' "Israele eterno" che si fonda sulla Torah; fa morire la famiglia e la stirpe, i legami della carne, distrugge la legge del sabato e non offre alcuna struttura sociale realizzabile concretamente ma un "Nuovo Israele" portatore di una promessa universale. Neusner capisce che questa "pretesa" può derivare solo da Dio, ma non rinuncia all'Israele eterno, alla comunità fondata sul sangue e sulla legge. Benedetto XVI, invece, pensa che Gesù non superi la Torah ma la porti a compimento. E' un punto fondamentale di tutto il libro, dalle ripercussioni notevoli per la Dottrina sociale della Chiesa. Fondando una comunità universale, il cristianesimo ha liberato gli ordinamenti politici e sociali concreti dalla immediata sacralità e quindi ha fondato la laicità, ma non ha eliminato la Torah, l'ha affidata ad una ragione ormai capace di discernere, elemento che era presente anche nella Torah stessa: «non viene formulato un ordinamento sociale; sicuramente, però vengono premessi agli ordinamenti sociali i criteri fondamentali che, tuttavia, come tali non possono trovare realizzazione piena in nessun ordinamento sociale" (p. 155). Nasce qui la Dottrina sociale cristiana (p. 156). Aggiungeva Benedetto XVI: «La tentazione oggi largamente diffusa di interpretare il Nuovo Testamento in modo puramente spirituale, privandolo di ogni rilevanza sociale e politica, va in questa direzione» (p. 150). In quale direzione? Nella direzione di liberare il Nuovo testamento dal Vecchio, la legge nuova dalla Torah, la legge della domenica da quella del sabato. Non è possibile eliminare la Legge antica: essa permane, inverata e superata, nella Legge Nuova, che è Gesù stesso. La dimensione sociale delle norme sul sabato non viene negata dal divieto di anteporre il sabato all'uomo, ma ripresa e confermata in una Nuova Alleanza, a dimostrazione che Gesù si pone come Dio.
    L'unità tra Vecchio Testamento e Gesù Cristo come "Nuovo Israele" è quindi di importanza fondamentale per la Dottrina sociale della Chiesa e per i rapporti tra ordinamento della civiltà degli uomini e salvezza cristiana. Su questa base è possibile intendere la Dottrina sociale della Chiesa come un messaggio universale di salvezza rivolto anche all'ordine sociale, senza tuttavia che questo comporti la sua sacralizzazione. Questo punto spero risulterà evidente da quanto dirò in seguito.

    La salute politica e la salvezza dai peccatiNe "L'infanzia di Gesù" Benedetto XVI raccoglie con cura le "prove" della Divinità del Bambino, sullo sfondo dell'attesa di salvezza di Israele. Vorrei qui soffermarmi su due passaggi molto significativi del libro.
    Il primo è il "sì" di Maria. Con esso, dice il Papa, "inizia in senso proprio il Nuovo Testamento" (p. 36). Ma questo "sì" è "nella continuità della storia biblica della salvezza" (p. 37) e "Maria appare come la figlia di Sion in persona. Le promesse riguardanti Sion si adempiono in lei in modo inaspettato. Maria diventa l'arca dell'alleanza, il luogo di una vera inabitazione del Signore" (p. 38). "Maria diventa la tenda viva di Dio, nella quale, in modo nuovo, Egli vuole dimorare in mezzo agli uomini" (p. 39). Il Signore gli darà il trono di Davide suo padre, dice l'Angelo a Maria, e il suo regno non avrà mai fine.
    Il Nuovo Testamento nasce da un "sì" che rappresenta il compimento delle promesse davidiche e il Figlio dell'Altissimo sarà il "nuovo Davide", il "Davide definitivo" (p. 106). Ma la situazione del popolo di Israele sembrava contraddire ampiamente questo adempimento della promessa. Scrive Benedetto XVI: "Questo lamento di Israele stava davanti a Dio anche nel momento in cui Gabriele preannunciava alla Vergine Maria il nuovo re sul trono di Davide ... L'Angelo annuncia che Dio non ha dimenticato la sua promessa; ora, nel bambino che Maria concepirà per opera dello Spirito Santo, essa si avvererà. Il suo regno non avrà mai fine, dice Gabriele a Maria" (p. 40).
    La regalità divina del Bambino è presente in tutti i racconti evangelici dell'infanzia di Gesù e il libro di Benedetto XVI in ogni luogo lo ricorda. E' una regalità che adempie in modo nuovo la promessa fatta a Davide e che crea quindi una salutare tensione tra i regni di questo mondo e il regno di Dio. Il Figlio dell'Altissimo è Re nel senso pieno del termine e proprio per questo non può essere ristretto a qualsiasi regno di questo mondo. Nella promessa a Davide era contenuta una apertura ad un inaudito sviluppo che ora si realizza. Cosa questo significhi per la Dottrina sociale della Chiesa e la costruzione della città degli uomini appare evidente nel secondo punto del testo che desidero esaminare.
    A Giuseppe l'Angelo dice: "Maria darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21). La regalità divina del Bambino viene qui ribadita, egli è "collegato direttamente con il potere santo e salvifico di Dio" (p.53). Ma questa promessa del perdono dei peccati sembra eludere il problema politico del momento e, insieme ad esso, la promessa fatta a Davide. Nulla si dice, infatti, della ricostruzione politica del regno di Davide. Scrive l'Autore: "La promessa del perdono dei peccati appare troppo poco e insieme troppo; troppo, perché si invade la sfera riservata a Dio stesso [il Bambino che rimetterà i peccati è Dio, ndr\\ troppo poco, perché sembra non sia presa in considerazione la sofferenza concreta di Israele e il suo reale bisogno di salvezza" (p. 54). Ma la regalità salvifica del Figlio dell'Altissimo, che "salverà il suo popolo dai peccati" non esclude che questo abbia delle salutari, anche se non salvifiche, conseguenze anche sulla realtà del regno di questo mondo, senza tuttavia rinchiudersi in esso. Si può dire che la messianicità di Gesù sollevi tutti i problemi, anche quelli politici e legati alla convivenza umana, al loro nucleo fondamentale, senza del quale degradano. Bella ed opportuna la riflessione dell'Autore: "L'uomo è un essere relazionale. Se è disturbata la prima, la fondamentale relazione dell'uomo - la relazione con Dio -, allora non c'è più alcun'altra cosa che possa veramente essere in ordine. Di questa priorità si tratta nel messaggio e nell'operare di Gesù: Egli vuole, in primo luogo, richiamare l'attenzione dell'uomo al nocciolo del suo male e mostrargli: se non sarai guarito in questo, allora, nonostante tutte le cose buone che potrai trovare, non sarai guarito veramente" (p. 55).
    Nell'attesa messianica di Israele c'era una tensione politica che non era solo politica e che non avrebbe potuto trovare risposta solo politica. Nella Torah, sembra dire Ratzinger, c'è un elemento salvifico universale che trova realizzazione solo in una Nuova Alleanza. Questa, però, non soffoca né nega la "legge vecchia" - come temeva Neusner nel primo volume - ma la solleva ad un altro livello, l'incontro con Dio in Gesù di Nazareth, dalla cui relazione deriverà salvezza per ogni altra relazione umana. La Dottrina sociale della Chiesa è espressione ed annuncio di questa Nuova Alleanza. La signoria di Cristo è saldamente posta e, con essa, anche la responsabilità umana.

    I due piani della politica e della religioneSe in virtù delle promesse davidiche il Nuovo era atteso ancora in forme legate alla legge e alla stirpe, l'ambito politico non emergeva ancora nella sua legittima autonomia, pur adombrandola. Ora, con Gesù, la signoria di Cristo è, come dicevo, saldamente posta e con essa, però, anche la responsabilità umana. La descrizione dell'evento della nascita di Gesù, svolta nelle pagine 79-94 de "L'infanzia di Gesù" è densa di importanti riflessioni al riguardo.
    Come sempre Papa Ratzinger mostra l'ascendenza veterotestamentaria della nascita di Gesù, "nuovo inizio" ("colui che inaugura una nuova umanità", p. 84) ma anche "compimento". Qui lo fa in modo particolare sviluppando il concetto di "primogenitura". "Maria - si legge in Le 2,7 - diede alla luce il suo figlio primogenito". Dio aveva chiesto per sé i figli primogeniti di Israele (Es 13,ls). La primogenitura di Gesù ha quindi un significato legato alla storia di Israele. Ha anche un significato cosmico in quanto "primogenito di tutta la Creazione" (Col 1,15). Il Bambino primogenito viene quindi da lontano e conferma, nel momento stesso in cui rinnova, la storia e il creato.
    Conferma, nel momento in cui rinnova. Ratzinger approfitta di questo concetto per spiegare come ciò che appartiene alla storia umana e deriva dalla natura degli uomini dipende già dal Primogenito ed è da Lui alimentata, ma questo non toglie lo spazio alla libertà umana e all'utilizzo degli strumenti naturali. Viceversa, la libertà umana e l'utilizzo degli strumenti naturali non sono mai completamente indipendente dal Primogenito: "Non potremmo amare se prima non fossimo amati da Dio. La grazia di Dio sempre ci precede, ci abbraccia e ci sostiene. Ma resta vero anche che l'uomo è chiamato a partecipare a questo amore, non è un semplice strumento, privo di volontà propria, dell'onnipotenza di Dio. (pp. 90-91).
    Questa visione getta una luce nuova sulla dimensione della politica. L'uomo è capace di costruire la pace. Al tempo della nascita di Gesù, fa notare Ratzinger, vigeva la pax romana dell'imperatore Augusto. Ma anche quella pace, segnalata come un fatto encomiabile dagli storici, non era vera pace: "In realtà, anche nel periodo aureo dell'impero romano la sicurezza giuridica, la pace e il benessere non erano mai fuori pericolo, né mai pienamente realizzati. Basta uno sguardo alla Terra Santa per riconoscere i limiti della pax romana" (p. 92). Per questo alla politica il messaggio cristiano assegna la sua responsabilità, a patto però di non divinizzare se stessa e promettere cose che non può mantenere, perché in questo caso essa si priverebbe della luce di Dio.

    La salvezza attesa fuori da IsraeleVorrei tornare su un punto che nella visione di Joseph Ratzinger è a mio avviso molto importante e sul quale è bene che non ci siano equivoci. L'apertura all'universalità della salvezza è già presente nel Vecchio Testamento e nella religione di Israele. Certamente c'è l'idea del "Regno di Davide", ma Israele va ben oltre l'idea di un "Dio nazionale", che rimarrebbe all'interno delle divinità mitiche e della religione del mito. Questo è molto importante per dire che l'universalità del messaggio cristiano non è in contrasto con la religione di Israele, dentro la quale c'era la tensione verso il Dio vero ed unico. Il "Davide definitivo" valorizza e completa una attesa già presente nell'"Israele eterno".
    La stessa cosa si può dire dell'incontro della fede con la ragione. L'universalità del messaggio cristiano richiede che esso si rivolga a tutti gli uomini in quanto uomini. Deve assumere il linguaggio degli uomini e non solo quello di una nazione o di una cultura. Del resto Dio stesso si fa uomo nel Bambino di Nazareth. Ora, anche questa dimensione che possiamo chiamare dell'incontro tra fede e ragione o della religione "dal volto umano", non era estranea ad Israele, che fin da subito, e poi soprattutto per i richiami dei Profeti, non si pose alla ricerca di un Dio che lo rassicurasse dalle sue paure, ma un Dio di verità e giustizia. Anche da questi punti di vista, quindi, il Nuovo Testamento non esclude il Vecchio, anzi, non ne può fare a meno. La Dottrina sociale della Chiesa non annuncia solo un Dio di salvezza, ma annuncia anche il Dio unico, vero e buono che ha creato tutte le cose secondo verità e bontà.
    Nel libro "L'infanzia di Gesù" questa dinamica propria della Dottrina sociale della Chiesa è presentata nel racconto della visita dei Magi a Betlemme. Il senso del racconto della visita dei Magi, secondo Ratzinger, è proprio questo: rispondere alla domanda di "come persone fuori di Israele potessero vedere proprio nel 're dei Giudei' il portatore di una salvezza che li riguardava" (108). E' evidente l'importanza di questa domanda per la Dottrina sociale della Chiesa, che non è una forma di positivismo per i cattolici, ma un discorso rivolto a tutti gli uomini.
    La risposta di Benedetto XVI è articolata. Cerchiamo di seguire questa articolazione. Dapprima egli fa notare che il termine "Magi" aveva almeno due significati principali. Mago poteva significare chi portava una "conoscenza filosofia e religiosa" (p. 109) oppure chi "si mette dalla parte dei demoni" (p. 110). La religione infatti, spiega Ratzinger, "può diventare la via verso una vera conoscenza" oppure diventare "demoniaca e distruttiva" (p. 109). I Magi del racconto evangelico appartengono alla prima categoria. Essi sono "sapienti" (p. 110) e "ricercatori della verità" (p. 112). Più in profondità essi "rappresentano l'attesa interiore dello spirito umano, il movimento delle religioni e della ragione umana incontro a Cristo" (p. 113).
    Essi, quindi, riconoscono la "regalità di Cristo". Si prostrano davanti al Bambino e i doni "sono un riconoscimento della dignità regale di Colui al quale vengono offerti" (p. 124). In Lui essi vedono il punto verso cui converge la storia e Colui che fa "parlare" il creato svelandone il senso originario. Tutto ciò, ancora una volta, non è senza collegamenti con il Vecchio Testamento, dato che Betlemme è la città dove era nato il re Davide e dove ora nasce il "Davide definitivo". Questa regalità è riconosciuta dall'esterno di Israele e indica quindi la prospettiva universale del cristianesimo e contemporaneamente la convergenza in Lui delle religioni e della ragione umana in quanto tale. E' un messaggio importante per la Dottrina sociale della Chiesa non solo sul piano del metodo, ossia del dialogo con tutti gli uomini sui problemi della convivenza sociale e politica, ma anche su quello dei contenuti in quanto questo dialogo viene svolto dentro la pretesa cristiana che la regalità del Bambino di Nazareth è la risposta alle attese dell'umanità.

    Storia e fede ne "L'infanzia di Gesù"Concludo questo mio intervento passando da alcuni temi contenutistici ad un aspetto del metodo adoperato da Benedetto XVI in questa trilogia su Gesù di Nazareth e quindi anche in questo ultimo volume. Nella Introduzione al primo volume su Gesù di Nazareth, Benedetto XVI aveva enunciato il suo metodo esegetico. Con altre parole egli ne parlò anche nel discorso alla Commissione teologica internazionale del 1 dicembre 2009 sostenendo che solo la ragione che si apre al mistero diventa vera saggezza: «Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L'essenziale è rimasto nascosto!».
    «C'è un duplice uso della ragione - proseguiva il Papa - e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C'è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio: in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c'è. E così, infine, anche in teologia: si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico: una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa "captare" certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l'uomo si fa egli stesso la misura: ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità. E c'è l'altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell'uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell'umiltà alla novità dell'agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande».
    E' questo il metodo che Benedetto XVI ha adoperato nella trilogia su Gesù di Nazareth. Il suo punto di vista non è mai solo storico, ma presuppone sempre la verità della fede. In questo modo egli mostra come la luce della fede permetta di comprendere fino in sostenendo che solo la ragione che si apre al mistero diventa vera saggezza: «Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L'essenziale è rimasto nascosto!».
    «C'è un duplice uso della ragione - proseguiva il Papa - e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C'è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio: in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c'è. E così, infine, anche in teologia: si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico: una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa "captare" certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l'uomo si fa egli stesso la misura: ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità. E c'è l'altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell'uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell'umiltà alla novità dell'agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande».
    E' questo il metodo che Benedetto XVI ha adoperato nella trilogia su Gesù di Nazareth. Il suo punto di vista non è mai solo storico, ma presuppone sempre la verità della fede. In questo modo egli mostra come la luce della fede permetta di comprendere fino in
    fondo anche i fatti della storia e che non è tanto Gesù a mostrare il Messia, ma il Messia a mostrare Gesù. I fatti rimarrebbero incomprensibili senza la luce della fede. Soprattutto essi rimarrebbero solo dei fatti ormai trascorsi e non avrebbero più nulla da dirci oggi.

    Ritengo che questo sia il metodo che dobbiamo adoperare nella conoscenza delle questioni sociali e nell'utilizzo della sapienza sociale, e quindi nell'uso opportuno della Dottrina sociale della Chiesa. Esaminare i problemi sociali solo in quanto tali, ossia con i connotati che le scienze umane ne danno, non produce nessuna sapienza sociale e, in realtà, rende ciechi anche per la pianificazione degli interventi, in quanto i veri problemi ci sfuggono.

    Testimoni del Vangelo: una chiesa d'occidente incontra la chiesa d'oriente

    Incontro pubblico Venerdì 12 Aprile ore 21,00 Centro Congressi KURSAAL - San Marino Città
    Partecipano:
    Sua Beatitudine Mons Fouad TWAL(Patriarca dei Latini di Gerusalemme)
    S. E. Mons. Luigi NEGRI(Arcivescovo di Ferrara-Comacchio)

    Introduce: Giorgio PAOLUCCI
    (Caporedattore di Avvenire)

    Promosso da:
    -PROGETTO SORRISO
    -FONDAZIONE INTERNAZIONALE GIOVANNI PAOLO II

    Con il Patrocinio di:
    - Segreteria di Stato per gli Affari Esteri
    - Segreteria di Stato per l' Istruzione e la Cultura

    in collaborazione con:
    -Diocesi San Marino-Montefeltro
    - UNITALSI
    - Ass. Romano Gelmini per i popoli della Terra Santa

    con il contributo di:
    - Fondazione Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino-SUMS
    - Ente Cassa di Faetano-Fondazione della Banca di San Marino Spa

    IL POTERE DEI SENZA POTERE

    VENERDI' 14 giugno 2013 CESENA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
    VENERDÍ 14 GIUGNO 2013 - ORE 21,00
    CHIESA DI S. AGOSTINO
    Piazza Aguselli - Cesena
    Intervengono
    S.E. MONS. LUIGI NEGRI
    Arcivescovo di Ferrara
    LUIGI GENINAZZI
    Giornalista di Avvenire
    Introduce
    STEFANO SPINELLI
    Presidente Unione Giuristi Italiani di Forlì-Cesena
    “Ognuno di noi puó cambiare il mondo. Anche se non ha alcun potere,
    anche se non ha la minima importanza, ognuno di noi puó cambiare il mondo”

    Martedì 25 Giugno 2013 Ore 21,00 Sala S Francesco P.zza S. Francesco Ferrara

    Fondazione Enrico Zanotti - Fondazione Int. Giovanni Paolo II - Centro Cultutrale L'Umana Avventura - Student Office “Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile oggi non può ripartire […] dall’affermarsi dell’una o dell’altra concezione politica […], ma dovrà partire dall’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri, con l’universo. Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società: non è qualcosa che basta concepire e lanciare come il modello di una nuova automobile […]. Non è detto che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario: solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore”. [Vaclav Havel, Il potere dei senza potere”]

    SCHEDA
    La crisi economica. Ci dicono che sia un mostro inarrestabile, che fagocita lavoro, famiglie e vite umane; ci viene detto che la colpa è dei politici, come se i politici venissero da un altro pianeta, che la colpa è della finanza, come se nessuno ne avesse mai sentito parlare prima. Ci sono gli indignados che si indignano per le ingiustizie, gli arrabbiati per professione che si arrabbiano per le ruberie e gli sprechi, e tutti, ma proprio tutti, ci ripetono che occorre “creare un nuovo modello di sviluppo, socialmente giusto e rispettoso del pianeta”, come scriveva Stéphane Hessel, il padre spirituale del movimento “Occupy Wall Street”. Alla fine, sarebbe quindi una nuova politica - stavolta “giusta” - che ci salverebbe; sarebbe un sistema nuovo da sostituire al vecchio, un “nuovo corso” e una nuova morale da instaurare appena gli onesti e i buoni siano entrati nelle stanze del potere. In maniera violenta o in maniera più pacata, al fondo del dibattito politico odierno nazionale ed internazionale si ritrova questa idea, ovvero che tutto si possa risolvere con un “sistema” che garantisca benessere e felicità; che ogni nostra insoddisfazione o preoccupazione, una volta risolta la questione del lavoro e della crescita, del PIL o del potere di acquisto, si possa dileguare all’istante. E in molti, almeno per un po’, abbiamo pensato che bisognasse partire proprio da qui. “Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile oggi non può ripartire […] dall’affermarsi dell’una o dell’altra concezione politica […], ma dovrà partire dall’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri, con l’universo. Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società: non è qualcosa che basta concepire e lanciare come il modello di una nuova automobile […]. Non è detto che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario: solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore”. [Vaclav Havel, Il potere dei senza potere”] Ma, a ben guardarci, il punto debole di questa posizione è uno: che è una menzogna, poiché elude l’uomo. L’uomo, quello vero, quello concreto, ha bisogno di altro, poiché “è davanti al quotidiano vivere che taglia le gambe che ogni ideologia, teoria o credenza misura la sua verità” (J. Carròn). La vera natura dell’io non è definibile a priori, non può essere incasellata in un sistema, poichè “nelle cose pensate manca sempre l’inevitabilità, il pensiero più risoluto non è nulla di fronte a ciò che avviene” (Wittgenstein). L’io riparte da ciò che di buono incontra e sperimenta, non da un progetto economico o sociale. E di “io” in azione, che amano ciò che fanno, che fanno famiglia, impresa, educazione, ce sono tanti, e occorre imparare cosa li muove e da dove traggono la forza dell’iniziativa, poiché svelano e giudicano la vera natura di tutti, oltre l’apparenza. La politica è nata come un servizio ad un popolo che vive, non l’opposto. Vaclav Havel, dissidente nella Cecoslovacchia comunista, poi presidente della Repubblica Cecoslovacca dopo lo sfondamento della cortina di ferro, testimoniava quarant’anni fa che l’“io” è libero proprio perché non è un prodotto del mondo esterno, e che le sue risorse esistenziali e morali, se ridestate, possono liberare un potenziale di cambiamento i cui esiti sono imprevedibili sul piano sociale: “nessuno sa quando una qualsiasi palla di neve può provocare una valanga”, perché “tutti coloro che vivono nella menzogna ad ogni momento possono essere folgorati dalla forza della verità”. La vera politica comincia infatti a generarsi davanti ad un gesto di verità che strappa il velo della menzogna e dell’apparenza, davanti ad un “io” che chiama le cose con il loro nome, come l’ortolano cecoslovacco che ha il coraggio di togliere dalla sua vetrina il cartello “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Ecco il vero “potere” dei senza potere: “l’ortolano ha dimostrato che la vita nella menzogna è proprio vita nella menzogna […], ha detto che il re è nudo…è accaduto qualcosa di enormemente pericoloso: con il suo gesto l’ortolano ha interpellato il mondo, ha dato ad ognuno la possibilità di guardare dietro il sipario, ha dimostrato ad ognuno che è possibile vivere nella verità. […] finché l’apparenza non viene messa a confronto con la realtà, non sembra un’apparenza; finché la vita nella menzogna non viene messa a confronto con la vita nella verità manca un punto di riferimento che ne riveli la falsità. […] il suo gesto ha trasceso la sua persona, ha fatto luce intorno a sé”. È da un ortolano, ci dice Havel, o “da un semplice elettricista, che però ha il cuore al posto giusto”, che si origina la politica, è un “io” non de-moralizzato, cioè non rassegnato alla menzogna, che può diventare protagonista della trasformazione del mondo.

    MEETING RIMINI 2014 lunedì 25 agosto 2014 ore 15,00

    INVITO ALLA LETTURA. PIETRO SAMBI. NUNZIO DI DIO
    Meeting per l’Amicizia fra i popoli
    Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non
    ha lasciato solo l’uomo.
    Programma lunedì 25 agosto 2014
    Ore: 15.00Testi & Contesti
    eni Caffè Letterario A3

    INVITO ALLA LETTURA. PIETRO SAMBI. NUNZIO DI DIO

    Presentazione del libro di Valerio Lessi, Giornalista (Ed. Cantagalli)
    Partecipano: l'Autore; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa; S. Ecc. Mons. Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede per le Nazioni Unite. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

    Ricordando Marco Biagi presentazione del libro di Lester DeKoster
    COS’È IL LAVORO?
    Edizioni Cantagalli
    a cura di Giuseppe Sabella

    Giovedì 19 marzo 2015 - ore 21,00
    Camera di Commercio
    Via Borgo dei Leoni, 11 - Ferrara
    Evento promosso da: ISTITUTO ACTON
    In collaborazione con: Think - in conoscenza e immagine del lavoro
    e FONDAZIONE Internazionale GIOVANNI PAOLO II per il Magistero Sociale della Chiesa
    Interverranno:
    Mons. Luigi Negri
    Arcivescovo di Ferrara - Comacchio
    Sergio Belardinelli
    Sociologo Università di Bologna
    Gianfranco Fabi
    Giornalista Il Sole 24 Ore

    Saranno presenti
    Marco Ferrini
    Direttore Fondazione Giovanni Paolo II
    Kishore Jayabalan
    Direttore Istituto Acton Roma
    Giuseppe Sabella
    Direttore Think-in
    e curatore dell’edizione italiana

    L’uomo è chiamato al lavoro, ma il lavoro è per l’uomo e non
    l’uomo per il lavoro.
    Creato ad immagine di Dio, l’uomo ha il compito di continuare
    l’opera della creazione attraverso il dominio sulla terra
    che si compie mediante il lavoro. Le azioni dell’uomo devono
    servire alla realizzazione della sua umanità, al compimento del
    suo essere persona. Il lavoro è fatica e sacrificio, ma è anche
    qualcosa “del tutto positivo e creativo, educativo e meritorio”
    (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 11).
    Proprio per il suo valore soggettivo, il lavoro, prima che essere
    un diritto, è un bisogno; è un desiderio di trasformazione
    della realtà. L’uomo, prima ancora del profitto, desidera costruire:
    questa costruzione è servizio, come ci ricorda questo
    libro, servizio a Dio e agli altri. L’uomo serve Dio quando
    serve il suo prossimo ma serve a Dio anche nella misura in cui
    è Dio a guidare il corso della storia. Quindi l’uomo nella sua
    opera è utile al disegno di Dio e alla sua gloria.
    dall’Introduzione di Mons. Giampaolo Crepaldi

    Soggetti sostenitori:
    Ufficio Pastorale del Lavoro, Ufficio Comunicazioni Sociali, Azione Cattolica,
    Comunione e Liberazione, Alleanza Cattolica, ACLI, UCID,
    Fondazione Zanotti, Ascom Confcommercio, Cisl,
    Confagricoltura, Confcooperative, Unindustria


    San Giuseppe, Marco Biagi e i giovani precari italiani
    Il 19 marzo alla Camera di Commercio incontro dedicato al lavoro con Sergio Belardinelli, Gianfranco Fabi e Mons. Negri di Giuseppe Sabella*
    l 19 marzo è la festa di San Giuseppe, il carpentiere, comunemente noto come il falegname.
    Giuseppe è il “santo del lavoro”, non a caso ricordato anche il 1 maggio, giorno della festa universale
    dei lavoratori. Nel Vangelo di Matteo (13,55) Gesù è proprio chiamato il figlio del carpentiere: “Non
    è Egli (Gesù) il figlio del téktón?” Il termine “téktón” in un primo momento è stato tradotto col temine
    falegname, oggi la maggior parte degli studiosi lo traduce col termine carpentiere: nella Israele di 2000
    anni fa il legno era utilizzato anche come materiale necessario per costruire case ed edifici.
    Che strana coincidenza, il 19 marzo si ricorda anche la morte di Marco Biagi: il martirio civile di chi ha
    dedicato la vita al lavoro è così indissolubilmente legato a chi il lavoro lo ha santificato per primo.
    A 13 anni dal suo assassinio, Marco Biagi continua ad essere noto ai più non come il padre della legge che
    ha regolato il lavoro flessibile ma della legge che ha regalato il lavoro precario.
    Premesso che non tutto ciò che è a termine o sotto forma di collaborazione è da considerarsi precario, è
    chiaro che il “precariato” non è un’invenzione mediatica e che sono stati soprattutto i giovani a fare
    le spese del fenomeno della precarizzazione del lavoro, le cui cause sono diverse e non riconducibili alla
    sola disciplina di per sé mutabile e perfettibile.
    I giovani oggi non vivono nella loro società ma nella società dei loro padri, del mercato “duale” e delle corporazioni, dei pensionamenti continuamente posticipati, di una scuola e università poco inclini a
    confrontarsi col mercato, di aziende poco capaci di riconoscere i più meritevoli, tanto che questi se ne
    vanno all’estero (solo nel 2014, 19.000 laureati sono emigrati in cerca di lavoro). Ma soprattutto, se ci
    riferiamo agli attori del mercato del lavoro, di una rete di servizi che non è stata capace di fare da contraltare, attraverso il collocamento e ricollocamento, all’introduzione delle forme flessibili del lavoro: questa è la causa principale della precarizzazione del lavoro. Non è la regolazione flessibile del lavoro che di per sé rende il lavoratore precario, ma il sistema dei servizi di welfare che ad oggi ha offerto poche risposte efficienti: un welfare i cui servizi sono stati gestiti unicamente come voci di costo e che, di fatto, ignora la nuova economia e i nuovi lavori. Proprio il 19 marzo prossimo, ore 21, presso la sede della Camera di Commercio di Ferrara, sarà presentata l’edizione italiana (Cantagalli 2014) del libro di Lester DeKoster “Cos’è il lavoro? Una prospettiva cristiana”, introduzione di Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste.
    L’evento è organizzato dall’Istituto Acton in collaborazione con la Fondazione Internazionale Giovanni Paolo
    II e Think-in, think tank costituito da giovani ricercatori che si sono formati proprio nel laboratorio del Prof. Biagi. All’evento parteciperanno Mons. Negri (Arcivescovo di Ferrara Comacchio), Sergio Belardinelli (Ordinario di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna Alma Mater Studiorum) e Gianfranco Fabi (giornalista, già vice direttore Il Sole 24Ore e direttore Radio24).
    A distanza di oltre trent’anni dalla sua edizione americana, l’opera dello scrittore calvinista Lester De-Koster conosce la sua prima fortunata versione italiana. Personalità creativa, tanto atipica quanto eclettica (quando morì la sua biblioteca personale ammontava a circa 10.000 libri) e pressoché sconosciuta in Italia, DeKoster nel secolo scorso fu uno dei più convinti sostenitori della dimensione strutturalmente trascendente del lavoro e del suo significato intrinsecamente teologico. La novità del libro sta nell’approccio con il quale si tratta la tematica del lavoro, assolutamente non convenzionale nel nostro Paese, dove le riflessioni sul suo significato “vocazionale”, in particolare sul senso di “missione” che ogni lavoro possiede, stentano ancora a decollare; si tratta, leggendolo in quest’ottica, di un testo estremamente utile, proprio perché riporta l’attenzione degli studiosi sul fenomeno più inquietante – quanto diffuso – dell’epoca postmoderna: “la progressiva perdita di senso del lavoro”. San Giovanni Paolo II, in un suo celebre discorso, disse che “se Dio ha abitato con l’uomo, la terra abitata dagli uomini è la terra in cui incessantemente si rinnova il desiderio della giustizia e della pace. Nessun pensatore e nessuna ideologia proclamino di conoscere essi soli questo problema e dichiarino di saperlo risolvere fino in fondo. La nostra è una preghiera per i diritti dell’uomo, per gli inalienabili diritti dell’uomo”. Il diritto al lavoro, al salario e al pane non sono solo diritti della giustizia sociale, sono anche diritti dello spirito. Anche Marco Biagi sarebbe stato molto d’accordo nel ritenere il lavoro non solo un diritto sociale ma anche un diritto dello spirito: lo dicono la sua instancabile attività e il suo impegno totale per l’innovazione, nel tentativo di rendere il mercato del lavoro italiano – quello che lui chiamava “il peggior mercato d’Europa” – un mercato più capace di offrire opportunità in particolare ai giovani. Oggi avrebbe di che gioire: nonostante la disputa sui contratti a progetto e sulle collaborazioni, il Jobs Act finalmente costruisce un nuovo percorso di tutele, ciò che era rimasto incompiuto nella riforma del 2003 che porta il suo nome. Certamente, come De-Koster e come i santi Giuseppe e Giovanni Paolo II, anche Marco Biagi si è chiesto spesso cos’è il lavoro. *Direttore di Think-in

    LA SFIDA DEL GENDER
    Visione dell'uomo ed educazione

    INCONTRI "FEDE E RAGIONE" Incontro con:
    Padre Giorgio Maria Carbone o.p.
    giurista, teologo ed esperto di bioetica

    MARTEDI' 24 novembre 2015/ore 21,15
    Sala San Giuseppe al Porto / Via Gulli / RIMINI


    Promosso da:
    Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II
    con il contributo di:
    Associazione "Identità Europea"
    Associazione Iniziative Culturali - Rimini
    Centro Aiuto alla Vita - Rimini
    Comitato "Libertà di educazione"
    Movimento per la Vita "Alberto Marvelli"

    PRESENTAZIONE DEL LIBRO
    Il cammino della Chiesa

    Fondamenti, storia e problemi
    di mons. LUIGI NEGRI - Edizioni ARES

    28 gennaio 2016
    LA CHIESA OGGI: NATURA E STORIA
    [Testo non rivisto dagli autori]
    Come raggiungere un’adeguata coscienza sulla natura e sulla storia della Chiesa? Perché parlare oggi di storia della Chiesa?

    Introduzione
    di GIULIO LUPORINI
    Buonasera a tutti,
    grazie a tutti voi di essere presenti, ai relatori illustri che hanno accettato di intervenire e che non hanno bisogno di particolari presentazioni dal momento che sono noti a tutti: il prof. Sergio Belardinelli, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università Alma Mater di Bologna e mons Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara, autore del libro che presentiamo questa sera, Il cammino della Chiesa. Fondamenti, storia e problemi. Un ringraziamento particolare al parroco don Jacques che ci ospita in questa sala e a chi ha reso possibile questa serata: la Fondazione Tempi, la Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II e la casa editrice Ares.
    Entriamo nel merito di quello che è il tema della serata. Il titolo recita: La Chiesa oggi: natura e storia. Come raggiungere un’adeguata coscienza sulla natura e sulla storia della Chiesa? Perché parlare oggi di storia della Chiesa? Forse più che mai oggi, rispetto al passato, sembra quasi, almeno per molti, superfluo parlare della storia della Chiesa, qualcosa al massimo per addetti ai lavori, figurarsi cercare di capire veramente che cosa è stata la storia della Chiesa. Ma così facendo la stessa natura della Chiesa rischia di essere travisata. Ed è vero anche viceversa: non capendo la natura della Chiesa si rischia di leggerne la storia in modo equivoco, usando categorie e chiavi interpretative erronee. Indubbiamente il volume di mons. Luigi Negri, definito un capolavoro dal card. Walter Brandmuller, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, può essere un grande aiuto a capire questo intreccio tra storia e natura della Chiesa. Di conseguenza anche a porsi in modo più consapevole di fronte alle tante sfide alle quali la Chiesa e i cristiani sono chiamati oggi.
    Lascio la parola al professore Sergio Belardinelli che ci aiuterà a capire l’attualità e l’importanza di questo volume. A seguire poi sarà la volta di mons. Luigi Negri.


    Intervento
    di SERGIO BELARDINELLI

    Grazie dell’invito, sono molto contento di presentare il libro di mons. Luigi Negri, anche se, non essendo uno storico, debbo essere piuttosto prudente. Per fortuna, come è già stato detto, non è solo un libro di storia; è un libro che riflette sui fondamenti stessi della cultura occidentale e sulla crisi della nostra cultura cristiana e quindi interpella tutti (anche me). Pertanto mi sento autorizzato a dire la mia, ecco, a fare magari qualche fuoco d’artificio. Però i fuochi d’artificio più scintillanti, comunque, li trovate nel libro: i presenti credo conoscano mons. Negri anche meglio di me, quindi sanno che anche quando scrive non è mai noioso, non è mai uno di quelli che fanno dormire, piuttosto è di quelli che irritano. Irritano nel senso buono, nel senso che la parola ha nella tradizione tedesca dell’800, quando una cosa irritante non è solo una cosa che fa arrabbiare, ma è una cosa che costringe a pensare. E questo mi sembra che sia nelle corde di mons. Negri e quindi anche nel libro che presentiamo stasera.
    Io prenderò le mosse da una questione che è cruciale e che don Luigi pone nelle prime pagine del libro, dove scrive: «la caratteristica più importante dell’antropologia senza Dio [quella del nostro tempo] è innanzitutto la riduzione della verità a opinione». A mio avviso, sta proprio in questa riduzione della verità a opinione, in questa crisi della verità, il tratto più eclatante e, per certi versi, anche più devastante della cultura dentro la quale noi oggi viviamo. Perché dico il tratto più devastante? Perché, come vado dicendo da parecchio tempo, il cristianesimo ha assolutamente bisogno di una cultura dove sia presente il senso della verità. Può succedere che ci sia una cultura dove esista un forte senso della verità senza che vi sia traccia del cristianesimo, il mondo greco ne è la prova. Tuttavia, è assolutamente impensabile che prenda piede e si sviluppi una cultura cristiana in un contesto dove non ci sia il senso della verità, dove non sia chiara la differenza tra il vero e il falso. Ecco perché ciò che don Luigi dice in apertura del libro, a mio modo di vedere, va preso molto sul serio ed è importante specialmente per noi cristiani. Ne va del senso stesso della Chiesa, come hanno intuito gli ultimi grandi papi che hanno colto come la questione della verità fosse il banco di prova di tutte le altre questioni. La questione antropologica, la questione educativa, le questioni bioetiche, il nichilismo, la perdita di senso della libertà, la supremazia del benessere sul bene sono tutti temi che trovate ampiamente sviluppati nel libro di mons. Negri. Ho elencato temi, che sono indicati e sviluppati nel libro, che, comunque, hanno il loro luogo genetico privilegiato proprio in questa cultura senza verità, in questa cultura nella quale è sempre più difficile dire la verità.
    Però questo è anche, come si diceva, un libro di storia, e mons. Luigi Negri, con molto senso dell’ironia, intitola la seconda parte del libro Duemila anni in breve.
    Siamo di fronte a un affresco storico, culturale e anche teologico, a mio avviso, molto bello; è direi un inno alla capacità ermeneutica della fede cristiana, alla capacità della fede cristiana di leggere la storia, di leggere il mondo, di operare nella storia. E mons. Negri lo mostra partendo dal mondo antico, passando per il medioevo e il mondo moderno, arrivando al post moderno. Questo secondo me è un altro punto cardine del libro, come emerge dalle stesse parole di don Luigi: «la fede è un’ermeneutica rigorosissima della realtà». Nel momento in cui si dice questo è evidente che siamo molto lontani da quelle discussioni molto stucchevoli sul rapporto tra fede e ragione – fin dove arriva l’una, dove arriva l’altra – che anche nel nostro mondo cattolico sono sempre all’ordine del giorno. La fede è uno sguardo sulla realtà che investe chi guarda e, appunto, aiuta a vedere problemi che diversamente non vengono visti. Le grandi sfide, di cui ho parlato prima – la crisi antropologica, la crisi dell’educazione, la bioetica ecc.. –, sono tutte sfide e crisi illuminate dalla fede e una ragione illuminata dalla fede riesce a vederle in profondità. E questo è un altro punto secondo me qualificante del libro di mons. Negri.
    Ma non trascurerei i 2000 anni di storia in breve: è una lettura che consiglio a tutti e mi auguro che faccia sui lettori lo stesso effetto che ha fatto su di me, che non sono un esperto di storia. Per esempio, il capitolo sul medioevo è bellissimo. È un capitolo che va letto proprio perché mons. Negri ci fa capire, con una leggerezza e una lucidità piuttosto insolite, che l’età dell’oscurantismo, come gli ignoranti sono abituati a dire quando parlano di medioevo, è importantissima. Mons. Negri ci dice qual è il grande lascito del medioevo e ce lo fa toccare con mano: l’idea di laicità, l’università e gli ospedali. Un modo piuttosto icastico di dire qualcosa però, converrete con me, decisamente importante. Ecco, questo è il medioevo, questa è l’epoca oscurantista, questa è l’epoca sulla quale il libro di mons. Negri si dilunga non poco, proprio per far vedere qualcosa che normalmente, purtroppo, bisogna dire, non viene visto.
    Un’ulteriore considerazione generale sul libro. Il tema di questa serata, come riportato anche nella locandina, è “perché parlare oggi di storia della Chiesa”. Ecco, la risposta che viene dal libro di mons. Negri è, direi, duplice. Da una parte dobbiamo studiare la storia della Chiesa perché come cattolici dobbiamo sentire il dovere di conoscere il mondo del quale siamo stati protagonisti, ma soprattutto, ci viene detto, che dobbiamo studiarla prendendo coscienza che la storia della Chiesa non è la storia di un’istituzione qualsiasi. Se è vero che la Chiesa è la Chiesa di Gesù Cristo, allora vuol dire che nella storia della Chiesa emerge ineludibilmente un’eccedenza, qualcosa che va oltre e che non può essere considerato come qualcosa di marginale. Non possiamo dire quello lasciamolo da parte, noi ci occupiamo dei papi, di quello che fanno i vescovi, dell’istituzione, magari dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa… ma lasciamo stare l’ineffabile. Nel libro di mons. Negri si capisce bene che la storia della Chiesa bisogna guardarla soprattutto in virtù di questa eccedenza che è Gesù Cristo, che è lì, ma trascende in ogni tempo infinitamente quello che c’è. Tuttavia, questo è solo un lato del discorso perché, a mio modo di vedere, se guardiamo la storia della Chiesa da questo punto di vista, noi siamo anche aiutati a guardare la storia che normalmente studiamo nei licei secondo una prospettiva nuova. Anche la storia laica potrebbe avvantaggiarsi di questo sguardo, anche la storia laica potrebbe imparare a vedere cose che diversamente potrebbero essere occultate. Che cosa principalmente potremmo vedere e scoprire secondo tale prospettiva originale? Infondo qualcosa di estremamente banale ma allo stesso tempo decisivo e raramente colto, quello che mons. Negri chiama «il senso del mistero che l’uomo è a se stesso» e il senso del mistero che è la Chiesa. Anche questa considerazione generale mi pare di una certa importanza e devo dire che, al di là di quanto riesca a esprimere io, per capirne fino in fondo la portata consiglio caldamente di leggere il libro, anche perché è proprio un’esperienza vitale.
    Non posso riuscire a passare in rassegna i tanti temi che si incontrano in questo libro, che è un libro di più di trecento pagine, però su alcuni altri punti vorrei soffermarmi in questo quarto d’ora che ancora mi resta. Vorrei enfatizzarli anche perché presentano un’attualità scottante.
    Il primo di questi temi è la perdita dell’identità. A un certo punto mons. Negri cita Benedetto XVI e dice «la perdita della memoria pone nell’individuo e nella società la perdita dell’identità». Io trovo che sia cruciale questo tema della perdita della memoria, della perdita dell’identità, a fronte anche di ciò che sta succedendo nel nostro mondo. Di fronte a un’Europa cristiana, che negli ultimi anni ha pensato che il modo ideale per incontrare gli altri, per dialogare con gli altri, fosse quello di farsi nessuno, ottenendo i risultati devastanti che vediamo, il libro di mons. Negri contiene parecchi richiami salutari a tornare a pensare al senso della nostra identità, a ripensare, se volete, «il dialogo – cito parole sue – come espressione di identità vere». Questo è il dialogo. Il dialogo, specialmente quando è tra persone vive, ha in sé sempre qualcosa di conflittuale, ha in sé sempre qualcosa che ci chiama in causa, ci irrita, nel senso che dicevo prima. È qualcosa che ci impone di metterci in gioco, ma di metterci in gioco per ciò che siamo. L’identità è fondamentale nel dialogo tra i diversi.
    C’è un grande intellettuale ebreo, George Steiner, che in un libro che trattava di letteratura, scrive che «comprendere è tradurre». E a me piace molto la metafora della traduzione linguistica come metafora ideale di un dialogo tra diversi. L’incontro con l’altro è sempre un’opera di traduzione e, come in tutte le opere di traduzione (lo sanno bene gli studenti di liceo, del resto anche io l’ho sperimentato sulla mia pelle), il traduttore ideale è quello che ha dimestichezza con la propria lingua, non solo con la lingua dalla quale traduce. Io ho vissuto di rendita per tutti gli anni del liceo copiando la versione dal latino all’italiano del mio compagno di banco. Io prendevo 9 mentre lui prendeva 6 o 7, ma non certo perché sapesse il latino peggio di me, anzi io copiavo da lui; semplicemente, forse, avevo una dimestichezza diversa con la lingua italiana, e le mie traduzioni suonavano meglio, erano più belle. Al di là di questo esempio banale, davvero i traduttori migliori sono quelli che hanno dimestichezza con la propria lingua ed è per questo che è fondamentale l’identità. Coloro che riescono a interloquire con gli altri, a tradurre meglio i diversi, sono quelli che hanno il senso di se stessi, che hanno una qualche dimestichezza con se stessi. Invece, abbiamo pensato per decenni che il dialogante ideale fosse un ometto senza qualità, direbbe Musil, comunque qualcuno che, insomma, non è né carne né pesce. E io credo che le sfide che stiamo attraversando oggi ci impongano una revisione di questo. È fondamentale, è urgente che l’Europa riscopra in fretta la propria lingua, se vuole avere qualche speranza di tradurre e di farsi capire dagli altri che oramai non sono più lontani perché son sempre più in mezzo a noi. E, forse, la prima prestazione che ci viene richiesta, non foss’altro per essere anche un po’ rispettati in ciò che siamo, è proprio riuscire a mostrare la consapevolezza che abbiamo di noi stessi. Questo è sicuramente un tema che attraversa il libro di mons. Negri che ci aiuta ad avere un’altra prospettiva sul mondo e sui problemi che dobbiamo fronteggiare. Papa Francesco ha scritto, all’esordio del suo pontificato, una pagina molto bella sul fatto che la verità dei cristiani è una verità che, non solo, è naturalmente portata al dialogo, ma è una verità innervata d’amore. Ecco, il libro offre un contributo abbastanza rilevante, secondo me, proprio per capire il significato del dialogo. Non è richiesto a nessuno di entrare nel dialogo con un altro mettendo da parte ciò che è. Un dialogo autentico è un dialogo dove il conflitto va sempre messo in conto; sono i morti che stanno uno vicino all’altro senza conflitti; le persone, se sono vive, è normale che confliggano; è normale che in lingue diverse (continuo a rifarmi alla metafora della traduzione) ci siano degli ambiti, degli spazi, dei margini di intraducibilità. È un po’ il bello della pluralità, la capacità cioè di trasformare l’alterità in un’opportunità. Ma perché l’altro è un’opportunità? Lo diciamo da tanto tempo, specialmente noi cattolici, solo che lo diciamo sempre in un modo così stucchevole, così senza fondamento, che forse qualche buona ragione bisognerà pur cercarla. E siccome c’è utilizziamola. Una buona ragione secondo me emerge proprio dalla metafora della traduzione. Perché l’altro è un’opportunità? Perché l’altro, per poterlo tradurre, ci costringe a cercare nella nostra lingua delle risorse che non pensavamo neanche di avere, e, in questo, ci arricchiamo davvero. Provate a dire a un tedesco di tradurre meriggiare pallido e assorto, oppure chiara e dolce è la notte e senza vento. Trovate una lingua dove la congiunzione “e” suoni come suona nel verso del mio conterraneo. Non è facile, bisogna lavorarci sodo. Bisogna lavorare molto sulla propria lingua per rendere il senso che si avverte in modo perturbato e commosso, direbbe Vico. Bisogna lavorarci duramente, ma quando si trova la traduzione soddisfacente, caspita, che soddisfazione, ci si sente arricchiti. In fondo 2000 anni di esperienza di cristianesimo sono esattamente 2000 anni di questa capacità di incontrare tutti e di scoprire che Cristo – ieri e oggi – è sempre lo stesso, pur riuscendo a illuminare ogni volta tutto quello che incontra. Perché Gesù Cristo è sempre quello, però tutti sanno, lo sappiamo benissimo, noi cristiani di oggi non siamo certamente i cristiani di 2000 anni fa. Altroché se abbiamo imparato, altroché se impariamo, altroché se affiniamo la nostra lingua.
    La Chiesa, per esempio, impara tantissimo. Don Luigi fa vedere questa capacità della Chiesa con grande intensità, in particolare la capacità che la Chiesa ha avuto di imparare da quella modernità che, noi sappiamo, essere entrata in scena contro la Chiesa, la quale a sua volta si è dovuta difendere. Non mi soffermo analiticamente sul modo in cui sia avvenuto, facendo riferimento alla questione dello Stato moderno e della Chiesa. È una vicenda per certi versi tragica (sono i temi di cui mi occupo più direttamente). È evidente che nello Stato moderno, nella politica moderna ci sono i germi di qualcosa di grandioso per certi versi e di terribile per certi altri. C’è sicuramente l’esaltazione dell’idea di libertà che la Chiesa stessa aveva contribuito a generare. Tuttavia, vedendo in seguito questa idea di libertà declinata in un certo modo, la Chiesa vi si è opposta e lo ha fatto anche duramente. Del resto come è possibile che oggi a difendere lo stato di diritto, le libertà, la dignità degli uomini è rimasta solo la Chiesa? Perché la modernità ha preso un'altra strada: i fenomeni totalitari non sono errori, deviazioni della cultura moderna, come aveva detto molto bene Del Noce. I grandi storici della modernità l’hanno visto con lucidità: i germi della degenerazione erano già all’inizio. Talmon, quando scrive Le origini della democrazia totalitaria, vede nel giacobinismo (le pagine di don Luigi Negri sulla Rivoluzione francese sono bellissime) qualcosa che sarebbe finito nelle degenerazioni totalitarie che abbiamo sperimentato nel XX secolo. Noi potremmo anche dire che esiste un nesso tra quell’idea di politica, di potere e quello che sta accadendo oggi sul piano della biopolitica, dove addirittura la politica rivendica il diritto di dire quando e dove sussiste la dignità delle persone (per esempio, quando una persona è degna o non è degna di stare al mondo, quando l’umano, che è sempre stato il presupposto, diciamo così, dell’azione politica, finisce per diventarne quasi un prodotto). Ecco, anche queste cose hanno a che fare, anche più di quanto non si creda, con la crisi della verità.
    Termino con una citazione di Hannah Arendt. C’è un passo, nell’opera Le origini del totalitarismo, dove la Arendt afferma che il suddito ideale di un regime totalitario non è il nazista convinto e non è neanche il comunista convinto, ma è colui per il quale la differenza tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto non esiste più. Ecco, secondo me, questo è un altro elemento di riflessione che il libro di mons. Negri ci consegna e sul quale io mi auguro che ciascuno, poi, possa trascorrere un po’ di tempo. L’unica cosa che posso garantire è che non sarà certo tempo sprecato, per questo dico grazie a don Luigi. Grazie.






    Intervento
    di LUIGI NEGRI

    Sono, innanzitutto, grato al prof. Belardinelli per la generosa introduzione al mio libro. Nel mio intervento vi propongo delle suggestioni, cercando di offrire un contesto ulteriore alla bellissima lettura che il prof. Belardinelli ha fatto.

    La prima osservazione si riferisce al motivo per cui io ho cominciato a interessarmi della storia della Chiesa quando ancora frequentavo il liceo, confortato e incoraggiato da don Giussani: la storia della Chiesa fa corpo con la realtà di Cristo. Cristo non continua a essere presente nel mondo attraverso la parola scritta (la parola scritta, come dice san Gerolamo, esiste perché il cristiano possa recuperare e approfondire sempre di più la verità di ciò che gli è stato annunziato); non continua nella Sacra Scrittura e non continua neanche nelle pratiche di pietà o nelle iniziative morali che il cristiano assume; Cristo continua nel mondo con il suo popolo, per questo l’elemento storia è determinante.
    Se la Chiesa nascesse da un messaggio che si deve interpretare, allora i capi della Chiesa non sarebbero più le persone che Dio stabilisce come vuole attraverso una scelta assolutamente imprevedibile e imprevista, l’ordine sacro, ma sarebbero, invece, quegli uomini che spiegano le Sacre Scritture, gli esegeti, quelli che negli ultimi 40-50 anni, come diceva Ratzinger nel suo bellissimo volume su Gesù Cristo, hanno fatto di tutto per negare la realtà storica di Gesù Cristo. Allo stesso modo se il cristianesimo fosse riducibile a un impegno di carattere caritativo-sociale, allora non ci sarebbe bisogno della storia! Invece c’è bisogno della storia perché, senza storia e senza la conoscenza della storia, l’avvenimento della fede diventa debolissimo; se la fede fosse solo il sentimento che si prova nell’istante presente verso Cristo, attraverso le emozioni di carattere psico-affettivo, o se la fede si identificasse con quello che si può fare di bene per gli altri (dato e non concesso che un uomo con le sue sole forze possa realisticamente pensare di fare qualche cosa di bene per gli altri), non ci sarebbe bisogno della storia.
    La Chiesa, invece, è un popolo e il popolo ha una dimensione storica. E quello che questo popolo ha vissuto nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, entra a fare parte della mia fede oggi, che è forte perché si fonda sul cammino che parte da Cristo e arriva fino a noi. Inoltre su questo cammino si radica il futuro della Chiesa. Una volta Giussani ha scritto «noi viviamo la fede qui ed ora perché 2000 anni fa si è provocato un avvenimento che aveva in sé l’energia e la forza per arrivare fino ad ora». Il tempo è essenziale per l’uomo perché l’istante del presente viene generato da un passato e genera un futuro.
    San Filippo Neri, ricordato non a caso come il “santo dell’allegria”, in pieno Seicento, a Roma, fece nascere un movimento bellissimo di giovani: era un’esperienza travolgente sul piano affettivo, sul piano sentimentale, sul piano della compagnia, in cui erano previste delle riunioni settimanali, la cui struttura era qualcosa di simile a quella dei raggi di Gioventù Studentesca. Bene, san Filippo Neri scriveva al grande cardinale e storico Cesare Baronio (iniziatore della storiografia cattolica antiprotestante) chiedendogli: «vieni una volta al mese a insegnare un po’ di storia della Chiesa ai miei ragazzi, perché non ne sanno niente, e io sono sicuro che, se non capiranno la storia della Chiesa, perderanno anche la conoscenza di Cristo».
    Quindi il primo atteggiamento che ci fa aprire alla storia della Chiesa è quello di una comprensione sempre più profonda dell’avvenimento di Cristo. È un atto di fede, perché la fede sia viva e forte. Una famiglia che non ha il senso della sua storia è una famiglia poverissima. Lo stesso vale per la Chiesa. Spesso la storia della Chiesa è stata criminalizzata. Nei testi scolastici, che cominciavano a fiorire quando io facevo il liceo e poi si sono ulteriormente e radicalmente diffusi, la storia della Chiesa è la storia di errori, di difetti, di leggende nere che tornano anche nel linguaggio del cristiano comune: Galileo, il Medioevo, le Crociate…
    Vi porto ad esempio il fatto accaduto a me, quando la massoneria nazionale ha deciso di intervenire contro di me perché avevo avuto la colpa di dire, in una intervista, che fra le forze che attaccano la Chiesa c’è anche la massoneria, aggiungendo che per capirlo basta leggere le Costituzioni all’origine della prima loggia massonica di Londra, nelle quali si afferma chiaramente che essa è in opposizione totale alla Chiesa e intende sostituirla. Secondo questa prospettiva, propria non solo della massoneria nazionale, non è possibile che il cristiano formuli dei giudizi storici. A noi cristiani è vietato il giudizio storico ma, se ci è vietato il giudizio, allora ci è vietata la cultura, ci è vietata la conoscenza; ma se ci è vietato di conoscere ci è vietato anche di amare. Perché se uno non conosce la realtà come fa ad amarla, come fa a sacrificarsi per lei?
    Ecco, la storia della Chiesa mantiene vivo il nostro presente e gli dà forza. Una fede senza storia, una mancanza di conoscenza della storia rende la nostra fede vana, vuota: certo Cristo è un fatto presente ma senza la Chiesa, con tutto il suo cammino, rischia di essere un fatto presente in modo sentimentale, interpretativo e moralistico. Questo è il grande rischio che corrono i cristiani oggi: la riduzione dell’avvenimento di Cristo a un sentimento, a una serie di emozioni psico-affettive. Volere bene a Cristo, se non è volere bene alla sua presenza nel mistero della Chiesa nella quale si incontra qui ed ora come un evento reale, è come volere bene a qualcuno che si è conosciuto in passato e tutto è affidato al proprio ricordo; oppure si traduce nel tentativo di trasformare il cristianesimo in un impegno di carattere moralistico: o luterani o calvinisti. Questo è il destino di una Chiesa che non prende coscienza della sua storia, perché per capire le scritture “non c’è bisogno di sapere la storia della Chiesa” e per impegnarsi moralmente “basta un po’ di impegno morale”.
    Lungo gran parte della mia vita mi sono occupato della storia della Chiesa come ho potuto perché, come sa bene la maggior parte di voi che è qui, la mia vita non è stata solo di studi, e l’ho fatto per dare consistenza alla mia identità. Papa Benedetto XVI, durante il Sinodo per l’Evangelizzazione, a cui mi fece partecipare compiendo un atto che ha stupito molti, sollevando qualche lamentela, intervenne due o tre volte sul dialogo affermando che «il dialogo è l’espressione di una identità forte». Tuttavia, l’identità è forte non per le organizzazioni che ha e neanche per i soldi o per il potere che ha; un’identità è forte se ha delle ragioni forti.

    Ora la seconda suggestione che voglio offrire è esattamente questa. Noi, come cristiani dobbiamo essere impegnati nel cercare le ragioni della nostra identità, e in questo ci siamo sempre aiutati creando degli strumenti che facilitassero la comprensione di tutti e che aiutassero tutti, anche i non esperti, a fare un cammino di approfondimento della coscienza della fede. Noi dobbiamo lavorare sulla nostra identità e il lavoro sulla nostra identità si chiama culto della verità, amore alla verità che è Cristo. Tuttavia, questa verità che è Cristo si pone in modo tale da poter comprendere e valorizzare tutto ciò che di positivo il pensiero umano e la coscienza umana hanno determinato in ordine alla conoscenza della verità, senza arrivare mai fino in fondo, ma ricominciando ogni giorno la ricerca che Giussani definiva «la ricerca del vero inesorabile e inesauribile».
    Si lavora sull’identità perché la propria identità coincide con quello che Cristo ha rivelato a me di me stesso. Cristo rivela all’uomo tutta la verità su di lui. Si lavora sull’identità sorprendendo la crescita di questa identità in un’appartenenza. Ecco perché mi interessa la storia delle missioni del XVI e del XVII secolo; mi interessa capire che cosa ha voluto la Chiesa nel periodo orrendo della Rivoluzione francese quando ha difeso la possibilità, allora negata ma che sarebbe rifiorita, di un amore a Dio, all’uomo e al popolo. Studiamo la storia della Chiesa per capire la nostra identità.
    Vi faccio un esempio che mi ha sorpreso. Siamo nella settimana della memoria della shoah e ho partecipato a tanti incontri, tra cui anche quello organizzato dalla comunità ebraica ferrarese, che è stata fino alle leggi razziali del 1938 una delle comunità più grandi e importanti. La celebrazione della memoria della shoah è avvenuta inaugurando una mostra su Primo Levi, ripercorrendo il tema della shoah e, alla fine dell’evento, il presidente del museo ebraico mi ha chiesto di intervenire come vescovo di Ferrara, pronunciando una parola su questo momento. Sono intervenuto affermando che eravamo lì a ricordare che fu una cosa terribile, il male assoluto, e che non dovrà più accadere! Ma, forse, dire questo non basta, perché nessuno sa spiegare perché non deve più accadere e soprattutto occorre capire che non è impossibile che riaccada, perché la shoah è l’espressione di un vuoto culturale e morale, di una incapacità culturale dell’Europa, conseguenza del vuoto creatosi dopo le esperienze del razionalismo, dell’illuminismo e dei totalitarismi: creazione di un vuoto che chi era più scaltro, più diabolico e più potente ha riempito. Ho detto anche che ero totalmente d’accordo sul fatto che ciascuno, attraverso l’approfondimento della propria identità, lavorasse alla riqualificazione della nostra comunità. Ho poi aggiunto che da questo lavoro sarebbe nata una possibilità di dialogo e anche di collaborazione perché ci sono buone cose da fare insieme in una società come la nostra: difendere l’uomo, la vita, i suoi diritti sono questioni in cui ebrei e cattolici e altri possono esprimere la propria identità, dialogando e incontrandosi. Alla fine il capo del museo è venuto a dirmi: «Eccellenza, non deve sottovalutare quello che è successo oggi: le prime comunità ebraiche si sono insediate a Ferrara tra il 1300 e il 1400 e da allora fino ad oggi, a riunioni ebraiche, nessun non ebreo era mai stato invitato a parlare. Invece io l’ho chiesto a lei perché l’amore che lei ha per la sua identità cattolica è un aiuto e un conforto per noi, perché è quello che dobbiamo avere ciascuno di noi per la nostra identità ebraica».
    Quindi il conoscere la nostra storia è necessario per dare alla nostra identità una coscienza vera che ci spalanca al dialogo senza equivoci, senza pressapochismi, senza genericità, promuovendo un annuncio che è qualificato; ma la qualificazione del nostro discorso non è, innanzitutto, la chiarezza sull’uomo e sui suoi bisogni, ma è la chiarezza su Dio e sul fatto che il Signore Dio in Cristo si è rivelato come il grande amico dell’uomo.

    L’ultima suggestione che voglio offrire è relativa al criterio con il quale ritengo vadano giudicati gli avvenimenti della storia della Chiesa. Davanti ad ogni avvenimento, ad ogni persona, ad ogni momento di questa storia variegata, grande e terribile, perché è la storia di un popolo di santi e di peccatori, occorre chiedersi se in quel momento la Chiesa ha voluto l’unica cosa che deve amare e volere: la missione.
    «Hanno occupato il mondo e hanno avuto rapporti molto stretti con il potere, ma non hanno voluto la missione»: questa è l’immoralità della Chiesa! L’immoralità, che rischia di fermare lo Spirito, nel passato come nel presente, è il tradimento dell’identità. Ci possono essere periodi della Chiesa segnati da tante difficoltà, da tanti limiti; altri in cui la presenza cristiana ha permesso il fiorire di una civiltà. Penso a quell’evento grandioso che è all’origine della nascita della cultura e della civiltà europea, dopo il disastro di due secoli di invasioni barbariche che avevano distrutto la società nei suoi aspetti fondamentali. Poiché gli uomini avevano perso il senso dell’agricoltura, i Benedettini hanno dovuto reinventare la zappa e l’aratro, hanno dovuto reinsegnare i ritmi della coltivazione; hanno insegnato con la loro vita che, mentre nelle strade gli uomini si ammazzavano e si offendevano (come adesso), c’erano degli spazi dove era possibile una convivenza benevola: il monastero. I papi, soprattutto san Gregorio Magno, capirono che la comunità benedettina doveva diventare l’ideale della vita normale della Chiesa e per questo ristrutturarono anche geograficamente la Chiesa cattolica attraverso la diffusione dei monasteri. Dove si diffusero i monasteri nacquero le diocesi.
    Quando la missione è assunta come criterio di lettura della storia della Chiesa, si vedono anche, con molto realismo, i limiti della persona e per questo non è mai stato generico il discorso che san Giovanni Paolo II fece sulla revisione della memoria storica della Chiesa. Non parlò mai di errori teorici, ma parlò sempre di atteggiamenti non coerenti con la formazione cattolica: perciò non abbiamo a priori da difendere nessuno e non abbiamo a priori da accusare nessuno, dobbiamo solo studiare un avvenimento e, come diceva don Giussani, cercare di farlo tenendo presente tutti i fattori, perché la conoscenza storica, come ogni conoscenza umana importante, è una conoscenza morale, la più alta forma di conoscenza che esprime l’umanità. La conoscenza nella sua dimensione più fondamentale si identifica con quella che don Giussani chiamava certezza morale, non certo con le informazioni che prendiamo da internet, e neanche con l’indagine di tipo probabilistico delle previsioni meteorologiche.
    Le grandi questioni su cui l’uomo gioca la vita sono il senso della sua vita, del suo presente e del suo futuro; allora vedere anche emergere improvvisamente il limite di una persona non toglie devozione alla Chiesa ma fa capire che la Chiesa, nella sua radice ultima, è un miracolo che non è distrutto dal limite, dalla malizia e dalla povertà degli uomini. Allora comprendere il passato risulta estremamente gustoso, perché vuole dire capire meglio il presente e progettare con senso il futuro.
    Faccio un esempio provocatorio. Nel mio libro ho parlato con una certa ampiezza dei Patti Lateranensi, che sono sempre stati rinfacciati alla Chiesa e ai cristiani come l’espressione di una collusione con il fascismo. Per capire l’equivoco di fondo faccio un esempio. Se io, cattolico, stipulassi un patto con lui che è fascista, un patto di compravendita di un’auto, sarebbe giusto dire che Negri è diventato fascista e lui è diventato cattolico? No, abbiamo fatto solo un’intesa di carattere pratico ed economico. Che cosa ha spinto la Chiesa ad accordarsi con lo Stato italiano tramite i Patti Lateranensi? La Chiesa italiana, e non solo quella italiana, fino ai Patti Lateranensi, aveva un terzo delle diocesi senza vescovo perché il re, a cui toccava in ultima istanza il diritto scegliere il candidato, per rendere più debole la comunità ecclesiale, rimandava l’approvazione delle nomine (ciò avveniva soprattutto per diocesi importanti come Milano, Bologna); inoltre, un bel numero di vescovi era nelle patrie galere, almeno una trentina, perché avevano compiuto un gesto gravissimo contro lo Stato, avevano letto le proprie lettere pastorali o le encicliche del Papa nelle loro cattedrali, senza il permesso del prefetto di polizia, cioè del ministro degli interni. Il cattolicesimo era considerato come qualcosa di nemico, di contrario alla Stato italiano, che andava controllato e limitato. I Patti Lateranensi, che io non voglio presentare come l’unica possibilità di dialogo intelligente con una realtà totalitaria, tuttavia, fecero sì che le condizioni della Chiesa migliorassero: 1) il papa poteva avere rapporto con i suoi vescovi senza nessuna limitazione; 2) nella struttura che determinava il cammino verso la nomina all’episcopato, lo Stato poteva soltanto intervenire l’ultimo mese se c’erano obbiezioni di carattere politico (cosa che avvenne rarissimamente); 3) la missione, che era la preoccupazione fondamentale della Chiesa, poteva essere esercitata con maggiore libertà.
    Certamente sono stati fatti dei sacrifici e per questo è comprensibile la reazione del Partito Popolare perché veniva meno una possibilità di presenza dei cattolici a livello immediatamente politico nella realtà italiana, ma la Chiesa riconquistò parte della sua libertà e la libertà della Chiesa è essenziale per la missione, che è sempre il risultato di una Chiesa che vive la sua libertà. È il grande tema della libertas ecclesiae. La libertà vuole dire la libertà di esserci, l’esserci di una identità che ha una sua coscienza, che ha una sua dignità, che ha dei suoi obbiettivi, che ha dei suoi compiti, soprattutto che non può mai cessare di dire la verità anche se questo ha dei costi.
    Una settimana prima che fossero firmate le leggi razziali il ministro degli esteri italiano, che era il conte Galeazzo Ciano, andò in Vaticano da Pio XI per sottoporgli la bozza di questi documenti. Pio XI, che era lombardo ed era stato anche arcivescovo di Milano, e questo non vuol dire poco nella storia della Chiesa, scorse velocemente i documenti (come risulta da una testimonianza del cardinale Confalonieri, morto una decina di anni fa, allora già segretario di Pio XI); li gettò quasi con malagrazia sul tavolo e disse al conte Ciano «torni pure da chi lo ha mandato e gli dica da parte del Papa che noi non approveremo mai queste leggi razziali, semplicemente per un motivo, perché noi siamo spiritualmente ebrei».
    Voglio dire che ci sono momenti e momenti. Se in un certo momento un paese cerca di individuare delle linee di evoluzione, che in realtà sono linee di involuzione della vita sociale, non è possibile che la Chiesa taccia, e se tace vuole dire che tradisce il mandato che ha avuto, cioè quello di annunziare Cristo, «Via, Verità e Vita». Non si deve contrapporre l’aspetto dell’annunzio all’aspetto della testimonianza personale: le due cose nella vita della Chiesa stanno insieme come è chiaro nel gesto più particolare che la Chiesa vive, l’eucarestia. Un gesto in cui vive la sua fedeltà assoluta e totale a Cristo, perché la Chiesa ha celebrato l’eucarestia da 2000 anni rifiutando ogni tentazione riduttiva, compresa quella pretesa di ridurre l’eucarestia a un ricordo. L’eucarestia è il gesto più personale e più intimo, quello che lega la Chiesa e ciascun membro della Chiesa al Signore, ma l’eucarestia è, allo stesso tempo, fonte di missione e la missione è fonte di presenza pubblica. Mi disse, tanti anni fa, un grande laico coreano della Corea del Sud, commentando l’antico rito che recitava «Ite missa est», «è finita la messa e comincia la missione». La missione si vive nelle circostanze concrete dell’esistenza, anche quelle inevitabili. Ci troviamo di fronte a delle circostanze inevitabili che non abbiamo determinato noi, ma che dobbiamo giudicare perché se non le giudichiamo vuole dire che condividiamo la logica con cui esse sono poste.

    Ecco queste sono le suggestioni che mi sono venute in mente. Lasciatemi dire un’ultima cosa: guardate che l’esperienza più grande che accomuna le nostre generazioni è l’amicizia, l’amicizia in nome di Cristo, non l’amicizia fondata sul fatto che si è tutti d’accordo su una cosa o su un’altra, su un particolare o su un altro. Le cose che sono vincolanti nella vita ecclesiale sono poche, «certi di alcune grandi cose» diceva don Giussani. Per quanto riguarda il resto ci può essere una discrezionalità e anche una pluralità di posizioni che non devono essere subito brandite contro gli altri, come a dire “… allora tu non sei più dei nostri”, perché quello che ci rende uniti al mistero di Cristo è l’affezione a Lui, da cui scaturisce la nostra amicizia. Questa amicizia, che non nasce dalla carne e dal sangue, ma dal Signore, è generata attraverso il Suo Spirito. Non lasciatevi rubare da nessuno questa amicizia perché, molto di più di quanto voi non crediate, l’ultimo giorno non sarete giudicati sulla coerenza più o meno limpida ai dettami della morale cattolica, ma sarete giudicati sulla fedeltà a quei gesti che Dio ha disseminato nella vostra vita e dei quali avete dovuto o dovete prendervi ogni giorno la responsabilità. Grazie.


    DOMANDA DEL PUBBLICO
    Potreste approfondire il discorso sulla libertas ecclesiae? Perché non la si può ridurre alla semplice libertà della Chiesa di dire quello che deve dire? In che senso è qualcosa di culturalmente importante?
    RISPOSTE
    Mons. Luigi Negri. Forse il prof. Belardinelli può essere più preciso. Io voglio solo dire che la libertà della Chiesa è la presenza di una Chiesa che vive fino in fondo la sua identità. La Chiesa non può essere impedita da nessuno di vivere questa identità portata alle estreme conseguenze. La libertà non è, innanzitutto, una libertà da, come pensano tutti, ma è una libertà di. Mi ha colpito quello che mi ha raccontato una volta don Carlo D’Imporzano, che sta facendo, come missionario, cose straordinarie in Cina. Mi ha detto che nella scalinata che porta in cima alla piazza Tienanmen, tristemente famosa perché vi hanno massacrato decine di migliaia di persone in questi ultimi decenni, Mao, il grande timoniere, fissò tutte le personalità che dovevano essere ricordate con una statua perché avevano contribuito in modo determinante alla storia della Cina e insistette perché ci fosse anche la statua di Matteo Ricci. Matteo Ricci, un gesuita marchigiano, andato in Cina come missionario, morto a Pechino. Mao ha riconosciuto, come il presidente del museo ebraico l’altro giorno, che Matteo Ricci aveva amato così tanto la sua identità cattolica da avere dato un contributo alla nascita di una cosa che certamente non era ciò che lui si era prefissato. Quindi la libertà è lo svolgimento integrale della propria identità. Il problema, per cui nasce il bisogno di difendere la libertas ecclesiae, è che lo Stato può aiutare questa dinamica, creando una condizione di democrazia reale, oppure attaccare e impedire questa dinamica.
    Sergio Belardinelli. Una cosà si può aggiungere. Cerchiamo di ragionare in positivo, la libertas ecclesiae è, a guardarla oggi, il luogo dove paradossalmente lo Stato guadagna in liberalità nel senso che, finché c’è questa libertà, è garantito che c’è libertà per tutti; è garantito che viene meno lo Stato come fondamento di ciò che è umano e di ciò che non lo è. Vuole dire che lo Stato trova dei limiti e credo che, da questo punto di vista, la funzione anche civile di questa libertà sia straordinariamente importante e, specialmente noi che viviamo in contesti pluralisti, liberali, democratici, dovremmo capire meglio degli altri quanto questa libertà sia una garanzia per tutti; non è solo in gioco la libertà della Chiesa perché si tratta di quella libertà che sancisce la non autocrazia dello Stato che, da un punto di vista politico, credetemi, è qualcosa di fondamentale. Secondo tale prospettiva, io lo dico spesso ai miei amici laici, è conveniente per tutti e non solo per la Chiesa che venga riconosciuta questa libertà, perché il suo riconoscimento è una garanzia di libertà per chiunque. Se questo vale da un punto di vista socio-politico, da un punto di vista culturale in senso più ampio, ciascuno credo sia in grado di vedere quali sono le conseguenze, cioè l’idea che esiste qualcosa di non disponibile per lo Stato. L’idea che c’è qualcosa che non è a disposizione, l’idea che esiste un ambito sul quale non esiste nessuno che possa esercitare il potere. È questo il problema dei problemi: avremmo avuto un’altra modernità se questo fosse stato chiaro. Se questo principio fosse stato chiaro, certamente, non avremmo avuto i totalitarismi e non avremmo avuto neanche certe derive laiciste che vediamo ancora presenti qua e là, non solo in Italia. Pertanto, quello della libertas ecclesiae è un concetto serio, serissimo.
    Mons. Luigi Negri. Concetto che ha delle implicazioni anche pratiche e politiche. Pensate che in questi giorni il comune di Ferrara ha presentato a tutte le parrocchie, che hanno affittato i loro locali per degli asili, la richiesta che gli venga pagato integralmente l’IMU, contraddicendo indicazioni che erano state date sempre dal governo e ribadite da una sentenza della Corte di Cassazione, in un contenzioso toscano tra una scuola di suore e l’assessorato; il contenuto della richiesta è 250.000 euro per 7-8 asili, gli ultimi rimasti, perché gli altri sono stati chiusi. Tenete conto che il comune dà a ogni asilo 3.000 euro all’anno. Allora ho telefonato al sindaco e gli ho detto di pensare bene a quello che faceva perché se dovessero chiudere le scuole cattoliche si verificherebbero problemi grossi per lo stesso Comune. I politici spesso non sono neanche capaci di fare i conti: i comuni andrebbero in malora se dovessero spendere quello che fino ad adesso ha speso la Chiesa cattolica. Bisogna avere il coraggio di dire queste cose perché altrimenti, con la scusa del dialogo, ci facciamo massacrare; ma non è scritto da nessuna parte che si debba desiderare il martirio, anzi, la Chiesa dei primi secoli aveva vietato in modo molto esplicito che qualcuno dicesse pubblicamente che desiderava il martirio e, quando qualcuno di questi pasdaran sono stati massacrati, la Chiesa non li ha mai considerati martiri.

    CONFERENZA INTERNAZIONALE dal titolo: Le Giornate Mondiali della Gioventù

    1 e 2 Aprile 2016 Cracovia Una idea della Fondazione Internazionale Gìovanni Paolo II per il Magistero Sociale della Chiesa “Nei giorni 1-2 aprile si terrà a Cracovia una conferenza internazionale dal titolo “Le Giornate Mondiali della Gioventu’. Fonti e sviluppo
    di una idea universale” organizzata dalla Pontificia Università Giovanni Paolo II di Cracovia in collaborazione con l’Università Jagellonica
    sempre di Cracovia. Tale iniziativa fa seguito ad una analoga realizzata nell’ottobre 2013 in Cracovia sul tema ‘La politica internazionale
    durante il pontificato di Giovanni Paolo II 1978-2005’. Entrambe le iniziative sono nate da un’idea della Fondazione Internazionale
    Giovanni Paolo II per il Magistero Sociale della Chiesa (San Marino).
    Lo scopo della conferenza è quello di approfondire le fonti d’ispirazione ed il messaggio delle Giornate Mondiali della Gioventu’ nel loro
    contesto religioso, interculturale, internazionale, rappresentando una tra le varie tappe della preparazione intellettuale e spirituale dei giovani
    di tutto il mondo all’incontro con il Santo Padre Francesco. Alla Conferenza parteciperà ed interverrà il Direttore della Fondazione Giovanni
    Paolo II , Marco Ferrini.

    Venerdì 15 Aprile 2016 - ore 20,00 Sala Consigliare del Comune di Altamura

    DEUS LO VULT
    Una serata per la Terra Santa
    Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme
    Luogotenenza per l' Italia Meridionale Adriatica
    Sezione di Bari Alta Murgia
    Delegazione di Gravina - Altamura

    IL CAMMINO DELLA CHIESA

    Fondamenti, storia & problemi
    Edizioni ARES

    Introdurrà:
    Antonio MANZO
    Giornalista de Il Mattino
    Interverrà:
    S. E. Mons. Luigi NEGRI
    Arcivescovo di Ferrara - Comacchio



    Opera Events Gravina di Puglia

    «Quale eredità a cinque anni dalla storica visita di Benedetto XVI alla Diocesi di San Marino-Montefeltro?».

    venerdì 3 giugno 2016 ore 21
    sala “Montelupo” DOMAGNANO (RSM)
    La Diocesi di San Marino-Montefeltro si accinge a realizzare per celebrare i “CINQUE ANNI” DALLA VISITA DI BENEDETTO XVI alla Diocesi stessa e alla Repubblica di San Marino. Si vuole far memoria di questo avvenimento storico che ha lasciato un segno indelebile nella vita di ciascuno e nel nostro popolo col desiderio di trasmettere questo importante patrimonio anche alle nuove generazioni.

    Sono ancora impresse nella nostra memoria le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI: « …la ricchezza di questo popolo, la vostra ricchezza, cari Sammarinesi, è stata ed è la fede, e che questa fede ha creato una civiltà veramente unica», così come quella rivolta a tutti i fedeli della Diocesi: “Esorto tutti i fedeli ad essere come fermento nel mondo, mostrandovi sia nel Montefeltro che a San Marino cristiani presenti, intraprendenti e coerenti”».
    Questi gli appuntamenti, al momento, messi in programma:

    INCONTRO PUBBLICO
    «Quale eredità a cinque anni dalla storica visita di Benedetto XVI alla Diocesi di San Marino-Montefeltro?».
    Introduzione di S.E. Mons. Andrea Turazzi (Vescovo Diocesi San Marino-Montefeltro)
    Interventi di
    S.E. Mons. Luigi Negri (Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa)
    Mons. Elio Ciccioni (Vicario generale Diocesi San Marino-Montefeltro)
    Maria Luisa Berti (Capitano Reggente in carica durante la visita)
    Filippo Tamagnini (Capitano Reggente in carica durante la visita)
    Moderatore Paolo Facciotto (Giornalista)

    MOSTRA ITINERANTE
    con immagini e parole dei momenti più significativi della Visita (al momento queste le località: Domagnano, Dogana, San Marino, Pennabilli, Macerata Feltria, Novafeltria).
    S. MESSA a RICORDO della VISITA
    all’interno di una celebrazione diocesana il 19 giugno ore 16.30 nella Cattedrale di Pennabilli.

    25 febbraio 2016
    IL TEMA DEI DIRITTI NEL CONTESTO ODIERNO
    Come la Chiesa si è posta e si pone di fronte alla rivendicazione dei diritti? Esistono nuovi diritti?

    Diritti umani e cristianesimo.
    La Chiesa alla prova della modernità
    di MARCELLO PERA - Edizioni MARSILIO
    [Testo non rivisto dagli autori]
    PRESENTAZIONE DEL LIBRO
    Introduzione
    di GIULIO LUPORINI


    Benvenuti, grazie anche questa sera a don Jacques che ci ospita per la seconda volta, per un altro momento così significativo e importante, visto che si tratta di alcune questioni decisive per il nostro tempo, come recita la locandina. Proseguiamo il lavoro iniziato la scorsa volta con la presentazione del libro di mons. Negri, ancora oggi acquistabile al banchetto delle Edizioni Ares, che ringrazio insieme alla Fondazione Tempi e alla Fondazione Giovanni Paolo II, perché hanno reso possibile questi due incontri.
    I ringraziamenti vanno soprattutto ai due importantissimi ospiti che sono presenti: mons. Luigi Negri, che è tornato, per proseguire la riflessione iniziata la scorsa volta, incentrata sulla natura e sulla storia della Chiesa, attraverso il dialogo con il Presidente Marcello Pera, al quale va tutta la nostra gratitudine per essere qui con noi, per essere venuto fino a Milano, per l’amicizia dimostrata nei nostri confronti.
    Il dialogo prenderà le mosse dal volume del Presidente Pera Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità, edizioni Marsilio. Anche questo volume è acquistabile all’uscita della sala.
    Fin dalle prime righe della prefazione, intuiamo l’approccio critico dell’autore al tema dei diritti. Mi permetto di leggerne alcune: «Si consideri un neonato qualunque oggi in Occidente. È assai probabile che, appena aperti gli occhi, il suo primo vagito sia “diritti” anziché “mamma”. Dopotutto, la mamma la trova, ma i diritti se li porta con sé prima ancora che la cicogna lo depositi. E sono già tanti: il diritto di nascere anche se i genitori non possono procrearlo, il diritto di nascere da qualunque genitore in qualunque modo tecnicamente possibile, il diritto di nascere sano, il diritto di non nascere affatto se ha la probabilità di sviluppare malattie considerate gravi».
    È chiaro fin da subito come, in modo ironico, il Presidente Pera ci inviti a riflettere sul tema dei diritti e, in particolare, inviti la Chiesa a farlo attraverso una serie di domande fondamentali. Come la Chiesa si è posta e si pone di fronte alla rivendicazione dei diritti? Esistono veramente i cosiddetti nuovi diritti? La Chiesa, accettando acriticamente la modernità dei diritti, non rischia di fare propria una mentalità di stampo laicista e in ultima istanza atea? Esistono o non esistono dei limiti alla proliferazione degli stessi diritti?
    Si tratta, come penso emergerà chiaramente nel corso di questa serata, di un libro importante, il cui valore principale è proprio quello di aiutarci a pensare, cosa non facile di questi tempi, attraverso domande che mettono in discussione i luoghi comuni e contribuiscono in questo modo ad aiutarci a giudicare quella che lo stesso autore chiama ideologia dei diritti: «L’odierna religione dei diritti umani è una religione senza Dio, e una religione senza Dio è un’ideologia, comunque mascherata e nobilitata. […] La posta in gioco sui diritti umani è così alta che dovrebbe essere esaminata e riesaminata con la massima attenzione da parte di chiunque». Non a caso il card. Muller, Prefetto della congregazione per la fede, presentando questo libro a Roma, ha detto: «la lettura di queste dense pagine dovrebbe spingere tutti gli uomini di buona volontà a riflettere seriamente sul significato e sul fondamento dei diritti umani».
    Ed è proprio quello che vogliamo iniziare a fare questa sera, attraverso il dialogo tra mons. Negri e il Presidente Pera. Per questo lascio la parola a mons. Luigi Negri.

    LUIGI NEGRI
    Trovare una serata migliore di questa sarebbe stato difficile, visto quello che è successo in Senato [approvazione della legge sulle Unioni civili, cosiddetta legge Cirinnà]. Quando c’era un po’ più di fede si sarebbe detto che è stata la provvidenza a fare accadere tale coincidenza; oggi si rischia di dire che è una fede decaduta a ideologia quella che porta a pensare in questo modo. Comunque, a parte la provvidenza, questa sera il professor Pera ci aiuterà a capire tutta la trama di questioni teoriche e pratiche che sono al fondo del tema dei diritti, che viene agitato continuamente, come se fosse chiaro di per sé, per una sorta di evidenza innata. E siccome siamo nel giorno in cui i cosiddetti diritti degli italiani sono stati largamente accolti e valorizzati, come dicono molti, il fatto che ne parliamo questa sera è una cosa molto interessante. Poiché il professor Pera nel suo libro ha indicato due spunti, due momenti importanti della storia della cultura europea, nella seconda parte, subito dopo il suo intervento, farò alcune domande e alcune osservazioni proprio per cercare di fare chiarezza su tali questioni. Io credo che una comunità, una realtà di popolo, di amici, che si trova, come è stato detto nell’introduzione, per approfondire il più possibile queste problematiche, sia già una testimonianza di amore alla ragione. Così facendo, dimostra di volere contribuire in modo significativo alla vita del nostro tempo. Per questo l’elogio non deve essere rivolto soltanto a quelli che vengono a parlare ma, innanzitutto, a quelli che vengono a imparare. L’esperienza di questo incontro mi ricorda quello recentissimo, fatto negli stessi termini a Rimini, sempre con il professor Pera. L’alta partecipazione di persone, anche quella sera, ci conferma che c’è una grande attesa nella parte più sana del nostro popolo, ben prima delle divisioni ideologiche e religiose; c’è un grande desiderio di imparare il senso profondo della vita, non in modo astratto o dottrinario, ma in un modo che sappia illuminare le vicende concrete nelle quali siamo immersi. Vicende che, come è successo oggi, ci vengono imposte.
    Grazie Presidente e a te la parola.

    MARCELLO PERA
    Grazie, innanzitutto a chi ha organizzato l’incontro di stasera. Grazie a tutti voi che siete qui, molto numerosi. Evidentemente vi volete immischiare in cose piuttosto complicate. Ma noi siamo tra coloro che si vogliono immischiare e perciò ci immischieremo. Oggi è veramente la giornata della cosiddetta legge Cirinnà ed è proprio la giornata giusta per affrontare il tema dei diritti, perché oggi è nato un nuovo diritto, un diritto umano, e quindi come tale considerato fondamentale, inalienabile, ovvero il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se qualcuno dicesse che non è vero, non bisogna credergli perché è esattamente ciò che è accaduto: le unioni civili, cosiddette, sono equiparate alle unioni matrimoniali in tutto e per tutto, salvo che per un punto sul quale si è trovato un accordo, un compromesso. L’unica differenza esistente riguarda il fatto che le unioni civili tra persone dello stesso sesso non prevedono il diritto di adottare, cosa che, però, resisterà dieci-undici mesi, cioè fino a quando i giudici provvederanno. E se non basterà il primo giudice di merito, interverrà la Corte Costituzionale che farà fuori la questione. Perché si deve fare una discriminazione tra gli uni e gli altri? Sono due unioni e le due unioni devono avere gli stessi diritti. Perché dovrebbero avere tutti i diritti in comune e uno no? Sicuramente si incomincerà a dire che la natura è stata ingiusta con gli uomini, punendoli perché non sono in condizione di procreare tra di loro, e lo stesso vale per due donne, ma si dirà che si può rimediare a tale ingiustizia con la creazione di un nuovo diritto, quello appunto dell’adozione.

    Esiste già una serie crescente di diritti: il diritto di aborto, il diritto di avere un figlio sano e così via… Ogni volta che questi diritti vengono presentati come diritti della persona, devono essere riconosciuti per evitare discriminazioni tra le persone, perché le persone sono tutte uguali. Ciò ha provocato un fenomeno sul quale è bene riflettere, cioè una lunga proliferazione di diritti umani. Quanti sono? Quali sono? Domande alle quali nessuno sembra in grado di rispondere. Se a mia madre avessi detto che uno ha il diritto di sposarsi con una persona dello stesso sesso, credo che mi avrebbe dato due schiaffi. Quali sono i diritti che competono all’uomo e non possono essergli negati? È una proliferazione continua. Io credo che il prossimo diritto umano che sarà riconosciuto sarà – considerato il clima culturale in cui siamo immersi – il diritto al matrimonio poligamico. Perché impedire a una minoranza di persone, che professano una religione diversa dalla maggioranza, un istituto tipico di quella religione e di quella cultura? Perché? C’è qualche ragione? Se non esistono ragioni allora si tratta di discriminazione. Quel giorno sarà riconosciuto il diritto umano alla poligamia. Vedo già qualche sacerdote che dirà: «beh! tutto sommato si tratta di amore e un uomo che ama sette-otto donne ama più degli altri». Ci sarebbe quindi pronta anche una spiegazione teologica di questo!
    Ma tutto ciò come si giustifica con i diritti dell’uomo? Perché si nasce con così tanti diritti umani e come fare a riconoscere quali sono veramente dei diritti autentici, non semplicemente espressione di desideri soggettivi, talvolta di capricci? È un problema filosofico, ma non soltanto filosofico; se non si risponde a queste domande la proliferazione dei diritti va avanti e tutto viene deciso a maggioranza. È palesemente una deriva che non si sa dove ci sta portando; sappiamo che ci sta portando lontano dalla cultura e dalla civiltà cristiana, ma non si sa dove ci sta portando. Un degrado che può essere morale oltre che spirituale. Possiamo fermarci e porci questa domanda: come si giustifica e in nome di cosa il diritto dell’uomo?
    Personalmente ho posto anche una seconda domanda, rivolgendomi direttamente ai credenti, ai cattolici, alla Chiesa. Come sapete la cultura dei diritti dell’uomo nasce nel ‘600 e poi si sviluppa nel ‘700, in particolare con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese, 1789. Noi sappiamo che da quel giorno – anche prima ma particolarmente da quel momento – la Chiesa è sempre stata contraria a quella dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ci sono illustri pontefici che hanno opposto ragioni forti al riconoscimento di diritti indipendentemente da Dio o dalla Chiesa. Storicamente la Chiesa è sempre stata in disaccordo. Pensate al conflitto tra Chiesa e Stato liberale nel Risorgimento italiano. Allora ecco la seconda domanda: come è accaduto che nel secolo scorso, nel secondo dopoguerra, invece la Chiesa cattolica ha accolto la dottrina dei diritti dell’uomo e, non solo l’ha accolta, ma ha fatto di più, perché nel Concilio Vaticano II ha proclamato l’esistenza dei diritti dell’uomo in nome del Vangelo (così è scritto nella costituzione Gaudium et spes)? Che cosa è accaduto? Quale è l’argomento nuovo e diverso rispetto al Magistero che negava un valore teologico alla dottrina dei diritti dell’uomo? Perché si è verificata questa apertura? Noi viviamo tempi della Chiesa nei quali si parla molto di diritti dell’uomo, e si parla particolarmente di un tipo, di una categoria di diritti, i cosiddetti diritti di giustizia, i diritti sociali; inoltre, abbiamo una Chiesa fortemente impegnata sul versante sociale, sul versante della giustizia, sul versante della carità e misericordia, in certi casi anche rispetto ai diritti dell’ambiente. Qual è l’argomentazione per la quale la Chiesa, non dico si sia convertita, ma ha accolto una dottrina che non era la sua, anzi verso la quale si era opposta? E se accade, come sta accadendo, che questa dottrina dei diritti ormai sta tracimando, proliferando, comportando un degrado morale – lo stiamo accertando, tutti i giorni lo vediamo – quali argomenti la Chiesa oggi può usare – i cristiani possono usare – contro coloro che rivendicano in continuazione diritti umani inalienabili?

    Questa è una seconda domanda su cui mi piacerebbe sentire il parere di mons. Luigi Negri. Perché c’è stata una svolta: la cultura secolare dei diritti anche a noi è sembrata una buona dottrina perché i diritti dell’uomo significano rispetto dell’uomo, della persona umana, intangibilità, però esiste l’altra faccia della medaglia, il degrado morale. Si possono, ad esempio, coltivare diritti dell’uomo senza pensare alla sacralità dell’uomo e quindi alla natura creaturale dell’uomo, sacro perché creato a immagine e somiglianza. Occorre domandarsi se si può avere un’autentica dottrina dei diritti dell’uomo, senza un vero fondamento di carattere religioso cristiano? Guardiamo a ciò che sta accadendo. La dottrina dei diritti dell’uomo oggi ha portato alla Cirinnà, l’abbiamo visto in questi giorni, in queste ore. Se si sganciano tutti i diritti dal credo religioso chi opporrà un freno, chi metterà più un ostacolo alla tracimazione che palesemente porta a una notevole povertà della nostra civiltà.

    Io ricordo che, qualche tempo fa, Benedetto XVI, anch’egli critico del Vaticano II – i due Papi Benedetto XVI e Giovanni Paolo II sono stati, in un certo senso, critici del Vaticano II; nel senso che hanno cercato di sostenere la continuità, e non la frattura, nella novità – ebbe modo di formulare un’obiezione. Benedetto XVI scrisse che il Concilio comprensibilmente voleva che la Chiesa parlasse con la modernità, si aprisse alla modernità, usasse un linguaggio comprensibile all’uomo moderno, non si rinchiudesse in un ghetto. Comprensibilmente la Chiesa mostrò questa esigenza, ma dall’altro lato – questo l’ha scritto appunto Benedetto XVI – il Concilio non ha ben definito, non ha ben compreso che cosa fosse la modernità; e, cioè, che la modernità reca in sé intrinseca non soltanto l’esigenza di liberarsi da tutti gli assolutismi, le ideologie, quindi l’esigenza della libertà; la modernità porta in sé anche il germe della liberazione dalla natura creaturale, cioè da Dio. La modernità nega il peccato originale, pensa cioè che l’uomo sia artefice di se stesso. La questione dei diritti umani lo sta mostrando: io, uomo, mi concedo dei diritti, mi conferisco dei diritti, li nomino, li battezzo come diritti originali innati, intoccabili, e così penso di mettermi al riparo; ma è l’uomo che si fa da solo, l’uomo che non riconosce più i propri limiti.

    Io ho cercato di inserirmi in questo dibattito, chiedendo alla Chiesa attenzione: il Concilio Vaticano II non è stato l’espressione solo del bisogno di utilizzare un linguaggio nuovo (celebrare la messa in italiano invece che in latino), è stato qualcosa di più; si è verificata, forse, una sottovalutazione dell’avversario, ovvero della modernità laicista, un compromesso con l’avversario, in nome di quella cosa a cui dobbiamo sempre rendere omaggio, che si chiama dialogo; si è verificata quindi una cedevolezza su questo punto e, oggi, noi dobbiamo recuperare il terreno, dobbiamo rispondere a domande identitarie.

    Secondo intervento
    di LUIGI NEGRI

    A partire da quanto detto, mi permetto alcune osservazione che il professore Pera potrà ulteriormente svolgere. Uno degli aspetti più significativi di questa seria e profonda lettura della storia della cultura occidentale, che ha fatto il professore Pera sul filo del problema dei diritti, parte da un’affermazione fondamentale. La cultura e la tradizione cattolica non hanno mai parlato in prima battuta dei diritti ma hanno parlato dei doveri verso Dio. Per mia mamma e mio papà la parola “diritti” era abbastanza ostica, mentre per loro era chiarissimo che la vita fosse un rendere conto, attraverso dei “doveri”, a Dio. A questa imposizione o addirittura sovra imposizione dei diritti, la Chiesa si è opposta affermando che non potevano essere assunti in quel modo perché erano determinati, condizionati e alla fine comandati da una ideologia anticattolica laicista. Non erano i diritti dell’uomo ma i diritti dell’uomo contro Dio; la proclamazione dei diritti era una modalità per dare al laicismo occidentale un obiettivo tonificante così sintetizzabile: «riscopriamo i diritti e realizziamoli pienamente, ma per fare questo dobbiamo oscurare la presenza di Dio, misteriosa, incombente e minacciosa; dobbiamo lasciarla sullo sfondo». Il grande padre Cornelio Fabro ce lo insegnò tanti anni fa e don Giussani ha sintetizzato il laicismo con questa espressione molto significativa «Dio se c’è non c’entra».
    Noi come cristiani di oggi abbiamo la responsabilità di non subire senza critica questa imposizione dei diritti umani perché, formulati in un certo modo, sono anticristiani e, quindi, antiumani. Infatti, nel loro svolgimento i cosiddetti diritti umani sono entrati subito nell’arco delle grandi formazioni totalitarie e hanno servito il totalitarismo con una diligenza straordinaria perché i diritti umani, se non hanno una fondazione che trascende l’umano, sono alla mercé della mentalità comune. Non è che la tradizione cattolica non abbia parlato dei diritti umani, ma ne ha parlato a certe condizioni, rifiutando la posizione laicista.

    Una seconda osservazione che vuole essere anche un tentativo di rispondere alla domanda che il professor Pera ha rivolto alla Chiesa. È indubbio che da un certo punto in poi – tu l’hai segnato dal punto di vista anagrafico con la costituzione Gaudium et spes che hai sottoposto ad una lettura oggettiva, così oggettiva da risultare in qualche punto impietosa ma di una oggettività autentica – la Chiesa è come se abbia detto che non gli interessava il contesto entro cui si parlava di diritti umani, ma gli interessava, invece, non perdere il treno dei diritti umani, ritenendo assurdo che la Chiesa vi rimanesse giù. Quindi la Gaudium et spes ha avvallato un’immagine di diritti umani che si impongono per un’evidenza antropologica, pertanto non c’è da giustificare molto. Siamo davvero di fronte a qualcosa di evidente? Oggi sembra che non sia più evidente neanche la differenza tra maschio e femmina. Comunque, per la Chiesa cattolica i diritti umani non sono un’evidenza ma nascono da un cammino che va dai diritti di Dio ai diritti dell’uomo. Per questo motivo, se la Chiesa pensasse di poter affermare i diritti, senza misurarsi con il contesto ideologico che li ha prodotti, compirebbe un gravissimo errore di metodo. La Chiesa, avallando l’immagine dei diritti indipendentemente dal contesto storico laicista dentro il quale sono nati o accettando che non ci sia più il contesto cattolico che li verifica, compie un’operazione assurda, come se una realtà umana e storica come quella dei diritti potesse vivere senza contesto. Ogni valore umano ha bisogno di un contesto che lo genera, che lo riconosca, che lo promuova o che lo neghi, quindi sostanzialmente la questione dei diritti umani, così come si pone in questo inizio avanzato del terzo millennio, impone alla Chiesa una revisione di metodo culturale. La straordinaria intelligenza, sensibilità e grande pazienza di san Giovanni Paolo II e, in seguito, di Benedetto XVI sta tutta qui: non hanno contestato frontalmente il dettato della Gaudium et spes, ma hanno chiarito che dovevano essere sviluppate certe condizione di carattere metodologico, che avrebbero consentito di valorizzare meglio il testo e superarlo.

    Il problema del rapporto tra natura e grazia, perché questo è il problema di fondo che sta dietro a questa questione come nota molto bene Marcello Pera nel suo intervento. Non si tratta di un confronto-scontro ma di una sintesi dialettica: non basta solo la ragione e non basta solo la fede; per decidere questioni così determinanti per la vita dell’uomo e della società è necessario che avvenga una sintesi fra un cammino razionale che va verso il Mistero e un cammino di fede che porta il Mistero nell’ambito della vita. La Chiesa con la formulazione della Gaudium et spes ha forse trascurato il problema metodologico; ecco allora il contributo decisivo di Giovanni Paolo II, penso fra tutti i documenti in particolare alla Fides et ratio, grande lezione di metodo in cui il cammino della ragione non viene né esaltato, né sopravvalutato, né sottovalutato, perché fede e ragione rimangono nella loro oggettiva alterità come chiamati a una sintesi. Ora io credo che la questione di oggi sia questa. Perché siamo deboli di fronte all’ideologia sottesa alla legge Cirinnà? È un problema di metodo. È necessario rinnovare un metodo, il metodo della sintesi tra fede e ragione, tra natura e grazia, tra realtà ecclesiale e realtà umana e sociale. Perché avvenga ciò occorre quanto indicato dalla straordinaria genialità umana e cristiana di mons. Giussani: bisogna che la fede diventi un’esperienza, cioè un metodo di vita, un’educazione. Questa sintesi non la fanno solo gli intellettuali perché questa sintesi ha un soggetto e un corpo storico: il popolo cristiano. Esso ha coscienza della propria identità e, in forza di questa, entra nel mondo, ponendo nel mondo questa sua identità senza paura. Coloro che chiedono questa sintesi – e lo chiedono in un modo che sarebbe una vergogna voltarsi dell’altra parte, come spesso dice il buon Francesco – sono i 2 milioni di persone che sono andate in piazza a dire che non gli va bene una struttura della vita sociale e matrimoniale fatta solo sulla base del consumismo individualistico. Bisogna rispondere a queste persone e non alla Cirinnà. Cosa fa l’esperienza ecclesiale di oggi perché le nostre comunità e ciascuno di noi siano in grado di vivere questa dialettica sintetica fra ragione e fede? Su questa dialettica tra ragione e fede si fonda tutta la grandezza del cattolicesimo perché essa è l’espressione piena della varietà dei momenti storici di questa convenienza: la fede conviene alla ragione e la ragione conviene alla fede. Grazie.

    Secondo intervento
    di MARCELLO PERA


    Prima ho parlato della modernità. Vi consiglio un capitolo del libro di Mons. Negri, Il camminino della Chiesa, che riguarda proprio la Chiesa nell’epoca della post-modernità. Da quel capitolo si comprende perfettamente come la modernità prima, ma ancor più la post-modernità – siamo ai tempi nostri – abbiano inteso la libertà dell’uomo come “assoluta non sottomissione ad alcunché”; il diritto di libertà dell’uomo è inteso come diritto che ciascuno ha di fare ciò che crede, con il limite di rispettare l’altro, che ha diritto a sua volta di fare ciò che crede. Questo modo nuovo di intendere la modernità, cioè come libertà priva di ogni sottomissione – sei libero perché non sei sottoposto ad alcunché – è esattamente la logica sottostante al tema dei diritti umani. Se io ho un diritto umano originale, innato, è chiaro che posso esercitarlo senza alcun ostacolo, posso rivendicarlo contro chiunque; questa concezione, che è nata con la modernità, è esattamente quella rispetto alla quale i papi del Settecento e dell’Ottocento, compreso il famigerato Pio IX, si sono opposti, perché avevano compreso – e l’avevano detto e scritto – la gravità delle conseguenze. L’idea che sostenevano era la seguente: attenzione, la vostra concezione di libertà, come mancanza totale di sottomissione, semplicemente intesa come convenienza reciproca tra il mio interesse e il tuo interesse, porta alla disgregazione della società; porta all’eliminazione di Dio; non c’è limite, non c’è sottomissione, quindi non siamo sottoposti né a Dio né alla legge naturale che Dio ha impresso nei nostri cuori; il limite, il vincolo tra il bene e il male è semplicemente fissato dagli uomini. Questa liberazione, questa libertà intesa come liberazione, porta all’eliminazione della nozione di Dio; è solo l’uomo che conta. Portando all’eliminazione della nozione di Dio, conduce anche all’eliminazione del senso del limite, del peccato. Che cos’è che non si può fare? Tutto si può fare; l’uomo può concepire e fare tutto; è abolita l’idea creaturale dell’uomo, l’uomo è faber sui, cioè si costruisce da sé. Questa è la ragione esplicita, scritta, ripetuta lungo un intero arco di secolo, da tutti questi Pontefici contro la dottrina, la filosofia dei diritti umani.
    Che cosa – in termini storici – ha comportato questo passo in avanti? Mezzo secolo dopo, arriviamo alla metà del 900 e troviamo che questa cultura è diffusissima; è stata persino sottoscritta a livello mondiale nel 1945. E la Chiesa si trova in arretrato; per di più, tra i diritti, alcuni risultano sicuramente gradevoli per i cristiani. Il diritto all’assistenza, il diritto al lavoro, il diritto al cibo, il diritto all’aiuto. E a quel punto la Chiesa cosa ha fatto? Trovando un linguaggio apparentemente consono ai suoi comandamenti e, senza molta riflessione, ha fatto propria questa dottrina e l’ha fatta diventare un linguaggio cristiano, non accorgendosi del veleno sotteso. È come se si fosse dimenticata della vecchia attenzione a cui i Papi avevano richiamato: se prendete la cultura dei diritti ed eliminate il senso del limite, il senso del peccato, il senso dell’essere creatura, dell’essere non onnipotente, trasformate l’uomo in padrone di sé e tutte le sue decisioni possono diventare acritiche. Ora, abbracciando l’epoca moderna – postmoderna, negli anni ’60 – con il Vaticano II – la Chiesa si è aperta indubbiamente al mondo moderno, ha accolto e usato un linguaggio che era già in uso nella circostante società laica, pensando che tutto ciò le facesse bene. Se voi leggete un’enciclica come quella di Papa Giovanni XXIII, la Pacem in terris, vedete quanto ottimismo vi è contenuto, perché si pensava, che con quel linguaggio si potesse andare incontro alla modernità. Si è arrivati ad affermare una specie di diritto umano a vivere in stati democratici. Ma pensate se, nel cristianesimo, sia mai esistito un diritto innato alla democrazia; sarebbe come a dire che prima dell’affermazione della democrazia l’uomo abbia sempre vissuto nel peccato. Tuttavia, tanto si avvertiva il bisogno, anche genuino, di aprirsi alla modernità, per non perdere i fedeli, per riportarli dentro la Chiesa, che è stata compiuta questa apertura, questa adozione dei diritti umani. Oggi però ci stiamo accorgendo che questo accettare i diritti umani, assecondare la loro evoluzione perdendo il senso del limite secondo la prospettiva cristiana, ovvero il senso del peccato, fa sì che oggi si arrivi alla Cirinnà, e che domani si procederà ancora oltre.
    Il cristianesimo è tipicamente una religione di doveri. Il primo dovere è il dovere dell’uomo di riconoscere il suo unico Dio; quindi c’è innanzitutto una verità che riguarda Dio. È il primo dovere del cristiano. Esistono, pertanto, doveri dell’uomo verso Dio e, di conseguenza, doveri dell’uomo verso gli altri: non uccidere, non mentire, non dire il falso. Il decalogo è un elenco di doveri. Nella società il cristiano è portatore di una serie di doveri. Forse, se ci pensate bene, proprio questi doveri possono diventare quel limite, quel senso del limite che impedisce ai diritti di tracimare. Se è un dovere non uccidere, difficilmente non ti porrai il problema se con l’aborto uccidi o non uccidi; mentre, invece, oggi con l’aborto non ci poniamo questo problema del non uccidere; ci poniamo soltanto il problema della salute della madre, ma è scomparso l’oggetto che viene sacrificato e con esso il dovere di non uccidere. Se la cultura circostante è tale per cui questo dovere di non uccidere, di non sopprimere una persona, si indebolisce, ecco che il diritto alla vita diventa il diritto di fare quello che si vuole.
    La Chiesa oggi si stupisce del proliferare di tanti diritti – forse negli ultimi tempi neanche tanto. Ci stupiamo di come sia possibile che così tanti diritti vengano invocati; diritti che sono tali solo apparentemente, perché sono soltanto desideri di minoranze, di piccoli gruppi. Tuttavia, oggi, sembra che la Chiesa sia incapace di opporre un freno, un limite. Anche quando dice “no”, quando si oppone ad esempio al matrimonio omosessuale, spesso l’argomento che viene usato è sbagliato: la Chiesa fa spesso riferimento solo alla natura. Mentre, è come se si dimenticasse di opporsi a tali prospettive in nome del comandamento di Dio. È come se anche la Chiesa mettesse in secondo piano questo comandamento e, per continuare a dialogare con quelli che peraltro sono tipicamente i suoi avversari, nascondesse un po’ se stessa ed entrasse sul terreno altrui. Conclusione non passa anno che qualche parlamento non approvi nuovi diritti.
    Allora, per ritornare all’aspetto nobile dell’argomento: riprendere la nozione di doveri dell’uomo verso Dio significa riconoscere la finitezza e la creaturalità dell’uomo, insieme al suo originario peccato di ribellione nei confronti di Dio. Riprendere questo aspetto del cristianesimo, che è un suo aspetto costitutivo, un suo aspetto tradizionale, forse ci può aiutare a porre un limite a questa tracimazione della cultura dei diritti. Sembra a tutti ragionevole affermare che io abbia diritti intoccabili (“questo è un mio diritto” e non ci rendiamo conto che usando questo linguaggio, che continuando a giocare con questo linguaggio, noi perdiamo la nostra cultura. «Chi sei tu uomo per rispondere a Dio?» (Rm 9,20). L’uomo che ritiene di avere diritti è un uomo che osa rispondere a Dio. Io ho diritti e i miei diritti sono originali, innati, intoccabili e non c’è alcun dio che mi possa dire il contrario: questa è diventata la logica dei diritti. Questo è ciò che i Papi, ricordati precedentemente, non volevano. L’uomo che ha trasformato la religione cristiana nella religione dei diritti dell’uomo è colui che risponde a Dio. L’uomo che risponde a Dio è l’uomo che elimina Dio, ne fa un suo allievo, ne fa un suo pari, cioè non lo considera più come Dio.
    Questo è l’unico appello che posso fare, del quale voglio essere portatore: chiamare tutti quanti noi – guardate che non è una questione semplice, non si tratta soltanto delle leggi – a recuperare questa dimensione del dovere cristiano. Chiamiamo la Chiesa a insistere su questo punto. Non è cosa che possa essere fatta per legge, passa attraverso le nostre coscienze, la nostra educazione, le nostre famiglie, la nostra cultura. Passa anche attraverso il nostro coraggio: coraggio, perché, a un certo punto ci vuole un minimo di coraggio, se non altro intellettuale e certamente morale. Io sono un credente del Dio che si è fatto uomo ed è stato crocifisso; io credo a questo e i diritti che io ho, che posso rivendicare – sempre che esistano diritti che posso rivendicare – dipendono da quell’atto battesimale di un Dio che si è fatto uomo, e quindi devono essere inscritti nella mia religione e cultura cristiana. Fuori di questo c’è soltanto un’ideologia secolarista.
    Per fare queste cose le leggi non servono più a nulla; anzi, le leggi sono fatte sempre più spesso contro di noi. Le leggi sui diritti sono sempre più spesso leggi anticristiane, anticattoliche, contro la Chiesa. C’è bisogno innanzitutto di nuove leggi? C’è bisogno di noi stessi, di chiamare noi stessi alle nostre responsabilità, ai nostri doveri, e occupare esattamente quello che è il nostro posto nella storia. Coraggio.

    Terzo intervento
    di LUIGI NEGRI


    Mi sembra che questa sera le questioni si stiano svolgendo con grande profondità e con grande coerenza. Recuperare il discorso dei doveri è sicuramente importante, tuttavia, occorre tenere presente che nella Chiesa tutto è discorso e niente è discorso, cioè tutto quello che è discorso è espressione di una vita. Per questo il discorso della Chiesa su qualsiasi argomento ha bisogno della verifica del popolo. Il problema che abbiamo di fronte è quello dello scontro, molto duro sul piano teorico, una lotta senza quartiere, tra la cultura della vita e la cultura della morte, per usare i termini di Giovanni Paolo II della Evangelium vitae. Non è uno scontro tra due ideologie: la cultura della morte non è semplicemente definibile come la cultura ateistica, perché è veramente tale quando si concepisce come espressione di un popolo che pensa di essere Dio; la cultura della vita, invece, è l’espressione di un popolo che sa di non essere Dio e capisce che si deve vivere per la devozione a Dio. «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto» (Mt 4,10). Ora questa secondo me è la questione: questa battaglia non è ideologica ma una battaglia di esperienze. All’esperienza dei diritti esaltati senza limiti, che conduce di fatto alla distruzione dell’uomo e della società, non si risponde dicendo «state attenti che vi fate male», ma si risponde dicendo «la nostra è una vita bella e vera, vera nella sua identità profonda». Infatti, la fede, come ci ha insegnato don Giussani, c’entra con il mangiare e con il bere, con il vegliare e il dormire, con il vivere e il morire. Quante volte lo abbiamo sentito! La fede è forma di un’esperienza diversa che si pone pubblicamente. Pensare che ci possa essere una identità cristiana senza la dimensione pubblica significa ridurre a zero l’avvenimento della fede, che è l’avvenimento più profondo, radicale e personale che ci sia. La fede è data a me perché io risponda al Signore, ma questa risposta investe la mia vita personale, entra nel mondo come una proposta precisa di vita e di giudizio. Accettare che questa battaglia possa essere condotta senza mettere in gioco la propria identità non so se sia un’illusione o una follia o forse tutte e due le cose insieme. Il problema è che noi abbiamo un’identità, anzi, più precisamente, noi siamo un’identità: quella del popolo del Signore, che non nasce dalla carne e dal sangue, ma da Dio. Noi dobbiamo rimettere dentro il quadro della vita socio-politica questa identità con la consapevolezza che facendo così diamo un contributo importante alla società: potremo anche perdere la battaglia sul piano statistico, sul piano democratico, ovvero non raggiungere la maggioranza, ma non l’avremo comunque persa perché avremo dato alla società di questo tempo un apporto significativo con cui la gente avrà dovuto misurarsi. Il silenzio non è segno né di intelligenza, né di scaltrezza, né di altro; piuttosto è segno di vigliaccheria e la viltà non è mai una virtù, né cristiana né civile.

    La Chiesa celebra l’eucarestia ma l’esito dell’eucarestia è la missione, cioè il cambiamento del mondo. Quando ci fu il tentativo di interpretare la riforma liturgica del Vaticano II e con ciò anche tutto il tentativo di ridurla laicisticamente, mi ricordo l’intervento, durante un convegno, di un grandissimo professore universitario sudcoreano che parlò del modo in cui era sopravvissuto il cristianesimo nel suo paese. La Corea del Sud è forse uno degli esempi più straordinari che la fede e la Chiesa nascono dalla comunicazione da cuore a cuore, come diceva il cardinale Newman. Infatti, la prima evangelizzazione della Corea fu fatta dai missionari francesi occidentali che però furono fatti fuori tutti (un esempio di risposta della cosiddetta società dialogica). Eppure la fede non morì e, quando all’inizio del Ventesimo secolo ritornarono i missionari, trovarono una Chiesa catechetica perché le nonne, le madri, i vecchi avevano insegnato il catechismo che avevano ricevuto e formato quindi delle generazioni che, anche se non potevano appartenere veramente e totalmente alla Chiesa, erano però in attesa, erano in procinto di incontrarla. Identificare la nostra identità come un tentativo di imporci sulla società è l’ultima follia con cui noi possiamo servire il demonio. Mi è capitato di essere accusato di dividere con le mie posizioni la società, ma non ci si accorge che è la stessa società ad essere unita contro la Chiesa e, pertanto, se io non divido la società lavoro contro la Chiesa. Basta saperlo. Se c’è nel mondo cattolico una frazione piccola o grande che considera dogma di fede il non andare contro l’unità della società, tacendo quindi sulle grandi proposte che la Chiesa non dovrebbe esimersi dal fare, sia pure libera di sostenerlo se vuole, ma non osi dire che questa è l’immagine della missione cattolica. La missione è, invece, il portare a contatto con ogni cuore la proposta cristiana nel modo più vero e più serio, offrendo così al cuore degli uomini la possibilità di incontrare Cristo, lasciando alla loro libertà la decisione se starci o non starci, accogliere o rifiutare. Credo che questa sia una questione fondamentale: la battaglia si combatte mettendo nella vita culturale e sociale la nostra identità senza adulterazioni, senza riduzioni, senza annacquamenti, senza silenzi perché tutto quello che si fa contro la Chiesa lo si fa contro Dio.

    Mi permetto di raccontare due aneddoti. Il professor Pera ha parlato di Pio IX, io gli ho dedicato un libro che ha contribuito a fare riscoprire la sua identità tanto che il grande e indimenticato professore Giorgio Rumi, docente di ruolo della Statale di Milano e di tendenze cattolico-liberali, mi fece diventar rosso una volta in un’assemblea dicendo «se non avessi letto il libro di don Negri su Pio IX avrei continuato a considerarlo un papa di seconda misura e, invece – urlò, perché era un passionale – era un grande, uno dei più grandi Papi che abbiamo avuto perché lesse la modernità, non la respinse, ed entrò in dialogo con essa attraverso la missione». L’incontro con gli altri avviene nell’orizzonte della missione perché se no non è un incontro, se no è un andare a Canossa senza avere fatto i peccati che aveva fatto Enrico IV. Secondo aneddoto. C’era a Milano un grande cardinale, Carlo Confalonieri, che stette una vita a Roma cominciando come segretario di Pio XI e finendo come decano del Sacro Collegio, facendo i funerali a Giovanni XXIII, a Paolo VI e a Giovanni Paolo I, una vita quindi molto longeva. Un bel giorno parlandomi disse che era presente nello studio di Pio XI quando ricevette udienza il ministro degli esteri italiano Galeazzo Ciano per presentare le bozze delle leggi razziali filotedesche, che il fascismo si apprestava ad introdurre. Dopo 3 o 4 minuti Pio XI si alzò di scatto e guardando Galeazzo Ciano, che era in difficoltà, gli disse: «Conte, l’udienza è finita, si accomodi e si ricordi di dire al suo padrone, che l’ha mandata qui, che noi non approveremo mai queste leggi perché noi siamo spiritualmente degli ebrei».

    Il sentire queste cose e applicarle alla Chiesa di oggi può fare sembrare che siano passati 1000 anni; ma noi non dobbiamo pensare ai 1000 anni che sembrano essere passati e raccordarci a quella missione che era l’offerta della nostra identità a tutti, perché se gli uomini accostano il cristianesimo e ne trovano un’esperienza valida anche per loro, certamente non ci perdono e ci guadagnano fino in fondo se vi aderiscono; ma questo è un problema della loro coscienza. Comunque la nostra presenza non è negativa per la società, se è una presenza di identità è comunque positiva. Per questo della missione che noi facciamo nessuno può chiederci di pentirci. Pentirsi della missione implica dire che non siamo più cristiani: si può anche sostenerlo, ma allora non si deve fare passare una posizione che non è più cristiana come se fosse la formula ideale del cristianesimo. Piuttosto si deve dire allora che non interessa più il cristianesimo. Chiunque di noi ha il diritto di pensarla come vuole ma nessuno di noi cristiani ha il diritto, come ricordava opportunamente il cardinale Scola in un suo recente intervento, di esaurire la vita cristiana in una serie di defatiganti esegesi su tutto quello che è stato e che viene continuamente detto. Abbiamo la sola responsabilità di porre nel mondo la nostra presenza con le caratteristiche della prima pagina del libretto di don Giussani GS, riflessioni sopra un’esperienza: il gesto cristiano deve essere deciso, elementare nella comunicazione e concreto nelle realizzazioni. Noi, come cristiani al mondo abbiamo da dire questo: la nostra identità, tutto il resto sono conseguenze. Dio può chiederci il successo come l’ha concesso a generazioni e generazioni, penso alla grande società medioevale che ha caratterizzato l’occidente dal X al XIII secolo, dove vi fu una grazia totale di Dio; oppure può chiederci il martirio, come l’ha concesso ad altre generazioni perché il dono e l’onore del martirio non è una cosa meno importante, in quanto è il vertice della nostra adesione di fede e della nostra responsabilità missionaria.

    INTERVENTI DEL PUBBLICO
    1. Noi abbiamo in mano un grande libro di don Giussani Perché la Chiesa e abbiamo avuto il torto di passare molto frettolosamente il terzo capitolo di quel libro che in poche pagine descrive come siamo arrivati alla modernità, spiegata così bene dal professor Pera. Giussani ha avuto l’ardire di fare risalire all’Umanesimo un percorso per il quale l’uomo ha preso il posto di Dio; la teoria gender di questo periodo, che è peggio della legge votata oggi, è l’apice di questo percorso perché addirittura neanche la biologia detta più l’identità di una persona, ma è l’uomo che decide cosa essere. Il mio intervento vuole essere innanzitutto un richiamo a non perdere i preziosi richiami che ci vengono fatti. Inoltre voglio esprimere una preoccupazione: tutto quello che è scritto nel libro presentato stasera e che è stato detto negli interventi ci fa capire che si sta affermando una tirannia, un pensiero unico per cui chi non accetta una certa tendenza sui diritti, così come sono stati descritti, è automaticamente messo fuori gioco. La situazione per i cristiani risulta così tragica un po’ in tutto il mondo: dal martirio fisico in oriente al martirio dell’emarginazione, del silenzio e delle tante accuse che ci vengono fatte in occidente. Come è avvenuta la votazione della legge Cirinnà è un classico esempio di tirannia, una legge epocale purtroppo votata per fiducia da un governo non votato dal popolo. Bisogna cominciare a parlare di questa tirannia, alzando bene la voce: si tratta di una tirannia che non ha ancora le prigioni ma che ha una cultura che mortifica chiunque non la pensi così. Non basta la testimonianza personale ma occorre il coraggio pubblico di una testimonianza di idee che sono per la società scomode.

    2. Vorrei porre una domanda sul rapporto, se possibile da ricostruire, tra quello che il prof. Pera chiamava desiderio e la possibilità di una educazione al desiderio, nella quale la ragione non sia ciò che in qualche modo sostiene il preconcetto deciso a priori, ma possa essere un modo di verifica. Mons. Negri diceva che la testimonianza della vita del popolo cristiano è quella struttura che dentro la storia permette questa verifica, tuttavia nella mia esperienza scolastica mi trovo spesso di fronte a un criterio diverso dove alla parola dialogo segue l’impossibilità di una verifica perché il dialogo dissolve ogni possibile cammino di criticità o di messa in questione di ciò che viene affermato, in nome di un presunto diritto di avere la propria opinione qualunque essa sia. Allora la ragione può essere recuperata ma che cammino deve fare per essere un luogo reale di verifica?

    3. Io volevo far notare due cose. Primo, l’uomo è completamente destrutturato e questo noi tutti lo vediamo perché abbiamo, da quando c’è in vigore la legge 194, superato la Shoah, visto che ci sono stati più di 6 milioni di aborti nella nostra indifferenza, che è una cosa terribile. Secondo, oggi nella Chiesa c’è un pensiero maggioritario non cattolico che sta prevalendo, ma resterà sempre un’etnia sui generis, cioè un piccolo gruppo. Io vorrei chiedere cosa pensano i relatori di questa indifferenza.

    4. Ricollegandomi all’intervento di prima, pongo l’attenzione sugli effetti di questi discorsi sui più piccoli. Mi colpisce come l’animo dei più piccoli diventi piccolo e pusillanime di fronte a delle idee vaghe e come invece, in questo momento ad esempio sto guardando insieme ai miei figli i film sulla Bibbia, l’animo dei piccoli diventi grande, capace di una lucidità di giudizio che spesso supera quella degli adulti. Lo dico perché se c’è un punto di speranza è proprio la capacità di ragione dei più piccoli, se ovviamente trovano una guida. Quando chiedo ai miei figli cosa fanno a catechismo non sanno rispondermi e da lì mi è venuta l’idea di prendere in mano il problema, facendogli vedere i film su alcuni personaggi della Bibbia.

    Risposta agli interventi del pubblico
    di MARCELLO PERA


    Prendo spunto dagli ultimi interventi e mi soffermo sulla tirannia che ci circonda e anche sul conformismo da cui siamo affetti. C’è una vera tirannia a cui è difficile sottrarsi, resistere, essere in minoranza; è difficile non accondiscendere a un pensiero che è maggioritario. Chi si mette oggi contro questa marea di diritti, che di solito sono accompagnati da sentimenti buoni, viene considerato male: quelli che riconoscono i diritti sono le persone buone, sono quelle che hanno un buon cuore, sono quelli che amano gli altri; quelli che, invece, richiamano ad altri punti di vista o sottolineano doveri o identità sono considerati dei ribelli o dei sospetti rispetto al buon sentimento comune. È una tirannia imponente: lo sentite in televisione, lo si legge sui giornali; non se ne può assolutamente più; non c’è un’opinionista che non esprima la sua fortissima dose di conformismo, che non strizzi l’occhio al pensiero dominante, anche quando si capisce palesemente che sta dicendo una banalità o che sta dicendo qualche cosa in cui egli per primo non crede, ma la dice perché deve essere detta, perché si deve fingere. È come se ci fosse un incantesimo e pochi abbiano il coraggio di spezzarlo e di dire che non è così: l’imperatore è nudo e le cose stanno diversamente da quanto si dice. Tuttavia, viene imposta una grammatica, un linguaggio, un lessico, mentre la gente semplicemente subisce, non perché ne è convinta, ma perché o non riesce a sentire un’altra parola o non ha in se stessa le risorse per rispondere con un’altra parola o perché appunto, come sempre accade quando ci sono le egemonie, prevale il conformismo. Anche quando non ci credo, mi adeguo. Tutti pensano che sia un bel sentimento concedere tutte queste libertà e quindi lo penso anche io, con l’argomento che tutto sommato a chi si da fastidio, a chi si fa del male, a chi si reca disturbo. Io non sono poi così tanto convinto che, se noi oggi mettessimo ai voti la legge Cirinnà, essa non passerebbe ugualmente, perché l’argomento è già pronto: se due uomini vogliono stare insieme non danno fastidio a nessuno, è un problema loro. Questo è un argomento diffuso perché sembra effettivamente che non ci sia danno, perché siamo così concentrati sul microscopio dell’individuo, sull’interesse individuale, sull’interesse della coppia che si è perduto il senso di un bene superiore al mio e al tuo interesse. Per questo non sono convinto che, se si portasse ad un parlamento allargato la questione della legge Cirinnà, essa non passerebbe ugualmente. Ormai abbiamo assorbito, quasi con il latte, questa specie di cultura dell’individuo che si fa da sé e può fare ogni cosa, basta che non nuoci a me. Sembra che non ci sia nessun’altra parte lesa: siamo io e lui. Ed è così che si perdono di vista alcuni valori, come nella discussione sull’aborto, dove vi è la mamma e al massimo si parla della famiglia, della salute, della carriera e di tutto quello che vi pare, ma è scomparsa la creatura, è scomparso quello che viene poi ucciso. D’altra parte chi lo rappresenta? Non può nemmeno protestare, e così vale anche per tutti gli altri diritti.
    Non ci dobbiamo illudere sulla facilità del compito di recupero della società e dobbiamo cominciare dalla famiglia e dalla scuola. Quasi tutto è contro di noi, se provate ad avere un pensiero diverso, venite azzittiti. Allora noi dobbiamo ricostruire una rete, un sentire comune con la consapevolezza che esiste una verità cristiana dell’uomo che non è cosa che si possa mettere ai voti, specialmente perché i laici, essendo la maggioranza rispetto a noi, vincono sempre. Ma queste sono verità che devono essere sottratte ai voti. Comprendiamo che è una offesa alla nostra identità cristiana a quella che ci ha portato fino qua e quindi dobbiamo reagire a questo e va fatto in ambienti come questo dell’incontro di stasera, nella famiglia, nella scuola, dove si può. Lo stiamo già facendo in condizioni quasi catacombali, non ci è quasi più concesso di uscire in pubblico perché abbiamo già due abiti: in privato parliamo questo linguaggio e quando usciamo fuori in pubblico anche noi siamo educati, corretti dialoganti e quindi anche noi siamo arrendevoli. Dobbiamo invertire questo clima. Chi ha parlato di tirannia, ha detto bene, perché non è soltanto una questione politica e parlamentare. Io temo che quel parlamento che oggi ha approvato questo diritto rappresenta notevolmente quello che sta fuori dal Parlamento, nelle nostre case, nella televisione, nella società. La nostra opera deve essere molto coraggiosa. Da dove si parte? Partiamo dal coraggio di stare in minoranza, di professare un’identità, di non avere timore nei confronti di coloro che hanno forze schiaccianti e soverchianti. Coraggio. Più coraggio che dialogo, non perché il dialogo sia una cattiva cosa, ma perché il dialogo oggi è inteso in modo truffaldino: c’è qualcosa di insincero in questa cultura di invito al dialogo dove tutti dialogano ma nessuno ha ragione, dove si deve convivere con le proprie idee e con le proprie ragioni; è, cioè, una concezione relativistica del dialogo. Allora più coraggio che dialogo. Il dialogo vero avviene, invece, quando uno ha assunto il coraggio di sé e della propria posizione e la porta, appunto con coraggio, fuori. Solo così si può cominciare a dialogare, ma adesso, in queste condizioni, è soltanto la resa alla tirannia e al conformismo. Questa è la resa del cristianesimo, della fede e potremmo dire, allargando il problema, è la resa del nostro continente. Si veda, appunto, la fine che sta facendo l’Europa: chi piangerà sopra l’Europa il giorno che venisse invasa? Chi si dovrebbe incolpare il giorno in cui l’Europa fosse invasa? Si dovrebbe incolpare la stessa Europa, la sua mancanza di coraggio e di identità; la sua mancanza di una fede incrollabile su alcuni punti che sono irrinunciabili. Il giorno che l’Europa fosse invasa, nessuno la compiangerà, perché si sarà lentamente suicidata. Se vogliamo evitare questo suicidio, meno leggi, meno dialogo e più coraggio.

    Risposta agli interventi del pubblico
    di MONS. LUIGI NEGRI


    Tocco brevissimamente alcuni dei punti suggeriti dagli interventi del pubblico, perché sarebbe troppo lungo svolgerli tutti.
    La questione del pensiero unico dominante è una cosa gravissima perché è il grande elemento che accomuna tanto mondo laico e tanta realtà ecclesiale. Ci sono dei termini che tale pensiero dominante impone, termini che non possono non essere ripetuti e dalla forza con cui vengono ripetuti si pensa che acquistino valore, giustificazione.
    Non so se vi siete accorti in questi ultimi 2-3 anni, ma coloro che hanno in mano il pensiero unico dominante stanno riuscendo ad avere in mano anche il pensiero unico della Chiesa; si sta facendo passare nella vita della Chiesa l’idea per la quale la collazione e l’assunzione di tutti gli aspetti dell’espressione culturale, umana, storica e affettiva di papa Francesco, siano il pensiero unico dominante che la Chiesa deve avere. Questo è assolutamente sbagliato dal punto di vista del dogma delle fede: io sono tenuto a seguire il Papa fino in fondo, nell’ambito del suo magistero, e il magistero si forma secondo una modalità che la Chiesa ha fissato in questi 2000 anni, attraverso espressioni e generi letterari ben precisi. Per questo il pensiero del Papa che vincola la mia fede non può essere espresso dai tweet o dal dialogo con i giornalisti o da quant’altro. Peraltro il Papa ha totalmente il diritto di comunicare come uomo libero che fruisce di certi suoi diritti. Tuttavia, questo non diventa qualche cosa di normativo. Invece, c’è un pensiero unico dominante pontificio che non è mai formulato chiaramente perché appunto è costituito da un insieme di interventi, di dialoghi, di confidenze, di interviste. Ora sulla base di tale pensiero unico dominante, undici cardinali che scrivono un libro sulla famiglia, riproponendo le tesi tradizionali del dogma cattolico sulla famiglia, possono venire etichettati dalla stampa laicista come nemici del Papa, anche se tra essi vi sono il card. Caffarra e altri uomini che hanno dato e danno un contributo fondamentale all’evoluzione del magistero della Chiesa. Ricordo che senza Caffarra non sarebbe venuta alla luce la Familiaris consortio e questo lo sanno tutti nella Chiesa. Tuttavia, si è potuto dire che il card. Caffarra era contro il Papa. Attenzione bisogna essere critici anche su quello che succede intorno alla Chiesa. Noi abbiamo bisogno del magistero, non del pensiero dominante unico del Papa. Peraltro questa operazione non è certamente voluta da lui, ma da coloro che hanno la possibilità di fare, di creare e di distruggere i pensieri dominanti.

    Al grande Sinodo dedicato all’evangelizzazione, guidato da Benedetto XVI, tutti parlarono di dialogo, ma egli, che non parlò molto, una volta terminando il suo intervento, mentre guardava tutti con quegli occhi miti ma decisi, disse: «bene fratelli, fate bene a parlare del dialogo perché è un grande problema che abbiamo di fronte. Ma sappiate che il dialogo è l’espressione di una identità forte». Ora la forza dell’identità non sta né nei soldi, né nella burocrazia, ma nelle sue ragioni. Liberarsi dal pensiero unico dominante, ecclesiastico, laico o laicista che sia, implica che un soggetto cristiano maturi nella sua identità. Questa è la seconda nota che mi sembra imponente: dobbiamo educarci ed educare, dobbiamo accettare che la Chiesa ci educhi per diventare capaci di educare i più piccoli. Ma perché cominci l’educazione bisogna che un adulto sappia che ha questa responsabilità, che non può demandarla; bisogna che l’adulto accetti di essere autorevole perché un padre o una madre non autorevoli non sono padre e madre, se non in senso biologico. È una cosa gravissima. Noi abbiamo famiglie e famiglie che si rifiutano, non so con quanta consapevolezza, di educare. La Chiesa nel suo complesso ha la responsabilità di questa educazione. Credo che una delle gravi difficoltà del nostro tempo sia costituita proprio dal fatto che la Chiesa sta rinunciando all’educazione perché non ha più il senso vivo della sua identità: se la mia identità è una pienezza di vita non posso che desiderare di comunicarla a tutti e in questa comunicazione incomincia il cammino dell’educazione. Non si può evitare di essere adulti! Ci vuole il coraggio di incominciare a vivere da adulti. Ha ragione Pera: questi incontri, questa solidarietà, che nasce istintiva tra la gente in forza di una storia, queste realtà di confronto, che iniziano a segnare la vita del nostro paese, anche se siamo in una situazione quasi catacombale, portano, secondo me, dentro la loro esperienza la promessa di un reale cambiamento di vita. Laici appassionati al loro essere laici e cristiani appassionati alla propria esperienza cristiana dimostrano così di essere capaci di dialogare, non nella confusione ma nella verità, e quindi nella distinzione delle identità.

    E da ultimo, condivido l’intervento in cui si sottolineava il fatto che non c’è più passione per l’uomo. Il nostro popolo ha evacuato l’idea che 6 milioni di italiani non siano venuti al mondo: per chi è problema questo? Per il nostro popolo che vede la televisione e segue in diretta gli ammazzamenti dell’ISIS mentre mangia? Dove vibra la passione per l’uomo fra di noi? La passione per l’uomo è semmai ridotta a un po’ di emozioni, a un po’ di emotivismo: la parola dominante è emozione, non ragione. Ma l’emozione non costruisce nulla, neanche un rapporto fra un uomo e una donna, tanto è vero che quando scompare l’emozione si ha il diritto di rescindere il rapporto, che poi non era neanche nato come rapporto perché, se era nato solo sull’emozione, era nato in modo individualistico. Nella mia generazione, noi abbiamo cominciato a camminare, non senza sperimentare fatiche, insieme alla grandezza e alla povertà e ovviamente anche con tanti limiti, perché qualcuno ci ha testimoniato una passione per noi, per la nostra umanità. Ed è perché siamo stati oggetti di questa passione per noi che abbiamo potuto incominciare a vivere il grande compito di testimoniare la stessa passione verso le persone che incontravamo. La passione per l’uomo si impara aderendo a quelle presenze che testimoniano questa passione per l’uomo. Io credo che la questione sia semplicemente accettare di essere educati da coloro che hanno cominciato in noi questa opera buona. Se a un certo punto della nostra storia, contro ogni scetticismo e contro ogni qualunquismo, la Chiesa ci ha mostrato il volto della madre e della maestra, allora dobbiamo essere fedeli a questo incontro, a questo insegnamento; dobbiamo continuamente chiedere alla Chiesa che ci educhi per diventare capaci a nostra volta di educare. È questa, secondo me, la questione fondamentale del nostro tempo. L’alternativa è che ci prepariamo a sparire dopo un’orgia di emozioni perché la divisione è stata già tracciata: ai cristiani può essere lasciato lo spazio delle emozioni, e se poi, sulla base di queste emozioni, riescono a dare vita anche a opere di carità che fanno calare le spese del welfare dei Comuni e dello Stato, tanto meglio. Il sindaco della mia città, ad esempio, dice che, se la Chiesa non lo aiutasse come sta facendo, non potrebbe garantire i servizi alla città. Tuttavia, come ricordavo anche la scorsa volta, hanno tassato i pochi asili che sono rimasti di centinaia di migliaia di euro per l’IMU, scavalcando l’idea che il governo aveva formulato, più di una volta, secondo la quale le parrocchie non dovessero pagare l’IMU sui beni impegnati in opere educative. Tenete presente che il Comune agli asili dà un contributo di 1.000 euro all’anno. La situazione è questa: a noi cristiani si lasciano i sentimenti, mentre a loro vanno i soldi, la cultura, l’ideologia e la politica, non solo a livello locale ma a livello mondiale. È come se dicessero, dateci pure tante emozioni, mentre al resto pensiamo noi al vostro posto. Come cristiani non possiamo accettare questa posizione, dobbiamo agire con coraggio. Arrivederci.

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